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Il grande tiepido - V

I momenti della vita sono un po’ come gli abiti.
Li indossi mentre li vivi e non ci fai neanche caso.
Dopo un po’ non ti interessano più:
ce ne sono degli altri, più nuovi, più belli, più importanti.
Dopo molto tempo, ti vengono in mente e li cerchi.
Se li hai riposti con cura, li ricordi, li ritrovi: li puoi anche indossare.
Se non l’hai fatto, li hai persi per sempre.




Il grande tiepido
Frammenti di adolescenza liceale
12,15 – Quinta e ultima ora


“Nights as I sleep, I hear that whistle whining; I feel her kiss in the misty rain”
(Downbound Train, Bruce Springsteen, 1985)

E così di anno in anno, di gruppo in gruppo, di festa in festa arrivò l’ultimo anno di Liceo.
Un anno particolare, naturalmente.
Ci fu l’esame di maturità, sì, ma quello è stato un effetto collaterale.

L’unico, vero motivo che rende indimenticabile l’ultimo anno delle superiori è la gita scolastica.

L’anno precedente, le quinte erano state in gita nientemeno che ad Atene. Avevo molti amici nelle classi “superiori” alla nostra, in parte per motivi teatrali, in parte per la presenza di Siro, il mio amico storico che ho involontariamente inseguito nelle sua scelte fin dai tempi delle scuole medie. Sono stato suo braccio destro nella direzione di “Radar”, kuasiperiodico di assoluta attualità - edito per un solo anno ma di grande successo tra gli studenti - e avrei dovuto succedergli nel ruolo per “Logos”, in concomitanza con l’inizio dei suoi studi universitari. Era però necessario  trovare per “Logos”, così come fatto per “Radar”, un adeguato sottotitolo che ne evidenziasse la periodicità e lo spirito. Andò a finire che, in piena crisi creativa, decisi di aprire a caso un vocabolario nel quale pescare una serie di parole di cui Siro, di volta in volta, testava a voce alta l’effetto che produceva.
Io leggevo: autarchico. E lui: bimestrale autarchico.
Io: meticoloso. E lui, cambiando tono: bimestrale meticoloso.
Io: motoretta. E lui, come se fosse stata la cosa più naturale del mondo, in un tono da lancio promozionale: bimestrale motoretta !
Non credo di aver versato mai tante lacrime dal ridere come quella volta, sebbene gli astanti fossero colti da più di un dubbio circa la nostra sanità mentale.

Ma ho divagato.

Avendo sentito mirabilie sulla gita e su Atene, noialtri avevamo fissato irrinunciabili target di altissimo livello: come minimo un mese a New York o, in subordine, Parigi. Considerando che l’evoluzione delle mete delle nostre gite, a partire dal primo anno, era stata: Roma, Napoli, Taranto, Bari, realizzammo velocemente che si trattava di obiettivi irrealizzabili, specie viste le esangui casse liceali. Decidemmo allora di organizzare un evento per autofinanziarci la gita: sarebbe stata la festa più enorme e spropositata del decennio, con migliaia di sandwich senza affettati, ettolitri di sangria, luci psichedeliche e musica.

Nelle nostre aspettative doveva essere come un High School Prom.
Venne fuori invece una specie di Rave, che però fece ugualmente epoca.

Una settimana prima di Natale praticamente tutta la popolazione studentesca del paese si ammassò nell’auditorium del Liceo Classico, gentilmente concessoci per l’occasione. Facevo parte del secondo livello del comitato organizzatore; in realtà ero nel primo, ma l’influenza mi mise k.o. per una buona settimana e dunque non partecipai a molte delle riunioni “clou” del comitato. In compenso, nel dopo festa, partecipai con lena e ramazza all’operazione netturbinica necessaria per scrostare i residui dell’immensa calca umana da muri e pavimenti. In quell’occasione decisi di adottare una implacabile marcatura a zona, proposito che durò il tempo di intravedere nella ressa la più volte citata donzella. Da quel punto in poi il resto della festa, per me, si svolse nel suo intorno, fatta eccezione per alcuni sani momenti di goliardia che mi fecero appurare la scarsa impermeabilità dei miei abiti. L’incasso della serata era sufficiente per finanziare buona parte di una gita verso una meta “dignitosa”. Ma lì accadde il patatrac: tutte le persone che, per colpa o per ignavia, si erano disinteressate delle incombenze organizzative o igieniche della festa saltarono su pretendendo di avere voce in capitolo nella gestione della somma. Dopo alcune aspre discussioni, il comitato decise alla fine di devolvere quasi tutta la cifra in beneficienza, fatta eccezione per una piccola quota che finanziò una cena riservata a chi aveva effettivamente lavorato per l’evento.



