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E-Bow: the letters
 
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Monday, March 25th, 2013
12:49 pm
Il grande tiepido - V
I momenti della vita sono un po’ come gli abiti.
Li indossi mentre li vivi e non ci fai neanche caso.
Dopo un po’ non ti interessano più:
ce ne sono degli altri, più nuovi, più belli, più importanti.
Dopo molto tempo, ti vengono in mente e li cerchi.
Se li hai riposti con cura, li ricordi, li ritrovi: li puoi anche indossare.
Se non l’hai fatto, li hai persi per sempre.




Il grande tiepido
Frammenti di adolescenza liceale
12,15 – Quinta e ultima ora


“Nights as I sleep, I hear that whistle whining; I feel her kiss in the misty rain”
(Downbound Train, Bruce Springsteen, 1985)

E così di anno in anno, di gruppo in gruppo, di festa in festa arrivò l’ultimo anno di Liceo.
Un anno particolare, naturalmente.
Ci fu l’esame di maturità, sì, ma quello è stato un effetto collaterale.

L’unico, vero motivo che rende indimenticabile l’ultimo anno delle superiori è la gita scolastica.

L’anno precedente, le quinte erano state in gita nientemeno che ad Atene. Avevo molti amici nelle classi “superiori” alla nostra, in parte per motivi teatrali, in parte per la presenza di Siro, il mio amico storico che ho involontariamente inseguito nelle sua scelte fin dai tempi delle scuole medie. Sono stato suo braccio destro nella direzione di “Radar”, kuasiperiodico di assoluta attualità - edito per un solo anno ma di grande successo tra gli studenti - e avrei dovuto succedergli nel ruolo per “Logos”, in concomitanza con l’inizio dei suoi studi universitari. Era però necessario  trovare per “Logos”, così come fatto per “Radar”, un adeguato sottotitolo che ne evidenziasse la periodicità e lo spirito. Andò a finire che, in piena crisi creativa, decisi di aprire a caso un vocabolario nel quale pescare una serie di parole di cui Siro, di volta in volta, testava a voce alta l’effetto che produceva.
Io leggevo: autarchico. E lui: bimestrale autarchico.
Io: meticoloso. E lui, cambiando tono: bimestrale meticoloso.
Io: motoretta. E lui, come se fosse stata la cosa più naturale del mondo, in un tono da lancio promozionale: bimestrale motoretta !
Non credo di aver versato mai tante lacrime dal ridere come quella volta, sebbene gli astanti fossero colti da più di un dubbio circa la nostra sanità mentale.

Ma ho divagato.

Avendo sentito mirabilie sulla gita e su Atene, noialtri avevamo fissato irrinunciabili target di altissimo livello: come minimo un mese a New York o, in subordine, Parigi. Considerando che l’evoluzione delle mete delle nostre gite, a partire dal primo anno, era stata: Roma, Napoli, Taranto, Bari, realizzammo velocemente che si trattava di obiettivi irrealizzabili, specie viste le esangui casse liceali. Decidemmo allora di organizzare un evento per autofinanziarci la gita: sarebbe stata la festa più enorme e spropositata del decennio, con migliaia di sandwich senza affettati, ettolitri di sangria, luci psichedeliche e musica.

Nelle nostre aspettative doveva essere come un High School Prom.
Venne fuori invece una specie di Rave, che però fece ugualmente epoca.

Una settimana prima di Natale praticamente tutta la popolazione studentesca del paese si ammassò nell’auditorium del Liceo Classico, gentilmente concessoci per l’occasione. Facevo parte del secondo livello del comitato organizzatore; in realtà ero nel primo, ma l’influenza mi mise k.o. per una buona settimana e dunque non partecipai a molte delle riunioni “clou” del comitato. In compenso, nel dopo festa, partecipai con lena e ramazza all’operazione netturbinica necessaria per scrostare i residui dell’immensa calca umana da muri e pavimenti. In quell’occasione decisi di adottare una implacabile marcatura a zona, proposito che durò il tempo di intravedere nella ressa la più volte citata donzella. Da quel punto in poi il resto della festa, per me, si svolse nel suo intorno, fatta eccezione per alcuni sani momenti di goliardia che mi fecero appurare la scarsa impermeabilità dei miei abiti. L’incasso della serata era sufficiente per finanziare buona parte di una gita verso una meta “dignitosa”. Ma lì accadde il patatrac: tutte le persone che, per colpa o per ignavia, si erano disinteressate delle incombenze organizzative o igieniche della festa saltarono su pretendendo di avere voce in capitolo nella gestione della somma. Dopo alcune aspre discussioni, il comitato decise alla fine di devolvere quasi tutta la cifra in beneficienza, fatta eccezione per una piccola quota che finanziò una cena riservata a chi aveva effettivamente lavorato per l’evento.



“And I'm waiting for you; with or without you, I can't live with or without you”
(With or Without You, U2, 1987)

Eravamo però punto e daccapo. Facendo la media tra i soldi a disposizione della scuola e quelli delle famiglie dovemmo orientarci verso mete via via più realistiche, passando in breve dall’ipotesi ”settimana in Veneto” a quella “quattro giorni in Toscana e ci va pure di lusso”, esattamente nei luoghi dove poi avrei passato il resto della mia vita. Non solo ma, viste le defezioni, la gita fu allargata anche alle quarte, altrimenti non saremmo riusciti a riempire nemmeno un pullman. A dirla tutta quand’anche la gita fosse consistita solo nel viaggio in pullman e qualche notte in albergo nella più disastrata meta della penisola, sono convinto che ne avremmo ugualmente ricavato la stessa quantità di divertimento.

In gita mi trovavo per la prima volta, contemporaneamente, insieme ai miei compagni di classe e ai miei compagni di “vita” e, salomonicamente, decisi di trascorrere le giornate insieme ai primi e le notti insieme ai secondi.  In pullman dichiarammo la composizione delle stanze e subito i professori individuarono un problema in tre di queste stanze, che rischiavano di diventare focolaio di tumulti. Fu quindi deciso che i componenti di queste tre stanze a rischio, tra i quali mi pregio di essere stato incluso, fossero isolati dagli altri gitanti perché questi non venissero contaminati. La collocazione fu dunque: reietti al primo piano, resto del mondo  al secondo piano. All’arrivo in albergo a Montecatini, salutati gli amici dai quali con tanta pervicacia eravamo stati separati, ci incamminammo con un velo di tristezza verso il nostro esilio.

All’arrivo al secondo piano non potemmo fare a meno di sgranare gli occhi.

Davanti a noi si parava un intero istituto magistrale di Pordenone, tutte ragazze di notevole presenza e gagliarda intraprendenza, alcune delle quali, adocchiata la chitarra che intracollavo a guisa d’arma, ci salutarono con grande espansività e, dato che stavano uscendo per un’escursione serale, ci diedero appuntamento più tardi nella loro camera che si trovava, manco a dirlo, esattamente di fronte alla stanza dove io, Muffin, Del Piero e Testa eravamo alloggiati.

Non nego che accogliemmo quell’evento come testimonianza tangibile dell’esistenza di un’intelligenza superiore e benedicemmo la provvida decisione punitiva dei nostri professori.  Nel frattempo prendemmo confidenza con l’ambiente.

Nella stanza accanto alla nostra Zazzà prenotò il posto superiore del letto a castello producendosi in un fosbury di alta scuola che piegò a V la barra trasversale della branda. Pressoché contemporaneamente, Testa, entrando nel bagno della nostra camera, divelse involontariamente la soglia di travertino che separava la toilette dal reparto notte. Non nego un po’ di rudezza nei nostri modi, ma va riconosciuto che l’albergo era una vera chiavica. Per finire Nordovest, chiuso dai suoi compagni fuori della stanza, ebbe modo di far conoscere all’intera Montecatini, e a parte del circondario, la potenza della sua voce baritonale emettendo ruggiti che, nella sua idea, avrebbero dovuto incoraggiare i suoi coinquilini a farlo rientrare nella comunità. Credo che ancora oggi, nelle notti di luna piena, nei corridoi di quell’albergo (sempre che non sia imploso dopo la nostra partenza) riecheggino gli ululanti “Diggggggiòòòòòòò” cadenzati da Nordest ad intervalli regolari, prima di virare verso un più mite “Ehm, Lori, apri la porta?” non appena ebbe notato l’albergatore che, richiamato dalle urla soprannaturali, si era precipitato al piano armato di doppietta.


“You give me a reason to live , sweet darling“
(You can Leave your Hat on, Joe Cocker, 1986)


La sera, al ritorno delle ragazze, le stesse bussarono alla nostra porta invitandoci a portare nella loro stanza una folata di mascolina musicalità che loro avrebbero ricambiato con un’opposta folata di femminile alcolicità.

Si prospettava la gita più memorabile della storia dei licei scientifici del regno.

Con matura nonchalance ci presentammo in boxer e chitarra pronti alla pugna, mentre le fanciulle friulane stavano già mescendo cocktail a base di vodka. Mentre la nostra meritoria opera di conciliazione degli opposti estremismi geografici stava giungendo al punto caldo, all’improvviso la porta della stanza si aprì rivelando l’albergatore che, armato stavolta di apposito professore di Pordenone, ci ricacciò nella nostra stanza chiudendo a chiave, con l’approvazione del corpo docente, la camera delle delizie promesse.

Non ci demmo per vinti. Quando la ronda nel corridoio terminò, tentammo con ogni mezzo a disposizione di scassinare la serratura di castità senza però riuscire nell’intento. Valutammo anche l’ipotesi di abbattere la porta, ma perfino noi avemmo un soprassalto di civiltà. Non restava che una soluzione: aggirare l’ostacolo. Il ballatoio fuori della finestra era molto largo e provammo a verificare la possibilità di costeggiare l’edificio per ricongiungerci all’allegra brigata. Non andammo al di là di un’irruzione nella stanza attigua, facilitata dall’apertura della finestra delle legittime inquiline, dello stesso istituto magistrale ma di minore disponibilità. Pur demordendo solo quando ormai albeggiava, dovemmo rassegnarci a vedere sfumare quella che prometteva di essere una serata indimenticabile. L’indomani mattina le fanciulle tornarono in patria e ogni tentativo di stabilire un gemellaggio (cosa che, intesa alla lettera, avrebbe rappresentato l’esito più probabile, visto l’esubero di produzione seminale di quei tempi) sarebbe stato vano.

Il nostro astio verso l’albergatore, che direi giustificato, raggiunse il parossismo la sera successiva quando, tornando da un ottimo concerto di Joe Cocker, trovammo un perfetto sacco fatto ai nostri letti. Naturalmente degli esseri raziocinanti avrebbero dovuto immaginare che difficilmente un albergatore fa il sacco al letto dei suoi clienti, ma in quel momento se ci avessero detto che l’oste era il mostro di Firenze non avremmo esitato a crederlo ciecamente. E fu quindi organizzato un atto dimostrativo di ritorsione. Durante la giornata avevamo identificato la posizione della dispensa e, quella notte, un raid punitivo catturò tre maxivaschette di svariati chili di gelato. Naturalmente, pur con tutta la buona volontà di criminali in erba, non riuscimmo a finirne nemmeno una. Presto sorse il problema di come smaltire i rifiuti che costituivano prova evidente della nostra delinquenza. In realtà quasi tutti decidemmo di fregarcene altamente, tranne Camplone che in quell’occasione si guadagnò il meritato soprannome di “Squagghione” per essere riuscito, per l’appunto, a squagliare in tempi relativamente brevi circa dodici chili di gelato sotto l’acqua corrente. Investito dal sacro furore, e timoroso delle possibili conseguenze penali del nostro crimine, Squagghione riuscì a eliminare anche ogni traccia delle vaschette, ritagliandole con infinita pazienza in sottile striscioline facilmente stoccabili.

Avevamo, nel frattempo, individuato il reale autore dello scherzo del sacco ai letti. Trattavasi di Carrizo, personaggio caratterizzato da un sovrappeso lieve, ma sufficiente per suscitare lo sdegno del Muffin che, con gli occhi iniettati di furore ascetico, esclamò: “Ammazziamo il vitello grasso!” e delineò una possibile rappresaglia. Ometterò i particolari più cruenti, ma voglio che sappiate che il palloncino che, durante il viaggio di ritorno, scoppiò nello zaino del lettosaccaro non conteneva acqua.

Anche se da queste righe non traspare, c’è stato naturalmente anche un lato culturale della nostra zingarata. E, anzi, le bellezze ammirate in Toscana hanno portato la maggior parte di noi a sceglierla come sede universitaria e in molti casi come luogo di vita. Ma naturalmente i ricordi più indelebili sono associati agli amici e alle cazzate fatte insieme. Cazzata è proprio il termine adatto, se penso al gigantesco fallo disegnato dai nostri corpi composti a mosaico sul sacro suolo dei Piazza dei Miracoli, un fulgido esempio di arte impressionista che diventava palese solo se ammirato dal corretto punto di vista, che in quel caso era esattamente corrispondente alla sommità della Torre Pendente. E non esito a definirci temerari quando penso che, pur da pugliesi, ma contaminati dal virus degli Amici miei, tentammo con successo un’elaborata supercazzola (in trasferta, e proprio nei sacri luoghi!) ai danni di un posteggiatore che si fece in quattro per indicarci dove si trovava Via Antani.

La nostra gita-distruzione volgeva ormai al termine ed era ormai evidente che l’apostrofo era del tutto superfluo. Lasciammo l’albergo con una lista di piccoli danni e un messaggio all’albergatore che Testa lasciò sulle pareti del bagno utilizzando all’uopo un tubetto di dentifricio. Il messaggio, che potrei definire una cartolina, non lasciava dubbi sui sentimenti della stanza, della scuola e dell’intera nostra cittadina verso il locandiere e la sua stirpe. Naturalmente la conseguenza di queste azioni fu la reazione disgustata del Preside che promise l’addebito dei danni sui nostri conti, ma non ricordo bene come andò a finire. Mi sembra di rammentare che, forse, i danni fecero pari con tutta una serie di inadempienze contrattuali, e comunque la cosa si esaurì da lì a poco.



“Io sto uguale adesso, penso che chissà quante volte hai riso tu di me”
(Ridere di Te, Vasco Rossi, 1987)

Rimaneva solo da espletare la piccola formalità degli esami di maturità prima di salutare per sempre l’età beata dell’immaturità.

E, modestamente, anche qui riuscimmo a segnalarci per eccezionalità.

L’anno precedente quello dei nostri esami si verificò un exploit rilevante nella nostra scuola: ci furono otto “sessanta” su una quarantina di studenti. In parte la prodezza fu resa possibile da un’obiettiva concentrazione di intelligenze, in parte forse dai buoni uffici del membro interno, l’ex-sindaco Tirano che, ferunt, esercitò con successo la sua consumata arte diplomatica. Naturalmente come prima cosa ci preoccupammo di fare in modo che tale prezioso membro interno rimanesse in carica, formulandogli richiesta esplicita in tal senso e ottenendo il suo beneplacito. La richiesta avvenne da parte dell’altra quinta, che formalmente lo aveva come professore, mentre noi ci assicurammo le prestazioni di Romoletto, sempre disponibile e paterno con ognuno di noi e, quindi, perfetto per il ruolo di patrocinatore. Forti dell’assenso del podestà, l’altra classe si concesse il lusso di rifiutare esplicitamente, e con un certo clamore, la disponibilità della Sensibile, che fu gelata con parole di questo tono: “Ci dispiace professoressa, ma in questi anni ha dimostrato di fare preferenze tra di noi e non la riteniamo adatta per il compito”.  Ad un giorno dall’inizio dell’esame ci venne naturalmente comunicato che il primo cittadino defezionava. E in sua vece veniva nominato membro interno la professoressa Sensibile.

Le prime perline di sudore cominciarono a intravedersi sulla nostra fronte.

La commissione era composta da un amabile professore di Inglese, da un professore di Tedesco dall’aria familiare, da un’arcigna professoressa di Matematica e Fisica, dal presidente, professore di Storia e Filosofia, e da una professoressa di Lettere coetanea di D’Annunzio, cui probabilmente era stata sentimentalmente legata.

Successe di tutto.

L’aria familiare del professore di Tedesco era dovuta al fatto che si trattava del marito della professoressa di Tedesco del Liceo. Dopo gli scritti, e reso noto il conflitto di interessi, lo stesso venne esautorato a favore del nipote di Heinrich Himmler. Nel frattempo lo scritto di Matematica fu un successo grosso modo per tutti, anche per il fatto che quelli che erano stati in grado di completarlo non lesinarono una mano agli altri. Questo indispettì l’euclidea professoressa che, a quanto mi riferirono, decise di smantellare quelli che secondo lei facevano parte del gruppo di Aiutatori Anonimi, gruppo del quale facevo orgogliosamente parte. Tanto ci prese gusto che, mentre il professore di Inglese mi intervistava con paterna benevolenza, la signora partecipò attivamente all’interrogazione cercando, fortunatamente con scarso successo, di mettermi in difficoltà. L’interrogazione di Italiano filò invece più liscia, tra lo stupore della professoressa che non si capacitava, nonostante la mia buona media, che io fossi lo stesso cui aveva dato quattro (4) al compito di italiano.

Il primo e unico quattro di tutta la mia carriera scolastica: avevo scelto con grande tempismo l’occasione giusta.

All’epoca mi venne rimproverata esplicitamente la punteggiatura, che naturalmente non poteva essere la sola causa di un voto così negativo. Ho sempre desiderato rileggere quel tema per capire quali castronerie, evidentemente pure fortemente sgrammaticate, potevo aver scritto per conseguire quel roboante risultato. Dopo venticinque anni sono venuto a sapere che probabilmente la Duse aveva considerato la mia dissertazione come “fuori tema”. La traccia che avevo scelto era quella di “attualità” e riguardava l’ecologia, tema che avevo trattato probabilmente con eccessiva disinvoltura, citando anche racconti di fantascienza di Asimov che, mi sembra di ricordare, effettivamente non facevano parte del programma ministeriale. Non andò molto diversamente per gli altri miei compagni, alcuni stroncati all’esame (per la cronaca, mi dissero che la Sensibile interrogò personalmente i “suoi” alunni, diventandone volenterosa carnefice), altri invece penalizzati dai giudizi non esaltanti degli scrutini di fine anno.


“All the dreams that we were building, we never fulfilled them. Could be better, should be better”
(Lessons in love, Level 42, 1986)

Il voto mi venne comunicato mentre ero già in vacanza. Telefonai a Romoletto che, impacciato e quasi giustificandosi, mi disse che avevo preso cinquantaquattro. Considerando che ero uno dei candidati al sessanta la notizia non mi riempì esattamente di gioia, né mi consolò il fatto che quello fosse stato il voto più alto concesso, onore condiviso con l’altra mia compagna candidata all’en plein. Nell’immediato dopo esame mi furono rivelati un po’ di roventi retroscena su ciò che si svolse in commissione, ma sinceramente ne ho scarsa memoria anche perché volli lasciarmi in fretta alle spalle quella che, con saggezza, considerai solo come la prima di una lunga serie di insederate che la vita mi avrebbe potuto riservare.

Forse per questo, forse per l’attenzione che richiese la nuova parentesi della mia vita, l’università - non solo in termini di studio ma anche e soprattutto in termini di cambiamento di vita, luoghi, amici, occupazione - mi capitò colpevolmente di allentare troppo velocemente i legami con la scuola, con gli amici, con i professori, e chiedo scusa a tutti quelli che non sono riuscito qui a citare o a ricordare, e che voglio rammentare almeno con una veloce scansione di un’ideale foto di classe che, in effetti, non ho: i “ripetenti” professionisti, Ciretto, Di Pietro, e la Fatina, principalmente dediti alle antiche pratiche medicinali del “salasso”; Lucchetto e il suo umorismo  “noir”; le ragazze - da me qui colpevolmente trascurate quasi in blocco perché, come ha commentato di recente una di loro, all’epoca, pur volendoci molto bene, “eravamo come l’acqua e l’olio” – Antonè e Antoniè, le pluri rappresentanti di classe; la Saint-Croix, Purezza, e Salute, presenze discrete e rassicuranti; Merceria, con le sue abituali aspersione di lacrime; la Decana, che ci faceva da sorella maggiore;  la Mole, uno dei rari casi di emigrazione al contrario; e tutti quelli che abbiamo perso per strada, come Eveloce, la Bella e l’Imperatore.
Nei primi ritorni a casa, che all’inizio furono frequenti, mi accadde naturalmente di incontrarmi con molti di loro ma, in qualche modo, quegli abiti non mi interessavano più: ne erano arrivati degli altri, più nuovi, che mi sembravano più belli, più importanti. Però ho cercato di riporli con cura, e ora li osservo, con affetto e nostalgia, e mi verrebbe voglia di non limitarmi a rimirarmeli, ma di provare ad indossarli.
Ma temo che non mi entrino più, purtroppo.
Sono abiti non più di moda, abiti di un decennio che oggi molti considerano il seme dell’attuale sfascio, l’inizio del rampantismo sociale che vide emergere i primi yuppies, che rovesciò le prospettive in tutti i campi: perfino la droga, che prima di noi era l’extrema ratio a disposizione dei perdenti per evadere dalla realtà, cominciò a diventare l’arma dei vincenti per immergersi e piegare quella stessa realtà.