“And I'm waiting for you; with or without you, I can't live with or without you”
(With or Without You, U2, 1987)

Eravamo però punto e daccapo. Facendo la media tra i soldi a disposizione della scuola e quelli delle famiglie dovemmo orientarci verso mete via via più realistiche, passando in breve dall’ipotesi ”settimana in Veneto” a quella “quattro giorni in Toscana e ci va pure di lusso”, esattamente nei luoghi dove poi avrei passato il resto della mia vita. Non solo ma, viste le defezioni, la gita fu allargata anche alle quarte, altrimenti non saremmo riusciti a riempire nemmeno un pullman. A dirla tutta quand’anche la gita fosse consistita solo nel viaggio in pullman e qualche notte in albergo nella più disastrata meta della penisola, sono convinto che ne avremmo ugualmente ricavato la stessa quantità di divertimento.

In gita mi trovavo per la prima volta, contemporaneamente, insieme ai miei compagni di classe e ai miei compagni di “vita” e, salomonicamente, decisi di trascorrere le giornate insieme ai primi e le notti insieme ai secondi.  In pullman dichiarammo la composizione delle stanze e subito i professori individuarono un problema in tre di queste stanze, che rischiavano di diventare focolaio di tumulti. Fu quindi deciso che i componenti di queste tre stanze a rischio, tra i quali mi pregio di essere stato incluso, fossero isolati dagli altri gitanti perché questi non venissero contaminati. La collocazione fu dunque: reietti al primo piano, resto del mondo  al secondo piano. All’arrivo in albergo a Montecatini, salutati gli amici dai quali con tanta pervicacia eravamo stati separati, ci incamminammo con un velo di tristezza verso il nostro esilio.

All’arrivo al secondo piano non potemmo fare a meno di sgranare gli occhi.

Davanti a noi si parava un intero istituto magistrale di Pordenone, tutte ragazze di notevole presenza e gagliarda intraprendenza, alcune delle quali, adocchiata la chitarra che intracollavo a guisa d’arma, ci salutarono con grande espansività e, dato che stavano uscendo per un’escursione serale, ci diedero appuntamento più tardi nella loro camera che si trovava, manco a dirlo, esattamente di fronte alla stanza dove io, Muffin, Del Piero e Testa eravamo alloggiati.

Non nego che accogliemmo quell’evento come testimonianza tangibile dell’esistenza di un’intelligenza superiore e benedicemmo la provvida decisione punitiva dei nostri professori.  Nel frattempo prendemmo confidenza con l’ambiente.

Nella stanza accanto alla nostra Zazzà prenotò il posto superiore del letto a castello producendosi in un fosbury di alta scuola che piegò a V la barra trasversale della branda. Pressoché contemporaneamente, Testa, entrando nel bagno della nostra camera, divelse involontariamente la soglia di travertino che separava la toilette dal reparto notte. Non nego un po’ di rudezza nei nostri modi, ma va riconosciuto che l’albergo era una vera chiavica. Per finire Nordovest, chiuso dai suoi compagni fuori della stanza, ebbe modo di far conoscere all’intera Montecatini, e a parte del circondario, la potenza della sua voce baritonale emettendo ruggiti che, nella sua idea, avrebbero dovuto incoraggiare i suoi coinquilini a farlo rientrare nella comunità. Credo che ancora oggi, nelle notti di luna piena, nei corridoi di quell’albergo (sempre che non sia imploso dopo la nostra partenza) riecheggino gli ululanti “Diggggggiòòòòòòò” cadenzati da Nordest ad intervalli regolari, prima di virare verso un più mite “Ehm, Lori, apri la porta?” non appena ebbe notato l’albergatore che, richiamato dalle urla soprannaturali, si era precipitato al piano armato di doppietta.