Anni in cui convivevamo con lo spettro della bomba atomica, in cui la guerra fredda faceva da contraltare al nostro calore di adolescenti, miscelando tutto in un grande tiepido.

Ma di quel tepore che ancora oggi, al ricordo, riscalda il cuore.



Marcello Carrozzino, Quinta B, Anno Scolastico 1987-88






Postilla:
Tutti noi abbiamo avuto una sorta di età dell’oro che si situa, variamente, nell’arco della nostra vita. Per alcuni tale età deve ancora arrivare, altri, fortunati, ne hanno vissuta o ne vivranno più d’una. Ho sempre ritenuto questo periodo la mia età dell’oro, il mio Sabato del villaggio. Non credo che la mia vita sia già giunta al lunedì, anzi: penso di essere nel pieno del dì di festa e sarà bene goderselo fino in fondo.
Ma, naturalmente, le speranze del sabato non torneranno mai più. Credo che la fine dell’adolescenza avvenga quando si capisce che le parole “per sempre” sono solo un artificio grammaticale e che la maturità inizi compiutamente solo quando si capisce che, invece, le parole “mai più” possono diventare sorprendentemente, e senza preavviso, reali. Altre volte in passato mi è capitato di provare nostalgia per questo Sabato, spesso in concomitanza con eventi fondamentali, quelli che segnano uno spartiacque, nel bene o nel male, tra un “prima” e un “dopo”. Mai prima d’ora però avevo sentito il bisogno di fermare questa nostalgia in un’istantanea, e suppongo che l’avvento di Facebook, che ha dato la possibilità di poter condividere “virtualmente” queste impressioni con chi le aveva già condivise, realmente, nel passato, abbia giocato un ruolo importante, quasi liberatorio nel passare dall’autoerotismo della memoria all’orgia collettiva dei ricordi.
Una persona che lavora con le parole infinitamente meglio di come faccio io, ha detto che scrive del suo passato per trattenere con sé le persone che non ci sono più, quelle “con la cui assenza non riesce a far pace”. Fortunatamente la gran parte delle persone che hanno fatto parte della mia vita ci sono ancora, ma realisticamente devo ammettere che la probabilità di incontrare ancora molte di loro è così piccola da essere insignificante;  e dunque devo, e dovrò, fare ugualmente i conti con la loro assenza. Alcune di queste persone hanno rappresentato molto per me, e con la loro distanza non riesco a far pace. Sentirle attorno a me mentre ne scrivevo è stato molto bello. In futuro potrò rileggere queste righe, e forse proverò ancora delle emozioni, ma sicuramente non saranno forti come quelle provate mentre vedevo le lettere comparire ad una ad una e formare i contorni di questi ricordi, sempre più netti, sempre più concreti, sempre più presenti.
Thursday, March 21st, 2013
11:20 am
Il grande tiepido - IV
I momenti della vita sono un po’ come gli abiti.
Li indossi mentre li vivi e non ci fai neanche caso.
Dopo un po’ non ti interessano più:
ce ne sono degli altri, più nuovi, più belli, più importanti.
Dopo molto tempo, ti vengono in mente e li cerchi.
Se li hai riposti con cura, li ricordi, li ritrovi: li puoi anche indossare.
Se non l’hai fatto, li hai persi per sempre

Il grande tiepido
Frammenti di adolescenza liceale
11,15 – Quarta ora
“I finally took a moment and I'm realizing that you're not coming back”
(All At Once, Whitney Houston, 1987)


Trecci, il nostro insegnante di educazione fisica, aveva conosciuto senz’altro tempi migliori. Quando io ho frequentato il Liceo, era ormai ad un passo dalla pensione e aveva dei momenti in cui era vagamente assente dalla realtà. Ma non mancava di volerci coinvolgere in iniziative lodevoli. All’inizio del secondo anno prese un bel foglio a quadretti, segnò i cognomi di tutti e ci chiese, uno per uno, quale sport avremmo desiderato fare, promettendo che avrebbe fatto di tutto per poterci accontentare. Solo i primi interrogati diedero delle proposte sensate e plausibili.  Ben presto il tenore delle risposte si attestò su: badminton, hockey su ghiaccio, motocross. Io proposi l’harpastum, ma a voce troppo bassa per farmi sentire e, a reiterata richiesta, optai per un più rassicurante baseball, ugualmente improbabile dalle nostre parti. La nostra attività fisica era comunque limitata; l’attesa di una vera e propria palestra durò per quattro anni nei quali l’esito delle ore di ginnastica poteva essere solo il calcio, in un campetto attiguo alla scuola, o il sonno in classe quando malauguratamente pioveva. Il povero Trecci, in questi casi, si addormentava davvero e della grossa. Una volta qualcuno, non ricordo bene chi, gli avvicinò all’orecchio un orologio digitale in pieno trillo da sveglia e, infatti, Trecci si svegliò di colpo. Riuscimmo a fargli credere che era il suo orologio ad aver emesso quel trillo e lui, con espressione candidamente stupita e ancora assonnata, si domandò:  “E come è possibile, non ha mai suonato !?!”.
L’ultimo anno avemmo infine la sospirata palestra nella quale ci dividevamo tra pallavolo e basket, ma solo quando il professore era presente. Quando non c’era, naturalmente, lo sport in atto si trasformava subitaneamente in calcetto indoor. Una volta il pallone da pallavolo, calciato con sovrumana potenza, andò a finire in uno dei recessi irraggiungibili del soffitto e fu perso per sempre. Quando il prof tornò dal suo pisolino e ce ne chiese ragione, Michè riassunse perfettamente la situazione con: “Professò, il Mikasa non rincasa!”, con ovvio riferimento al famoso brand.

Alla palestra sono legati alcuni momenti meravigliosi. Di uno, rilevante per motivi sentimentali, ho già parlato in precedenza, mentre gli altri riguardano fondamentalmente Nicola, il custode della palestra.
Era un omarino, costui, anch’egli vicino alla pensione e sempre però desideroso di farsi sentire vicino ai ragazzi, spesso utilizzando all’uopo allusioni sessuali che causavano il nostro divertimento. Come quando, descrivendo la sua prima notte di nozze, asserì di essersi recato nel talamo nuziale e di aver ivi trovato la moglie disposta “come un libro aperto”. Questo il dialogo che fra i due seguì, nel suo ricordo mediato dal mio ricordo:

-          Nicò, e c’aggia fa mò?
-          Come, non lo sai?
-          Andò me l’aja mette ‘stu pezzo di carne?
-          Tu l’aja sapè ‘ndo te l’aja mette.

E via discorrendo. Più che dauna, la parlata di Nicola era specificamente garganica, ma abbisogna probabilmente anch’essa di traduzione. Mi limiterò a riportare la perplessità della signora sulla precisa strategia di integrazione uomo-donna e sulla collocazione dei relativi benefit, cui Nicola non seppe dare una riposta scientificamente valida demandando l’iniziativa alla sua signora.
I suoi amarcord boccacceschi sollecitarono anche le burle di giovinette intraprendenti, come quella che una ragazzina, decisamente minorenne, realizzò facendosi trovare negli spogliatoi della palestra alla fine dell’ora. Il dialogo che segue ci fu riportato da lui, e questo lo ricordo parola per parola:

-          Nicò, ci hai da accendere?
-          Sì.
-          E perché non m’accendi pure a me?
-          Ueh, ma che dici?
-          Nicò, a me mi piacciono gli uomini anziani.
-          Meh, caminavafangulamammeta. Stùbbita!

Credo che stavolta la traduzione non sia necessaria.

E anche per oggi la giornata è finita, è ora di tornare a casa.

“Well it seems that I'll always think of you and, forever, the colours around my heart start falling apart”
(Will you remember, Eight Wonder, 1987)

L’uscita di scuola era sempre un bel momento. Come per la ricreazione, anche in questo caso era lecito mescolarsi alle altre classi, o all’altro istituto, per rinnovare i contatti creati qualche ora prima.
Per un breve periodo di tempo ebbi il piacere di condividere la passeggiatona in salita, che portava dalla scuola verso il centro del paese, con la Ragazzina dai capelli biondi; in generale, però, questo momento era condiviso con gli amici o utilizzato, per l’appunto, per estendere la rete dei rapporti sociali. Laddove per rapporto sociale si intenda tutto ciò che è propedeutico ad un rapporto sessuale. Che peraltro, ammetto, negli anni del liceo fu per me semplicemente un asintoto, un obiettivo ideale da raggiungere.
Altri amici, invece, l’avevano già raggiunto. Alcuni grazie alla “regolamentare” relazione sentimentale con la propria fidanzata, altri magari attraverso “navi scuola” di ampia disponibilità. Ricordo ancora come uno dei miei amici mi descrisse, con perplessità,  la sua avventura con tale Rosalbona, un bastimento molto popolare nel suo territorio. Pare, infatti, che, dopo aver dato tutto se stesso, al termine della prestazione il mio amico si mostrasse vieppiù affannato e sudato, ricevendo per tutto ringraziamento il commento sprezzante di Rosalbona: “Ih, pe’ dec’minute de ‘sta skifezza?”. Va anche detto che la mia generazione è entrata nell’adolescenza esattamente in contemporanea con l’arrivo dell’Aids e immagino che questo, insieme alla più bacchettona corrente morale post-sessantottina, abbia un po’ alterato il quadro della nostra crescita sessuale. Naturalmente, immortali come tutti gli adolescenti, per noi l’Aids era solo un nome, quattro lettere che pronunciavamo fra l’altro come parola intera: “aiz”, e non compitandola come sigla. E quando ci capitava di essere tra i pochi a fare l’ultim’ora a scuola, mentre le altre classi uscivano, io, Antò, Michè ed altri compagni di squilibrio, ci affacciavamo alla finestra per fare una serenata inversa agli studenti che risalivano il viale, dedicando loro questi versi cantati sull’immortale melodia di Elisabetta Viviani: “Aids! Aids! Ti sorridono i montiz! Aids! Aids! Le caprette ti fanno ciaoz!”. Ad aumentare la stupidéra, ogni “z” era pronunciata molto liquida in modo da irrorare di saliva tutte le persone circostanti, fondendo in questo rito liberatorio anche l’altra consetudine, fra noi molto in voga in quegli anni, che riprendeva l’indimenticabile scena di Totò a Colori nella quale il Principe, con scaltra espressione di malcelato compiacimento, diceva al suo interlocutore: “Se io ho una mano leggera? Venga qua… Venga qua: TZZH !!!” centrandogli in pieno la pupilla sinistra.

Arrivati al termine della salita, le strade di molti di noi si separavano. I compagni residenti nei paesini limitrofi salivano sui pullman che li portavano a casa, e lì vivevano un extra-time delle nefandezze scolastiche di cui sono stato testimone anche io qualche volta, nelle occasioni in cui venivo invitato a pranzo dai miei compagni più cari. Sul pullman per Volturino, in particolare, c’erano essenzialmente due tormentoni. Il primo consisteva nello schiaffeggiare sistematicamente qualsiasi mano che venisse appoggiata in un punto visibile, cosa che avveniva molto spesso visto l’esubero di persone rispetto ai sedili e la conseguente presenza di una folla di viaggiatori in piedi costretti a formidabili giochi di equilibrio. Ad ogni curva (e su una strada di montagna i tornanti sono tanti) qualcuno era obbligato ad appoggiarsi da qualche parte per non ruzzolare per terra. E a quel punto: SCIAF!  Il secondo rito aveva luogo quando qualcuno alterava il delicato equilibrio termodinamico del convoglio immettendo nell’ambiente quantità imprecisate di olezzanti sostanze gassose autogene. La maggiore concentrazione di tali sostanze nell’intorno del produttore induceva tosto il suo vicino a chiederne conto al sospettato (“Ha’cacat?”), subito dopo a tentare di inchiodare l’indiziato per cogliere conferma della colpa sul suo volto, solitamente avvilito (“Ha’cacat ????”) e infine ad additare il conclamato colpevole al ludibrio e alla riprovazione della turba (“Ha’cacat !!! Ha’cacat !!!”).

Gli autoctoni come me, invece, passeggiavano fino a casa e si tuffavano prima degli altri nella confortante routine domestica. Talvolta capitava, per l’assenza di qualche professore, di uscire un’ora prima. In quel caso era prassi, specie in presenza del bel tempo, arrivare fino alla Villa non prima di aver effettuato una sosta ristoratrice per un panino al provolone da Iacovone o per i già citati cornetti alla panna, che tante e superflue calorie hanno elargito ai giovani di quel tempo.


“Si, la vita e' tutt'un quiz; e noi giochiamo e rigiochiamo”
(La vita è tutta un quiz, Renzo Arbore, 1987)

Il pomeriggio era dedicato a svolgere i compiti, che però, a meno di imminenti interrogazioni, non costituivano un impegno gravoso specie se, come facevo io, si studiava una certa materia solo per preparare un’interrogazione. Sono stato, mea culpa, sempre molto indolente; cominciavo sempre con le cose che mi piacevano, matematica, inglese o latino, insomma le materie che portavano a un qualche risultato tangibile: un esercizio riuscito, una traduzione etc. Poi venivano le materie in cui si doveva in qualche modo memorizzare delle nozioni, e lì, in assenza di probabilità di essere interrogato, semplicemente saltavo il tutto a piè pari. Questo comportava che, quando tale probabilità iniziava a manifestarsi, dovevo studiare in un colpo solo interi capitoli di roba perlopiù indigesta. La storia, in particolare, è stato sempre il mio incubo. Nonostante adorassi la materia, e mi capitasse a volta di leggermi in anticipo il libro all’inizio dell’anno, consideravo uno sforzo incompatibile con le mie forze il fatto di doverne memorizzare eventi e relative conseguenze. Alla fine avevo elaborato un metodo che mi consentiva di ricordare solo alcuni eventi e/o date fondamentali, riempiendo gli intermezzi con un mucchio di chiacchiere che pescavano nel mio repertorio di passate interrogazioni o di banalità di raccordo che, di solito, producevano l’effetto desiderato: un diffuso torpore e la percezione della mia competenza in materia.

Avevamo l’età in cui si usciva con il sole; specie in primavera, già dalle 17 in poi ci si rovesciava in villa e iniziava il grande gioco dell’agorazéin: camminare e chiacchierare del più e del meno. Parlo a nome dei maschietti, ma immagino che anche dall’altra parte le cose non fossero eccessivamente diverse: il più e il meno erano quasi invariabilmente le ragazze, con sprazzi di conversazione riservata ad altre passioni condivise, come il pallone o le moto. Capitava, seppur raramente, di intavolare discussioni su temi più nobili, ma quasi sempre questo capitava verso sera, quando gli argomenti più comuni iniziavano a languire. E comunque, che si parlasse di politica, di religione o di morte, tutto cessava esattamente nell’attimo in cui, anche solo con la coda dell’occhio, si intravedeva l’oggetto, o gli oggetti, del proprio desiderio, laddove oggetto va naturalmente inteso in senso grammaticale. Il plurale invece dipendeva dal tipo di marcatura che si adottava; io sono sempre stato abbastanza legato al gioco all’italiana, e dunque prediligevo la marcatura a uomo, anche se non asfissiante e dunque destinata il più delle volte a lasciare le maglie difensive sufficientemente aperte da consentire all’avversario di eludere il controllo. Altri invece marcavano a zona e monitoravano ogni possibile alternativa.

Mi diverte il pensiero che, per la maggior parte di noi, il tutto si risolvesse in una grande e improduttiva faticaccia.  Eppure, quanto mi mancano quei momenti in cui tutto sembrava possibile, in cui tutto poteva capitare da un momento all’altro. Momenti in cui bastava scorgere uno sguardo che incrociava il tuo per farti sentire sollevato dal suolo, in cui vi era totale assenza di malizia perché ogni azione aveva un fine sinceramente dichiarato, ossia conoscersi l’un l’altro, in ogni possibile senso.

E’ utile menzionare che raramente passavo le serate insieme ai miei compagni di classe; la nostra diversa collocazione geografica rendeva infatti complicato frequentarsi anche dopo la scuola. E dunque il mio gruppo di amici, quello storico, quello che, anche se ormai più attraverso la rete che la realtà fisica, continua a frequentarsi e volersi bene, era composto di liceali, ma di altre classi e addirittura di altri licei. Il nucleo che rimane nella mia memoria è quello che, recentemente, ho rivisto immortalato in una foto scattata al Castello in una bella giornata di sole di Gennaio. Il gruppo ha avuto naturalmente nuovi ingressi e defezioni, ma se devo pensare agli “amici dei bei tempi” penso esattamente a quello eternato in quell’immagine, per la quale non sarò mai abbastanza grato al fotografo e a chi l’ha condivisa, facendomi ringiovanire di colpo di venticinque anni. Sono gli amici con cui ho fatto le scampagnate, le zingarate, i capodanni, le passeggiate in villa alla ricerca delle ragazze, le feste. Gli amici con cui ho condiviso gioie e pene d’amore. Nei mesi invernali godevamo anche del privilegio di avere un clebbino, una taverna di proprietà del Muffin, dotata di divani, caminetto e hi-fi. Ricordo infinite serate trascorse ad ascoltare “Sultans of Swing” ed esaltarsi dei virtuosismi di Mark Knofpler, a bere birra ed arrostire salsicce, a cantare e suonare la chitarra tentando di conquistare, riconquistare o, almeno, di creare l’atmosfera propedeutica alla conquista. Di chicchessia. Ricordo le speranze, le paure, la gioia e il dolore esplosivo, il desiderio della felicità ecumenica per la quale ogni tassello sarebbe andato al posto giusto per tutti: Ehilà con BiancaTesta, io con la mia Ragazzina dei Capelli Biondi, Muffin con la sua Santa degli Esplosivi, Amor Fino con Marisa, Testa con Debbi e magari Del Piero con l’Amica della Ragazzina, Antò con mia cugina, Michè con Laurè, e ogni altro abbinamento possibile, nonostante l’evidente asimmetria dell’amore e il fatto che nessuno di questi rapporti, reali o solo desiderati, sia sopravvissuto per più di pochi mesi . Da un punto di vista sentimentale, prima di maturare una visione più realistica e disillusa, ero esattamente come il Nanni Moretti di Bianca.

“Ogni storia ha i suoi no, ed ogni storia ha i suoi guai;  ogni storia ha i suoi giorni”
(Nella casa c’era, Zucchero, 1986)

Non mancavano naturalmente i momenti più spensieratamente allegri, come le feste. Erano occasioni così interessanti che ci facemmo un vanto del non mancare mai a nessuna di esse, soprattutto se non eravamo stati invitati. La nostra strategia prevedeva la presenza di un basista che ci indicasse luogo e ora, e che successivamente ci accogliesse con calore nell’attimo in cui, indesiderati ospiti, facevamo il nostro inopinato ingresso nei locali dove avvenivano i bagordi. Essendo noi, ad un’attenta valutazione postuma, dei fessi, non tentavamo neanche di adottare un atteggiamento low-profile. Io avevo il compito di impadronirmi del potere musicale, che fosse uno strumento o l’immancabile stereo; Ehilà, il bello del gruppo, rompeva il ghiaccio con le ragazze; Amor Fino si dedicava al saccheggio delle derrate alimentari, adottando una tecnica di ottimizzazione delle risorse che consisteva nell’estrarre il ripieno dei sandwich e mangiarlo in loco, lasciando una giacenza di panini vuoti che destavano il disappunto dei successivi avventori. Una volta, in occasione di una festa particolarmente deprimente che si teneva in un attico di lusso con libagioni inutilmente pregiate - data la presenza di si e no 10 invitati, nessuno dei quali di sesso femminile - io e Testa ci sentimmo in dovere di movimentare il party intercettando, all’insaputa del festeggiato, chiunque passasse nei dintorni e invitandolo al baccanale. Nel giro di venti minuti il party era stato decisamente ravvivato, sebbene a prezzo della devastazione dell’attico e del proprietario che, tra le lacrime, tentava di mandare via la gente da casa sua.

A ripensarci, devo riconoscere che, pur se in buona fede (e non sempre lo si è), si può essere veramente stronzi. E chissà quante cose che ci apparivano divertenti o, comunque, innocue hanno provocato disappunto o addirittura dolore. Gli scherzi, i tradimenti, le persone prese e lasciate con disinvoltura; niente che non faccia parte della vita, anche da adulti, ma le ferite riportate in quel periodo credo lascino tracce più profonde e durature.