“You give me a reason to live , sweet darling“
(You can Leave your Hat on, Joe Cocker, 1986)


La sera, al ritorno delle ragazze, le stesse bussarono alla nostra porta invitandoci a portare nella loro stanza una folata di mascolina musicalità che loro avrebbero ricambiato con un’opposta folata di femminile alcolicità.

Si prospettava la gita più memorabile della storia dei licei scientifici del regno.

Con matura nonchalance ci presentammo in boxer e chitarra pronti alla pugna, mentre le fanciulle friulane stavano già mescendo cocktail a base di vodka. Mentre la nostra meritoria opera di conciliazione degli opposti estremismi geografici stava giungendo al punto caldo, all’improvviso la porta della stanza si aprì rivelando l’albergatore che, armato stavolta di apposito professore di Pordenone, ci ricacciò nella nostra stanza chiudendo a chiave, con l’approvazione del corpo docente, la camera delle delizie promesse.

Non ci demmo per vinti. Quando la ronda nel corridoio terminò, tentammo con ogni mezzo a disposizione di scassinare la serratura di castità senza però riuscire nell’intento. Valutammo anche l’ipotesi di abbattere la porta, ma perfino noi avemmo un soprassalto di civiltà. Non restava che una soluzione: aggirare l’ostacolo. Il ballatoio fuori della finestra era molto largo e provammo a verificare la possibilità di costeggiare l’edificio per ricongiungerci all’allegra brigata. Non andammo al di là di un’irruzione nella stanza attigua, facilitata dall’apertura della finestra delle legittime inquiline, dello stesso istituto magistrale ma di minore disponibilità. Pur demordendo solo quando ormai albeggiava, dovemmo rassegnarci a vedere sfumare quella che prometteva di essere una serata indimenticabile. L’indomani mattina le fanciulle tornarono in patria e ogni tentativo di stabilire un gemellaggio (cosa che, intesa alla lettera, avrebbe rappresentato l’esito più probabile, visto l’esubero di produzione seminale di quei tempi) sarebbe stato vano.

Il nostro astio verso l’albergatore, che direi giustificato, raggiunse il parossismo la sera successiva quando, tornando da un ottimo concerto di Joe Cocker, trovammo un perfetto sacco fatto ai nostri letti. Naturalmente degli esseri raziocinanti avrebbero dovuto immaginare che difficilmente un albergatore fa il sacco al letto dei suoi clienti, ma in quel momento se ci avessero detto che l’oste era il mostro di Firenze non avremmo esitato a crederlo ciecamente. E fu quindi organizzato un atto dimostrativo di ritorsione. Durante la giornata avevamo identificato la posizione della dispensa e, quella notte, un raid punitivo catturò tre maxivaschette di svariati chili di gelato. Naturalmente, pur con tutta la buona volontà di criminali in erba, non riuscimmo a finirne nemmeno una. Presto sorse il problema di come smaltire i rifiuti che costituivano prova evidente della nostra delinquenza. In realtà quasi tutti decidemmo di fregarcene altamente, tranne Camplone che in quell’occasione si guadagnò il meritato soprannome di “Squagghione” per essere riuscito, per l’appunto, a squagliare in tempi relativamente brevi circa dodici chili di gelato sotto l’acqua corrente. Investito dal sacro furore, e timoroso delle possibili conseguenze penali del nostro crimine, Squagghione riuscì a eliminare anche ogni traccia delle vaschette, ritagliandole con infinita pazienza in sottile striscioline facilmente stoccabili.

Avevamo, nel frattempo, individuato il reale autore dello scherzo del sacco ai letti. Trattavasi di Carrizo, personaggio caratterizzato da un sovrappeso lieve, ma sufficiente per suscitare lo sdegno del Muffin che, con gli occhi iniettati di furore ascetico, esclamò: “Ammazziamo il vitello grasso!” e delineò una possibile rappresaglia. Ometterò i particolari più cruenti, ma voglio che sappiate che il palloncino che, durante il viaggio di ritorno, scoppiò nello zaino del lettosaccaro non conteneva acqua.