Ad ogni modo era prassi comune che nei gruppi ci fosse una solidarietà di genere, specialmente tra le ragazze. Quel tipo di solidarietà che porta  le adolescenti  a fruire all’unisono dei servizi igienici e, con la stessa coralità, ad entrare ed uscire dalle comitive degli amici per assecondare le storie d’amore che si concludevano e quelle che nascevano. Nella nostra ci furono almeno tre generazioni di ragazze; la prima fu quasi “instant” e ha lasciato tracce variabili, la seconda è quella della foto, quella a cui sono più legato, la terza, infine, fu forse anche più duratura, ma il gruppo cominciava già essere sparpagliato tra mille rivoli universitari e di fatto era un po’ come quando tra anziani si sta insieme, anche senza grande trasporto, per il piacere di farsi compagnia. Non a caso le amicizie sopravvissute, a livello collettivo, sono quasi invariabilmente monosessuate, mentre quelle etero sono fondamentalmente individuali.

Nel mio personalissimo diario dell’adolescenza, un terzo filone si intreccia a questi due, quello della radio. E’ un filone per me molto importante, che credo meriti una trattazione completamente a parte. Mi limiterò a dire che la mia attività radiofonica fu l’ideale complemento delle illusioni e delle delusioni che vivevo negli altri campi, e vi portavo dentro la mia passione per la musica, per l’informatica, per la demenzialità, così come i miei entusiasmi e le prostrazioni sentimentali che mi portavano a dedicare, a volte implicitamente a volte esplicitamente, intere selezioni musicali alla stessa persona che, sono certo, non l’ha mai saputo. Se mai ebbi qualche ascoltatore “affezionato” immagino si sarà chiesto chi era questo curioso omino bipolare che passava con così grande disinvoltura da irresistibili momenti di ridanciana allegria a periodi di nostalgica malinconia.

Ebbene, caro ascoltatore: quell’omino bipolare che si intravede sullo sfondo di questa sbiadita cartolina “songhe ije”.

(continua...)
Monday, March 18th, 2013
12:42 pm
Il grande tiepido - III
I momenti della vita sono un po’ come gli abiti.
Li indossi mentre li vivi e non ci fai neanche caso.
Dopo un po’ non ti interessano più:
ce ne sono degli altri, più nuovi, più belli, più importanti.
Dopo molto tempo, ti vengono in mente e li cerchi.
Se li hai riposti con cura, li ricordi, li ritrovi: li puoi anche indossare.
Se non l’hai fatto, li hai persi per sempre

Il grande tiepido
Frammenti di adolescenza liceale
10,10 – Terza ora

“Ain't no particular sign I'm more compatible with: I just want your extra time and your  kiss”
(Kiss, Prince, 1986)

Essendo passate le prime due ore, è finalmente arrivato il momento della ricreazione.

Non credo di esagerare se dico che quei dieci-minuti-dieci rappresentassero il momento centrale della giornata, e non solo per la loro collocazione temporale. La ricreazione era molto più che il momento in cui il cervello poteva riaccendersi dopo due ore di quiescenza, le gambe sciogliersi dopo 120 minuti di inattività, lo stomaco rifocillarsi, i reni riattivarsi dopo tanto trattenersi : era il momento in cui la rampante sessualità adolescente poteva finalmente estrinsecarsi al di là dei confini della classe.
Com’è noto, infatti, a quell’età le ragazze sognano i ragazzi più grandi e, quindi, raramente gli amori nascono nell’ambito della stessa classe. Questo è il motivo per cui i ragazzi del primo anno dedicano tanto tempo a conoscere se stessi (in senso biblico, più che socratico), mentre le ragazze del quinto anno di solito coltivano amori ormai universitari, spesso a lunga distanza. Bastava un millesimo appena superiore per rendere regolare l’approccio. Io in realtà, a regola, essendo “anticipatario” avrei dovuto scontare due turni di stop, ma mi guardavo bene dal palesare la carta di identità che, di fatto, non avevo. La ricreazione diventava dunque un lungo sciamare, una sorta di prolungamento mattutino dello “struscio” che facevamo di sera nella locale villa comunale, allo scopo di intrattenersi con persone dell’altro sesso, delle altre classi, e possibilmente di altre scuole. Questo non tanto perché l’erba del vicino fosse più verde, ma per imporre una doverosa egemonia. E siccome in questo eravamo facilitati dal fatto che il Liceo Classico era, come detto, al piano di sopra, molto spesso capitava che durante la ricreazione gli scientifici salissero su e i classici scendessero giù allo scopo di conquistare e assoggettare l’opposta fazione. Io avevo un motivo in più per frequentare il piano di sopra perché per le circostanze, fauste prima e sfortunate poi, descritte altrove, da un certo momento in poi le mie azioni non furono finalizzate alla caccia indiscriminata ma erano indirizzate verso un obiettivo ben preciso. In generale, comunque, lo scopo era quello di spremere ogni goccia di quei dieci minuti per divertirsi, chiacchierare, rendersi simpatico, corteggiare. Ricordo alcuni tormentoni dell’epoca, tipo lo sketch che improvvisavamo durante i giorni in cui Luca Carboni furoreggiava con la sua “Farfallina”; durante lo struscio nel corridoio del Classico, improvvisamente mi lasciavo cadere abbandonandomi alle amorevoli braccia di Antò e urlando “Ho bisogno di affetto!”, ritornello, per chi non lo ricordasse, del menzionato hit musicale. Una cazzata, naturalmente, ma che colpì nel segno. Mia sorella, all’epoca militante nell’opposta fazione ginnasiale, mi disse che una sua amica mi trovava molto simpatico e avrebbe desiderato conoscermi. Ahimè, io non avevo pensieri che per la Ragazzina dai Capelli Biondi e quindi lasciai cadere la cosa. Casi della vita, dopo qualche mese la stessa amica si mise insieme ad un mio caro amico, scientifico anch’egli.  Dovessi fare un bilancio della supremazia territoriale, a mia memoria era più frequente la formazione di coppie tra i ragazzi dello scientifico e le ragazze del classico. Chi conquistava chi? Ai posteri l’ardua sentenza. Da maschietti naturalmente avvertivamo un vago orgoglio, anche se proprio il mio gruppo di amici, dopo aver espugnato con successo multiple roccaforti avversarie, dovette subire l’onta della riconquista da parte dei rivali. Non che me ne fregasse molto, sinceramente: all’epoca ero troppo intorcinato nella mia prostrazione sentimentale personale per preoccuparmi di questioni militari. Però, pur invischiato in un amore senza speranza, l’adolescenza mi permetteva di reagire positivamente, anche solo per motivi ormonali, agli opportuni stimoli. E siccome questo capitava in un periodo in cui, Dio solo sa perché, alcune ragazze mi dissero esplicitamente che, addirittura, mi trovavano bello, le occasioni di uscire fuori dalle sabbie mobili in cui ero precipitato non mancarono. Ma, come tutti sanno, l’ormone propone e il cuore dispone, e io continuai nel mio suicidio romantico fino a che il tempo non fece, parzialmente, il suo dovere.

“I'm so in love with you: purge the soul, make love your goal”
(The Power of Love, Frankie Goes to Hollywood, 1984)


Questi interscambi culturali furono fieramente osteggiati dalla preside del Liceo Classico, una figura mitologica dotata dei tratti del Cerbero, che varò dapprima alcune leggi razziali che vietavano il rimescolamento delle etnie, quindi adottò un embargo nei confronti dei liceali scientifici cui venne impedito perfino di usare lo stesso accesso all’istituto, convogliandoli verso palustri ingressi alternativi. Oltre ai motivi sociali c’erano però altre ragioni per le nostre incursioni al piano di sopra: la presenza di un distributore di snack che consentiva, ai malaccorti che non provvedevano in proprio, di placare l’azione dei propri succhi gastrici. L’embargo favorì, come è naturale, soluzioni creative. I bidelli intrapresero un’attività di spaccio che permise loro di arrotondare lo stipendio; alcuni ragazzi seguirono invece l’esempio del vate Paziente, dotandosi di panini artigianali nessuno dei quali, però, reggeva il confronto con l’originale caciocavallo; altri ancora, tra i quali mi sorprendo di annoverarmi, effettuavano temerari raid al distributore in territorio nemico cercando di eludere la sorveglianza. Immagino che il coraggio mi venisse soprattutto dal desiderio di incrociare “casualmente” Beatrice, ma come effetto collaterale riportai con successo alla base - di solito insieme ad Antò, come quasi sempre – svariati chili di patatine e crackers assortiti.
A volte la ricreazione terminava con una puntatina in segreteria, dove molti di noi avevano stretto una bella amicizia con MarioLoMario, impiegato di segreteria di poco più anziano di noi, che rappresentava una sorta di guida pratica e spirituale verso il mondo degli adulti ma senza il gap generazionale esistente con genitori e professori. Mario introdusse me e molti altri alla musica “colta”, alla lettura “colta”, alla politica, insomma fu il facilitatore culturale che molti docenti non riuscirono mai ad essere. Data la sua esperienza maturata in quegli anni, oggi lavora con successo nel campo dell’assistenza a persone con disagi psichici. Da bravissimo chitarrista ci coinvolse anche in un progetto musicale che non sfociò mai in un’esibizione pubblica, ma rese indimenticabili molti pomeriggi trascorsi insieme. La confidenza che ci dava gli causò anche un po’ di problemi (come nella già descritta circostanza della rivolta in pullman verso la matematica docente avversa ai luna park), visto il suo ruolo di cuscinetto e la proverbiale mancanza di bon ton degli studenti. Una volta Rinà passando davanti alla segreteria e scorgendo nella stanza il solo Mario, si prese la libertà di urlare come un macaco:

-          Marioooooo, l’amma pulezzà ‘sti vetri che fanne skjfe !?!

provocando l’uscita in blocco - dall’attiguo ufficio di presidenza nel quale erano riuniti risultando, quindi, invisibili - di tutti gli altri addetti alla segreteria che, per poco, non misero le mani addosso al povero Rinà, guardando al contempo Mario con muta espressione di disapprovazione.
Peraltro, come in parte accennato, Rinà aveva un rapporto col preside che definirei di amabile consuetudine. Negli annali della storia del nostro paese si narra ancora della prodezza che Rinà, insieme ad altri complici, compì in occasione della gita del quinto anno della classe a noi superiore. Essendo ripetente, Rinà aveva nel passato fatto di quella classe e aveva in essa molti amici, incluso Gneo che, in quei giorni, risultò essere l’unica persona del suo gruppo di amici a non aver subito il gavettone iniziatico che, a quanto pare, era condicio sine qua non per rimanere nella cerchia. Rinà e gli altri si presentarono alla partenza dei pullman della gita armati di liquidi di ogni tipo, ma non riuscirono a intercettare Gneo che, salito sul pullman e certo dell’impunità dovuta alla presenza dei professori, li sbeffeggiò di gusto mentre l’automezzo si allontanava in direzione autostrada.
400 chilometri più a sud, arrivato a destinazione, Gneo scese con baldanza dal pullman e si beccò due clamorose secchiate d’acqua che ne sancirono la capitolazione dopo breve tentativo di fuga nell’ambiente portuale. Rinà e gli altri non si erano preoccupati della lunga trasferta per portare a compimento la missione, ma lo scompiglio portato rimase impresso negli occhi nel preside che, in occasione di una sua successiva visita nella nostra classe, al termine delle sue comunicazioni istituzionali, fissò Rinà negli occhi e, in tono ferale, gli disse:

-          Rinà. Io. Non ho. Parole.

ma secondo me con una punta di compiacimento.


Drin: la ricreazione è terminata.


“Ma che cos'è mai che mi fa credere ancora, mi riga gli occhi d'amore e mi addormenterà dalla parte del cuore”
(Notte di Note, Claudio Baglioni, 1985)

La Sensibile, insegnante di Scienze, doveva il suo soprannome ad una personalità borderline. Era un po’ la hippy del liceo, intrisa di cultura new age, leggermente instabile emotivamente, ma direi tutto sommato in gamba. Galleggiava sempre però in un mondo tutto suo, non ricordo che nessuno di noi abbia stabilito con lei un rapporto umano di qualche tipo. Credo mi abbia lasciato ottimi fondamenti di Chimica e Geografia, ma soprattutto è rimasto indelebile il ricordo della “polimerosa”, qualsiasi cosa essa fosse (tuttora non ne trovo tracce nemmeno su internet). L’indelebilità è dovuta soprattutto alla cover di “O’ sole mio” che Michè foggiò adattandone i versi iniziali a: “Che bella cosa la polimerosa”, laddove le “o” vanno pronunciate con spiccato accento pugliese (“cousa”, “polimerousa”). Naturalmente per il suo anticonformismo la Sensibile era dileggiata abbastanza di frequente, devo dire più dai suoi colleghi che da noi studenti.  Angioletta, in particolare, nostra professoressa di Lettere del biennio, la stuzzicava con una certa continuità. Non mi è mai sembrata molto felice, Angioletta, e sicuramente la vita non è stata tenera con lei, e se l’è portata via molto presto. Single (ma da noi si dice: zitella), un po’ inacidita dall’età che iniziava a cristallizzarne il ruolo, aveva però con noi un rapporto molto caloroso, anche per il fatto che metà delle nostre ore di lezione la vedevano protagonista. I suoi racconti vertevano quasi invariabilmente sul fratello medico, che in parte rappresentava la sua rivincita sulla vita, sulla sua casa acquistata dal papà di Oliver, uno dei miei compagni di classe, sui pettegolezzi sui suoi colleghi, e sulla nostra vita sentimentale. Ricordo che definiva, forse con una punta di nostalgia e invidia, la bellissima coppia formata da Michè e Laurè come ”Renzo e Lucia”, e quando descriveva il manzoniano “Addio ai monti”, si scorgeva in lei una certa malinconia. Mai riuscito a prendere più di 7 in un compito di italiano con lei, cosa che scandalizzò il mio successivo professore di Lettere – bontà sua, mi concesse anche dei nove – che, venuto a conoscenza della cosa, la apostrofò con:

-          E sì ‘na sciagurata!

Per una serie di motivi, teatrali, scolastici, di affinità elettive, questo prof è stato il Mio prof. I miei inizi con lui non furono esaltanti: pronti, via: cinque ad un’interrogazione di letteratura latina. Con il passare del tempo, però, imparai ad apprezzare la sua maniera di insegnare, di sdrammatizzare e al contempo di valorizzare le conoscenze che ci trasmetteva. Ricordo che una volta, invece di limitarsi a dare il solito impreparato a due dei miei compagni, habitué di questo tipo di giudizio, li mandò in sala professori ad imparare il canto della Divina Commedia che non avevano neanche letto, in modo da costringerli a studiarlo. Nella votazione fu poi di manica larga, ma intanto aveva raggiunto il suo obiettivo. Il mio legame con lui si rinsaldò soprattutto per motivi “teatrali”, come già descritto ne “La vita è adesso”, ma devo dire che mi appassionavo molto alle sue spiegazioni che si giocava su toni istrionici ma, al contempo, rigorosi. Quando l’attenzione cominciava a mancare, partiva con espressioni dialettali che avevano il compito di risvegliare le menti e facilitare la comprensione. Qualche volta l’obiettivo poteva essere rinforzare l’efficacia di un cazziatone:

-          Rinà, cadde “da cavallo”, che complemento è?
-          Complemento di agente?
-          Chessò ??? Cadde “DA CAVALLO”.
-          Causa efficiente?
-          Freghete a tè e patete…

o di agevolare la rassegnazione:

-          Professò, e come mai mi interrogate un’altra volta? Mi avete chiamato anche la settimana scorsa!
-          E sì state sfortunate…

o infine di circostanziare le vicende:

-          Tal Dei Tali aveva l’ambizione di trasmettere i colori con la poesia.
-          E com’è professò?
-          Eh, ere matte …

Oltre alle sue indimenticabili lezioni, il Prof diede a molti di noi anche l’opportunità di cimentarsi in un’attività non così scontata in epoca scolastica: il teatro. Partimmo tutti un po’ scettici, immaginando di partecipare ad un cosa solo leggermente più complessa delle recite scolastiche pre-liceali. E invece:  il palcoscenico, le musiche, i costumi, le battute, i gesti. Ad un livello amatoriale, ma facevamo teatro. E ancora oggi la rammento come una delle esperienze più belle della mia vita.

“Per noi avrò strane parole,  quelle che non riesco a dire mai”
(Lei Verrà, Mango, 1986)

Eravamo tutti abbastanza affezionati al Prof, ma credo che io e Antò ne fossimo i fan più sfegatati. Naturalmente, come per ogni altro professore, ne facevamo imitazioni approssimative che però occasionalmente riuscivano così bene che Antò, più di una volta, cappottò letteralmente sul pavimento per le risate. E quante risate mi sono fatto con Antò… L’altro amore che condividevamo era quello per la musica e insieme, guidati dalle sapienti indicazioni di MarioLoMario, facemmo un percorso che ci portò in breve tempo dal pop al jazz, transitando attraverso l’indimenticabile DOC, mai troppo rimpianta trasmissione di Renzo Arbore, e una serie di concerti che nobilitarono la nostra cittadina, quali quelli di Dee Dee Bridgewater e di Massimo Urbani. Dopo di che il jazz è diventato la sua vita, mentre io ho scelto di dedicarmi a quel mondo digitale che, pure, avevamo conosciuto insieme guardando e riguardando “War Games”, una volta addirittura nello stesso letto in cui io languivo per l’influenza e lui per avermi raggiunto dopo aver marinato la scuola.

Anche con Michè andavo molto d’accordo, e insieme formavamo un trio non proprio stabile ma abbastanza affiatato. Michè era il filosofo della classe e, negli anni in cui gli Squallor avevano rilanciato il pensiero di Confucio, lui consegnò alla storia il pensiero di Stantuffio, con massime ermetiche dello stampo di “Carta scritta non canta”, “Quello che è stato fu”  o “Vobis verba cuocet”. Michè aveva avuto un illustre predecessore in Diocleziano, che aveva formulato la teoria della “filosofia di lusso”, basata su gradi crescenti di “mastranza”: la persona si elevava dal grado di mastrino a mastro, mastracchione, fino a divenire mastrangelo, grado oltre il quale mi sembra vi fosse direttamente il primo immobile. La mia conoscenza di tale filosofia è purtroppo di seconda mano, e invito il mio sodale Siro a fare da Platone a Diocleziano e perpetuarne correttamente per iscritto il pensiero in modo da tramandarlo alla posterità.
Michè, invece, il più delle volte confezionava freddure fulminanti, di molte delle quali purtroppo non conservo memoria. Una fu addirittura immortalata da una videocamera, ma il nastro andò perso per sempre: durante le vacanze Pasquali realizzammo un remake dell’ultima cena, con Michè nel ruolo del Cristo e io nel ruolo del bookmaker che forniva le quote sull’apostolo che sarebbe stato il traditore. Una volta ascoltate tutte le quote, Michè, con sguardo fiammeggiante e dito inquisitorio ondeggiante, con voce professionale ne trasse le conclusioni indicando il traditore: “Vince… vince…”. Così ,su carta, non ho nessuna speranza di rendere l’umorismo devastante della situazione. Ciò che è rimasto immortalato su nastro, e ora consegnato all’eternità su YouTube, è invece la risata contagiosa di Antò che, durante una delle nostre tante corbellerie che riuscimmo a filmare  – nell’occasione il telegiornale di un’improbabile emittente denominata Tele Rompo -  fu scatenata dal ricordo del recente “Vince… vince” di Michè.

83 secondi di risata cui è impossibile resistere.
Vi invito a farlo.
Non ci riuscirete.

A pensarci bene sono felice che alcune di quelle situazioni siano impresse su carta, nastro o altro, perché quei momenti irripetibili rimarranno per sempre vivi grazie a queste testimonianze, la cui importanza riesco a misurare solo da quanto di dolgo del fatto che altri momenti, ugualmente belli e irripetibili, siano affidati solo alla clemenza del tempo e della degenerazione neuronale. E gran parte del merito va a Oliver, con il quale ho avuto un ottimo rapporto anche se più “tecnico” rispetto agli altri due amici: studiavamo insieme, giocavamo al computer ed eravamo complici, grazie anche alle sue tecnologie (aveva una videocamera nell’era in cui essa era, di fatto, un oggetto di provenienza aliena), di alcune prodezze audiovisive.  All’epoca era prassi comune lamentarsi del fatto che il nostro paese non offrisse niente, ma proprio per questo devo dire che ci davamo da fare: avevamo un giornale scolastico, anni luce avanti rispetto ad altre pubblicazioni coeve dello stesso tipo, alcuni trasmettevano nelle radio private, altri suonavano in un complesso o cantavano in cori e corali, altri realizzavano improbabili cassette audio o filmati, altri ancora facevano teatro. Io, per non sbagliare, non mi facevo mancare niente, dovendo oltretutto gestire un conflitto, tuttora irrisolto, tra la mia componente che ama avere addosso i riflettori e quella che invece chiede di vivere una rassicurante presenza in background. Insomma, tra Vasco Rossi e Tricarico, tra vita spericolata e vita tranquilla. E questo mi accadeva anche a scuola: volevo essere bravo ma non volevo essere secchione, volevo fare il simpatico ma senza esagerare. Un Veltroniano ante-litteram, insomma. Raccogliendo, peraltro, il successo tipicamente associato a queste non-posizioni.

Mi avvedo però che stanno per cominciare le ultime ore e, fortunatamente, come spesso accade, è l’ora di fare ginnastica.