Anche se da queste righe non traspare, c’è stato naturalmente anche un lato culturale della nostra zingarata. E, anzi, le bellezze ammirate in Toscana hanno portato la maggior parte di noi a sceglierla come sede universitaria e in molti casi come luogo di vita. Ma naturalmente i ricordi più indelebili sono associati agli amici e alle cazzate fatte insieme. Cazzata è proprio il termine adatto, se penso al gigantesco fallo disegnato dai nostri corpi composti a mosaico sul sacro suolo dei Piazza dei Miracoli, un fulgido esempio di arte impressionista che diventava palese solo se ammirato dal corretto punto di vista, che in quel caso era esattamente corrispondente alla sommità della Torre Pendente. E non esito a definirci temerari quando penso che, pur da pugliesi, ma contaminati dal virus degli Amici miei, tentammo con successo un’elaborata supercazzola (in trasferta, e proprio nei sacri luoghi!) ai danni di un posteggiatore che si fece in quattro per indicarci dove si trovava Via Antani.

La nostra gita-distruzione volgeva ormai al termine ed era ormai evidente che l’apostrofo era del tutto superfluo. Lasciammo l’albergo con una lista di piccoli danni e un messaggio all’albergatore che Testa lasciò sulle pareti del bagno utilizzando all’uopo un tubetto di dentifricio. Il messaggio, che potrei definire una cartolina, non lasciava dubbi sui sentimenti della stanza, della scuola e dell’intera nostra cittadina verso il locandiere e la sua stirpe. Naturalmente la conseguenza di queste azioni fu la reazione disgustata del Preside che promise l’addebito dei danni sui nostri conti, ma non ricordo bene come andò a finire. Mi sembra di rammentare che, forse, i danni fecero pari con tutta una serie di inadempienze contrattuali, e comunque la cosa si esaurì da lì a poco.



“Io sto uguale adesso, penso che chissà quante volte hai riso tu di me”
(Ridere di Te, Vasco Rossi, 1987)

Rimaneva solo da espletare la piccola formalità degli esami di maturità prima di salutare per sempre l’età beata dell’immaturità.

E, modestamente, anche qui riuscimmo a segnalarci per eccezionalità.

L’anno precedente quello dei nostri esami si verificò un exploit rilevante nella nostra scuola: ci furono otto “sessanta” su una quarantina di studenti. In parte la prodezza fu resa possibile da un’obiettiva concentrazione di intelligenze, in parte forse dai buoni uffici del membro interno, l’ex-sindaco Tirano che, ferunt, esercitò con successo la sua consumata arte diplomatica. Naturalmente come prima cosa ci preoccupammo di fare in modo che tale prezioso membro interno rimanesse in carica, formulandogli richiesta esplicita in tal senso e ottenendo il suo beneplacito. La richiesta avvenne da parte dell’altra quinta, che formalmente lo aveva come professore, mentre noi ci assicurammo le prestazioni di Romoletto, sempre disponibile e paterno con ognuno di noi e, quindi, perfetto per il ruolo di patrocinatore. Forti dell’assenso del podestà, l’altra classe si concesse il lusso di rifiutare esplicitamente, e con un certo clamore, la disponibilità della Sensibile, che fu gelata con parole di questo tono: “Ci dispiace professoressa, ma in questi anni ha dimostrato di fare preferenze tra di noi e non la riteniamo adatta per il compito”.  Ad un giorno dall’inizio dell’esame ci venne naturalmente comunicato che il primo cittadino defezionava. E in sua vece veniva nominato membro interno la professoressa Sensibile.

Le prime perline di sudore cominciarono a intravedersi sulla nostra fronte.

La commissione era composta da un amabile professore di Inglese, da un professore di Tedesco dall’aria familiare, da un’arcigna professoressa di Matematica e Fisica, dal presidente, professore di Storia e Filosofia, e da una professoressa di Lettere coetanea di D’Annunzio, cui probabilmente era stata sentimentalmente legata.