(continua...)

Current Mood: stressed
Friday, March 15th, 2013
10:55 am
Il grande tiepido - II

I momenti della vita sono un po’ come gli abiti.
Li indossi mentre li vivi e non ci fai neanche caso.
Dopo un po’ non ti interessano più:
ce ne sono degli altri, più nuovi, più belli, più importanti.
Dopo molto tempo, ti vengono in mente e li cerchi.
Se li hai riposti con cura, li ricordi, li ritrovi: li puoi anche indossare.
Se non l’hai fatto, li hai persi per sempre

Il grande tiepido
Frammenti di adolescenza liceale
9,15 – Seconda ora
“Run away, turn away, run away, turn away, run away”
(Smalltown Boy,Bronski Beat, 1984)


A dire il vero la mia generazione, pur essendo pressoché totalmente acritica, rispetto a quella immediatamente precedente fu, almeno, un po’ meno stronza. Da matricole venivamo sovente vessati dai veterani di quarta e quinta che, in alcuni casi, si lasciarono andare a simpatici riti di iniziazione quali lo spegnere sigarette sui cozzetti di malcapitati bambocci. Devo dire che, fortunatamente, non ricevetti mai queste attenzioni in prima persona, ma una volta notai una bella bruciatura sul collo di un mio compagno, lo stesso che per cinque anni portò in classe quotidianamente, indefessamente, invariabilmente: pane, olio e caciocavallo.
Paziente, questo il suo nome, alle 10.10, con precisione svizzera, apriva il suo involtino di stagnola e ne estraeva un olezzante panino giallognolo. Tutt’intorno la derisione per il rito si accompagnava ad una sincera invidia per il contenuto. Io, già allora in perenne lotta contro i lipidi, mi concedevo solo un pacchetto di crackers e anelavo un boccone del suo panino. Una volta per scherzo tentammo di derubarlo del manicaretto, ma alla fine non avemmo il coraggio di interrompere una tradizione che si perdeva nella notte dei tempi. E Paziente lo era, di nome e di fatto. Sopportò per i primi due anni che la professoressa di Matematica del biennio lo apostrofasse continuamente con il motto: “Paziente. Lei è cretino”. Come, credo, quasi tutto il resto della classe, in quegli anni non mi posi mai il problema di quanto potesse essere difficile fare ogni volta buon viso a cattivo gioco e, al più, riderne insieme a tutta la classe. Come era naturale, invece, solo verso la fine del quinto anno, commentando sulla totale rottura di rapporti fra la professoressa e la classe nella sua interezza – colpevole, o complice, di reiterati e coloriti insulti inviati ad alta voce al suo indirizzo per il suo comprensibile rifiuto di effettuare una sosta imprevista ad Edenlandia a margine di una gita a Pompei – Paziente rivelò il suo sollievo per non dover avere più niente a che fare con la cretinatrice. I due avevano avuto solo poche ore prima un ultimo, gustoso siparietto nella casa dei Vettii a Pompei, davanti ad una statua di Priapo della quale si commentava la differenza di colorazione tra corpo e membro,  segno evidente di secolari manipolazioni. La prof ingiunse:

-          Paziente, lei non lo tocchi!
-          Prùssurè, ije n’n me tocche ‘u meje!

che potrebbe essere forse reso con “Professoressa, non tema: non ho dimestichezza con tali pratiche nemmeno quando autoriferite”.

Paziente, fan sfegatato di Eros Ramazzotti anche quando questo significava il dileggio dei rockettari duri e puri, faceva parte, insieme a Chen e Lorè,  del gruppo mottese che si contrapponeva al più nutrito gruppo volturinese in quel melting pot che era la nostra classe. Chen era uno dei rarissimi esemplari di tifosi della Fiorentina esistenti in Puglia, Lorè invece si segnalava per alcune chicche che sono passate alla storia. E’ rimasto nell’immaginario collettivo il suo brioso approccio con le turiste tedesche nel Duomo di Firenze, durante la nostra gita del quinto anno. Lorè ne puntava una e, con fare disinvolto, le si metteva sotto braccio e la invitava: “Te n’ha venì a’a Motta?”, che nelle sue intenzioni doveva rappresentare il giusto mix tra stalking e ospitalità all’italiana. Impossibile descrivere la reazione delle teutoniche, tra il divertito, il perplesso e l’impaurito. Il “Te n’ha venì a’a Motta?” divenne rapidamente un tormentone non solo in Puglia ma anche, grazie alla mia attività di disseminazione nei circoli culturali universitari, nel bresciano e nella Liguria orientale. Un altro motto che diventò presto un passepartout buono per ogni occasione fu quello che Lorè pronunciò, tanto per cambiare, durante una delle lezioni di Romoletto. Nel bel mezzo della spiegazione, Lorè si alzò, guardò il professore con l’aria di chi è sicuro di ottenere approvazione e complicità e, labbra piegate leggermente all’ingiù in segno di compiaciuta soddisfazione, proclamò: “Prussò, mò ‘mme ne vaje?!?”.  Anch’io fui oggetto delle sue attenzioni; una volta che ero in fibrillazione da pre-interrogazione, andavo in giro per la classe chiedendo a chicchessia di pormi domande sugli argomenti in programma per auto valutare la mia preparazione e rassicurarmi. Lorè mi chiese della battaglia di Bestimmt, di cui io certamente non potevo sapere (i più scafati teutonici fra i miei lettori hanno già colto), e mi mandò nel panico per le successive due ore fino a quando il sollievo per aver evitato questa temibile domanda da parte della professoressa mi fece nuovamente respirare aria pura. Fui preso abbondantemente per il culo per aver abboccato all’amo, e non nego di essermelo decisamente meritato.

[bestimmt, avv.: certamente, sicuramente, decisamente – Garzanti Italiano-Tedesco]

“Hey If we can't solve any problems and why do we lose so many tears?”
(Everytime you go away, Paul Young, 1985)


Anche al gruppo volturinese sono legati ricordi che riguardano le lezioni di Romoletto (sant’uomo!). Va detto che la componente maschile della nostra classe ha sempre colpevolmente sottovalutato le lezioni di storia dell’arte, e io per primo ne faccio ora pubblica ammenda. All’epoca era però consuetudine utilizzare quelle ore per qualsiasi altra occupazione. Con Antò fummo intercettati durante non so quale occupazione musicale e ci beccammo il giusto cazziatone al quale, però, Antò, molto più libero e indipendente di me, ribatté:

-          Prussò, a me ‘a storja dell’arte n’n me pjace!
-          Ah si ?!? E che ti piace?
-          A me me piace magnà!

consegnandosi al consueto tragitto classe – presidenza.

Degna di nota anche una bella interrogazione nella quale Antoine de Saint-Croix arrischiò presentarsi volontario per cancellare un precedente brutto voto. Antoine preparò una tesina sul Masaccio, del quale Romoletto aveva illustrato la sola Cacciata dal Paradiso Terrestre; ad ogni modo, per essere preparato ad ogni evenienza, il Saint-Croux aveva chiesto a Michè (il geniale inventore del Palio di Siena) di dargli una mano dal primo banco avanzando suggerimenti nei momenti di impasse. Diciamo che la scelta di Antoine si rivelò azzardata perché Michè, come molti di noi, avrebbe venduto madre e sorella pur di creare una meravigliosa situazione comica.
E la situazione, perdinci, si creò.

-          Oh, Saint-Croix molto bene! Hai preparato Masaccio, vero? Bene, bene. Sentiamo: La cacciata dal Paradiso Terrestre!
-          (con espressione di terrore) Di chi ???

L’interrogazione non era partita con il piede giusto.
Questo aumentò il nervosismo di Saint-Croix che andò nel pallone e cominciò ad annaspare. Quando Romoletto gli chiese di nominargli altri artisti del periodo, Saint-Croix guardò Michè in disperata cerca di un aiuto che Michè non gli lesinò, seppur con qualche effetto collaterale:

-          Allora, altri artisti?
-          (ripetendo pedissequamente quello che Michè gli suggeriva) Giovan Battista Tiepolo.
-          Bene, poi?
-          (ripetendo ancora pedissequamente il malvagio suggerimento di Michè) Giambattista Baronchelli
-          Baronchelli???

Per i meno quarantenni fra i miei lettori, Baronchelli era un famoso ciclista degli anni ’80, eterno terzo nel dualismo Moser-Saronni e, in ogni caso, indiscutibilmente lontano dall’essere un artista rinascimentale. Saint-Croix era ormai terrorizzato e, annaspando, non trovò di meglio che afferrare le avvelenate ciambelle di salvataggio che Michè gli lanciava.

-          Mi dici almeno un’altra opera di Masaccio?
-          (con gli occhi ormai sbarrati, cogliendo acriticamente il suggerimento) Le quattro brocche.
-          Le quattro brocche???

Era interessante, dal nostro punto di vista, cercare di valutare chi, tra il professore e Saint-Croix, aveva l’espressione più attonita. La surreale interrogazione terminò con un no contest; Romoletto decise di non verbalizzare il risultato, e Saint-Croix dovette attendere altre occasioni per alzare la media.

“As long as you're still smiling there's nothing more I need”
(Absolute Beginners, David Bowie, 1986)


A dirla tutta questa non fu nemmeno l’interrogazione più surreale che mi ricordi. Avete presente il film di Paolo Panelli in cui il suddetto fa indossare al figlio una cuffia collegata ad una radio per potergli suggerire le risposte ad un esame? Beh, noi l’abbiamo fatto davvero, per un’interrogazione di Inglese. Ora, dovete sapere che Tirano, il nostro professore di Inglese, essendo assorbito dai suoi pressanti impegni politici (fu anche sindaco del nostro ridente paese), dedicava poco tempo e passione ai suoi doveri di insegnante, richiedendo però grosso modo lo stesso impegno ai suoi studenti. Insomma, cannare l’interrogazione di inglese richiedeva perizia. Ciò nonostante Jack O’ Vatch ritenne necessario questo stratagemma per sfangare la sufficienza. L’operazione  fu resa possibile dal fatto che, tanto per cambiare, i riscaldamenti non funzionavano ed era necessario indossare in classe giaccone e cappello, quest’ultimo in particolare indispensabile per nascondere efficacemente l’auricolare. Ilà, altro mio storico amico, sovraintese a tutta l’organizzazione tecnica mentre io, identificato come fine dicitore della lingua di Albione, avevo il compito di suggerire le risposte. Ora: le risposte io le suggerii pure, ma insieme ad Ilà non mancammo di accompagnare ai suggerimenti svariati colpi di tosse a mille decibel che, immagino, abbiano perforato i timpani del povero Jack. Anche in questo caso l’espressione perplessa del professore ad ogni smorfia di dolore di Jack in seguito ai nostri (plausibili, per quanto detto sopra) colpi di tosse non può essere descritta.