Successe di tutto.

L’aria familiare del professore di Tedesco era dovuta al fatto che si trattava del marito della professoressa di Tedesco del Liceo. Dopo gli scritti, e reso noto il conflitto di interessi, lo stesso venne esautorato a favore del nipote di Heinrich Himmler. Nel frattempo lo scritto di Matematica fu un successo grosso modo per tutti, anche per il fatto che quelli che erano stati in grado di completarlo non lesinarono una mano agli altri. Questo indispettì l’euclidea professoressa che, a quanto mi riferirono, decise di smantellare quelli che secondo lei facevano parte del gruppo di Aiutatori Anonimi, gruppo del quale facevo orgogliosamente parte. Tanto ci prese gusto che, mentre il professore di Inglese mi intervistava con paterna benevolenza, la signora partecipò attivamente all’interrogazione cercando, fortunatamente con scarso successo, di mettermi in difficoltà. L’interrogazione di Italiano filò invece più liscia, tra lo stupore della professoressa che non si capacitava, nonostante la mia buona media, che io fossi lo stesso cui aveva dato quattro (4) al compito di italiano.

Il primo e unico quattro di tutta la mia carriera scolastica: avevo scelto con grande tempismo l’occasione giusta.

All’epoca mi venne rimproverata esplicitamente la punteggiatura, che naturalmente non poteva essere la sola causa di un voto così negativo. Ho sempre desiderato rileggere quel tema per capire quali castronerie, evidentemente pure fortemente sgrammaticate, potevo aver scritto per conseguire quel roboante risultato. Dopo venticinque anni sono venuto a sapere che probabilmente la Duse aveva considerato la mia dissertazione come “fuori tema”. La traccia che avevo scelto era quella di “attualità” e riguardava l’ecologia, tema che avevo trattato probabilmente con eccessiva disinvoltura, citando anche racconti di fantascienza di Asimov che, mi sembra di ricordare, effettivamente non facevano parte del programma ministeriale. Non andò molto diversamente per gli altri miei compagni, alcuni stroncati all’esame (per la cronaca, mi dissero che la Sensibile interrogò personalmente i “suoi” alunni, diventandone volenterosa carnefice), altri invece penalizzati dai giudizi non esaltanti degli scrutini di fine anno.


“All the dreams that we were building, we never fulfilled them. Could be better, should be better”
(Lessons in love, Level 42, 1986)

Il voto mi venne comunicato mentre ero già in vacanza. Telefonai a Romoletto che, impacciato e quasi giustificandosi, mi disse che avevo preso cinquantaquattro. Considerando che ero uno dei candidati al sessanta la notizia non mi riempì esattamente di gioia, né mi consolò il fatto che quello fosse stato il voto più alto concesso, onore condiviso con l’altra mia compagna candidata all’en plein. Nell’immediato dopo esame mi furono rivelati un po’ di roventi retroscena su ciò che si svolse in commissione, ma sinceramente ne ho scarsa memoria anche perché volli lasciarmi in fretta alle spalle quella che, con saggezza, considerai solo come la prima di una lunga serie di insederate che la vita mi avrebbe potuto riservare.

Forse per questo, forse per l’attenzione che richiese la nuova parentesi della mia vita, l’università - non solo in termini di studio ma anche e soprattutto in termini di cambiamento di vita, luoghi, amici, occupazione - mi capitò colpevolmente di allentare troppo velocemente i legami con la scuola, con gli amici, con i professori, e chiedo scusa a tutti quelli che non sono riuscito qui a citare o a ricordare, e che voglio rammentare almeno con una veloce scansione di un’ideale foto di classe che, in effetti, non ho: i “ripetenti” professionisti, Ciretto, Di Pietro, e la Fatina, principalmente dediti alle antiche pratiche medicinali del “salasso”; Lucchetto e il suo umorismo  “noir”; le ragazze - da me qui colpevolmente trascurate quasi in blocco perché, come ha commentato di recente una di loro, all’epoca, pur volendoci molto bene, “eravamo come l’acqua e l’olio” – Antonè e Antoniè, le pluri rappresentanti di classe; la Saint-Croix, Purezza, e Salute, presenze discrete e rassicuranti; Merceria, con le sue abituali aspersione di lacrime; la Decana, che ci faceva da sorella maggiore;  la Mole, uno dei rari casi di emigrazione al contrario; e tutti quelli che abbiamo perso per strada, come Eveloce, la Bella e l’Imperatore.
Nei primi ritorni a casa, che all’inizio furono frequenti, mi accadde naturalmente di incontrarmi con molti di loro ma, in qualche modo, quegli abiti non mi interessavano più: ne erano arrivati degli altri, più nuovi, che mi sembravano più belli, più importanti. Però ho cercato di riporli con cura, e ora li osservo, con affetto e nostalgia, e mi verrebbe voglia di non limitarmi a rimirarmeli, ma di provare ad indossarli.
Ma temo che non mi entrino più, purtroppo.
Sono abiti non più di moda, abiti di un decennio che oggi molti considerano il seme dell’attuale sfascio, l’inizio del rampantismo sociale che vide emergere i primi yuppies, che rovesciò le prospettive in tutti i campi: perfino la droga, che prima di noi era l’extrema ratio a disposizione dei perdenti per evadere dalla realtà, cominciò a diventare l’arma dei vincenti per immergersi e piegare quella stessa realtà.

Anni in cui convivevamo con lo spettro della bomba atomica, in cui la guerra fredda faceva da contraltare al nostro calore di adolescenti, miscelando tutto in un grande tiepido.

Ma di quel tepore che ancora oggi, al ricordo, riscalda il cuore.



Marcello Carrozzino, Quinta B, Anno Scolastico 1987-88






Postilla:
Tutti noi abbiamo avuto una sorta di età dell’oro che si situa, variamente, nell’arco della nostra vita. Per alcuni tale età deve ancora arrivare, altri, fortunati, ne hanno vissuta o ne vivranno più d’una. Ho sempre ritenuto questo periodo la mia età dell’oro, il mio Sabato del villaggio. Non credo che la mia vita sia già giunta al lunedì, anzi: penso di essere nel pieno del dì di festa e sarà bene goderselo fino in fondo.
Ma, naturalmente, le speranze del sabato non torneranno mai più. Credo che la fine dell’adolescenza avvenga quando si capisce che le parole “per sempre” sono solo un artificio grammaticale e che la maturità inizi compiutamente solo quando si capisce che, invece, le parole “mai più” possono diventare sorprendentemente, e senza preavviso, reali. Altre volte in passato mi è capitato di provare nostalgia per questo Sabato, spesso in concomitanza con eventi fondamentali, quelli che segnano uno spartiacque, nel bene o nel male, tra un “prima” e un “dopo”. Mai prima d’ora però avevo sentito il bisogno di fermare questa nostalgia in un’istantanea, e suppongo che l’avvento di Facebook, che ha dato la possibilità di poter condividere “virtualmente” queste impressioni con chi le aveva già condivise, realmente, nel passato, abbia giocato un ruolo importante, quasi liberatorio nel passare dall’autoerotismo della memoria all’orgia collettiva dei ricordi.
Una persona che lavora con le parole infinitamente meglio di come faccio io, ha detto che scrive del suo passato per trattenere con sé le persone che non ci sono più, quelle “con la cui assenza non riesce a far pace”. Fortunatamente la gran parte delle persone che hanno fatto parte della mia vita ci sono ancora, ma realisticamente devo ammettere che la probabilità di incontrare ancora molte di loro è così piccola da essere insignificante;  e dunque devo, e dovrò, fare ugualmente i conti con la loro assenza. Alcune di queste persone hanno rappresentato molto per me, e con la loro distanza non riesco a far pace. Sentirle attorno a me mentre ne scrivevo è stato molto bello. In futuro potrò rileggere queste righe, e forse proverò ancora delle emozioni, ma sicuramente non saranno forti come quelle provate mentre vedevo le lettere comparire ad una ad una e formare i contorni di questi ricordi, sempre più netti, sempre più concreti, sempre più presenti.
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