La Stele, la nostra insegnante di Storia e Filosofia fu molto amata, anche se con diverso entusiasmo, da tutta la classe. Aveva un voce sottile, flautata, che però poteva conoscere dei repentini abbassamenti di frequenza che ci lasciavano il più delle volte sgomenti. Come quella volta che Antò chiese di poter andare in bagno fuori orario (per non precisati motivi organizzativi, le nostre vesciche non erano abilitate allo svuotamento prima della ricreazione) e lei rispose:

-          Si, ma ora non ci stare mezz’ora, eh! (sorridendo)
-          (Antò, uscendo e parlando a denti stretti per non farsi sentire) Sì, e chi esce più da là!
-          (mantenendo lo stesso identico sorriso, e rivolta a tutti) Che ha detto Antò?
-          (con malvagio spirito di delazione, tutti, all’unisono) Che non esce più dal bagno!
-          (due ottave sotto e diventando simile a Gollum) Mò che torna mi sente!

La Stele spiegava e scandiva lentamente le sue parole, per darci modo di prendere con cura gli appunti sui quali avremmo dovuto preparare le nostre interrogazioni. Il nostro libro di testo era, infatti, il La Manna, testo sul quale a memoria d’uomo nessuno studente liceale ha mai effettivamente studiato. I suoi appunti, peraltro, potevano tramandarsi di generazione in generazione, dato che la storia del pensiero che studiavamo era sedimentata da secoli e non necessitava di continui aggiornamenti come Windows. E, a volte, nel timore che, da capre quali eravamo, non fossimo in grado di cogliere i termini più ostici o astrusi delle sue spiegazioni, sillabava tali termini utilizzando gli ultrasuoni:

-          Plotino sosteneva che l’anima del mondo si trasmette per eeeeeeeemaaaaaaanaaaaaaziooooooone
-          (la classe, come un sol uomo) Ah ?
-          (un’ottava sopra e a metà velocità) eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeemanaziooooooooooooooooone

Emanazione, per chi non volesse farsi il conto delle vocali. Beh, friggetemi nella pastella ma io questa emanazione non me la scorderò mai, e nemmeno Plotino che, grazie a quest’episodio, nessuno della mia classe ha mai pensato fosse il figlio illegittimo di Platone.

Piacente donna di mezz’età, la Stele aveva uno stile impeccabile: tailleur con gonna sotto il ginocchio, trucco inappuntabile, tacchi raffinatissimi ed altissimi dai quali, ahilei, almeno una volta rischiò di cadere per eccesso di confidenza nel suo equilibrio monopedale: appoggiata alla cattedra, con un sinistro sconocchiamento che, per poco, non la fece andare lunga per terra. Aveva un fare molto materno e si preoccupava di noi, anche se a volte mostrava delle ingenuità disarmanti. Ricordo che una volta mi beccò mentre giocando con Francè - che ricopriva il ruolo di mia “moglie” ai tempi del Liceo, seppur in assenza di coinvolgimento sentimentale - nell’atto di tenerla in braccio, come sposi novelli, facevo per buttarla fuori dalla finestra al cui davanzale si era appoggiata. La Stele vedendo la scena urlò:

-          Carrozzino, che fai !?!?!
-          Ehm, professoressa, stavo impedendo a Francè di buttarsi dalla finestra!
-          (accogliendo senza dubbio alcuno la mia spiegazione) Uh, quella cretina voleva buttarsi!

“I haven't got a thing but what I give to you is all that I could bring”
(I’ll Fly for You, Spandau Ballet, 1984)


Di stile completamente diverso era la prof di Filosofia dell’altra sezione, quella dei fazzoletti ripieni sopra menzionati. Molto poco curata, puntava a stimolare il dibattito fra gli studenti, seppur inframmezzando questi lodevoli tentativi con continui rullii dei rotoli di carta igienica, installati sul dito indice della mano sinistra, che usava a mò di kleenex. La mia conoscenza di lei è episodica, non essendo stato suo studente, ma una cosa di lei mi piaceva: la figlia. Anche lei studentessa del liceo, aveva capelli alla Riccardo Cocciante e un rispettabilissimo seno che suscitava la mia convinta approvazione. Ma non andai mai al di là di alcune ridanciane chiacchierate badando bene a non menzionare mai né la mamma, né il seno: praticamente gli unici punti di contatto esistenti fra di noi erano argomenti tabù, e la nostra frequentazione non decollò mai.

Parlando di seno, non posso non menzionare, foss’anche solo per motivi trigonometrici, la professoressa di Matematica. Giovane e formosa, era originaria di un luogo di Omerica memoria che alcuni, convintamente, associavano alla sua persona. Aveva infatti un carattere abbastanza spigoloso e non scendeva a compromessi, cosa che alla lunga la portò ad avere rapporti tesi con alcuni di noi. Devo dire che -  in parte per il mio grandissimo amore della matematica e, in parte, delle sue curve (della professoressa, intendo, non della matematica) – non ebbi mai, come alcuni altri compagni, occasione di conflitto con lei, che anzi trovavo appassionata e entusiasta. A dire il vero il mio innato senso dell’autorità e un carattere che definire mite mi darebbe motivo d’orgoglio, hanno neutralizzato ogni occasione di mio conflitto con chicchessia. Soprattutto nel primo anno del triennio, comunque, tutta la metà maschile della classe non aveva occhi che per lei e per le sue camicette bianche che, controsole, diventavano sufficientemente trasparenti da lasciar intuire pure i coseni. Credo che non abbia mai capito il perché, durante le sue lezioni, tutti i maschi si addensassero sul lato destro della classe, ovvero quello dirimpetto alle finestre. Se leggerà mai queste righe, ora lo avrà capito. A noi, fra l’altro, non andò neanche troppo male; nell’altra sezione, la professoressa di matematica veniva sbertucciata dai suoi stessi alunni che ne ravvisavano competenze scientifiche, per così dire, naif. Il caso deflagrò, proprio alle soglie dell’esame di stato, in una denuncia pubblica  della quale fui, oltretutto, megafono, dato che ero curatore di una rubrica radiofonica quindicinale nella quale davo voce alle istanze della scuola, mescolate a corbellerie demenziali che fin da allora non riuscivo ad evitare. Non rammento bene i dettagli della circostanza, ma mi sembra di ricordare che sia scoppiato un discreto casino che contribuì, forse, al tragicomico epilogo della nostra vicenda liceale.

(continua...)

Wednesday, March 13th, 2013
12:07 pm
Il grande tiepido
I momenti della vita sono un po’ come gli abiti.
Li indossi mentre li vivi e non ci fai neanche caso.
Dopo un po’ non ti interessano più:
ce ne sono degli altri, più nuovi, più belli, più importanti.
Dopo molto tempo, ti vengono in mente e li cerchi.
Se li hai riposti con cura, li ricordi, li ritrovi: li puoi anche indossare.
Se non l’hai fatto, li hai persi per sempre.





Il grande tiepido
Frammenti di adolescenza liceale
8,15 – Prima ora

“Forever young, I want to be forever young. Do you really want to live forever?”
(Forever Young, Alphaville, 1984)

-          Marcè.
-          Oh, mà…
-          Svegliati, è tardi.
-          Madò…

Per circa cinque anni, questi sono stati i primi momenti di ogni giornata della mia vita. Una continua, disperata lotta contro il sonno della mattina per poter arrivare in tempo a scuola, prima che suonasse la campanella del giudizio. E io ero uno dei fortunati che vivevano nella stessa città in cui si trovava la scuola, un Liceo Scientifico situato nei sotterranei del più blasonato e antico Liceo Classico. Molti altri miei compagni di avventura provenivano dai paesini del circondario ed erano condannati a levate molto più antelucane delle mie, quasi come avessero un fuso orario diverso. Questa differenza di fuso tornava però molto comoda nel periodo invernale. La nostra classe era infatti composta per metà circa da pendolari (tecnicamente erano definiti “zampari”, per non so quale motivo di razzismo territoriale) residenti in località di montagna. Quando nevicava, i pullman che li portavano in città non potevano partire per motivi di sicurezza e la nostra classe risultava dimezzata. Fu naturale stringere un tacito accordo con i docenti. Per loro avere mezza classe era sostanzialmente inutile per cui, quando c’era anche solo un sospetto di neve, intorno alle 7.00 si telefonava ad uno dei nostri compagni “montanari”. Quando rispondeva in prima persona era già un segno grandioso, al quale però era necessario dare conferma ufficiale:

-          So’ partiti i pullman?
-          No!

Giubilo e gaudio! Subito partiva una lunga catena telefonica che nel giro di 5 minuti ci consentiva di diramare la notizia con un’efficienza tedesca. Se il cielo era stato prodigo di neve, alle 7.10 circa eravamo tutti di nuovo nel letto a studiare come poter godere dell’insperata vacanza.
In assenza di neve, l’appuntamento era nel vasto piazzale sospeso, antistante l’ingresso del Liceo Classico. Sì perché, da bravi subumani, i liceali scientifici erano costretti al passaggio delle forche caudine dell’ingresso dei “rivali”, per poi scendere le scale che portavano nei nostri malsani sotterranei. Al piazzale si accedeva da un lungo viale in discesa, motivo per cui lo stesso era visibile già da lontano. E quando da lontano si notava sul piazzale un’inopinata concentrazione di persone, superiore alla norma, ben presto si realizzava che la giornata prometteva di essere interessante, un po’ come quelle saltate “causa neve”, anche in assenza di ogni accenno di fiocco.

-          Ma che è sciopero?
-          E’ sciopero!
-          Ah. E perché?
-          Non funzionano i termosifoni.
-          Mh.

Raramente seguiva un’analisi critica del motivo dello sciopero. Il 95% degli studenti era fortemente sindacalizzato, e la parola sciopero era sufficiente per assicurarsene il consenso. A parziale giustificazione, va detto che non rare sono state le occasioni in cui si faceva lezione con cappotto e sciarpa e gli stessi docenti se ne lamentavano spesso, come fece in un’occasione una prof di Filosofia che venne in classe a lamentarsene con il nostro prof di Lettere, all’epoca vicepreside:

-          Tonino, in classe fa troppo freddo!
-          Essì, lo so…
-          Si, ma io sto male! Vedi, vedi se non è vero! (apre il suo kleenex appena condito con le prove evidenti del suo raffreddore)
-          (reprimendo a fatica il disgusto) Si, si, mò vediamo che possiamo fare.
-          In questa classe si sta meglio, perché non ce la scambiamo? Io ho i reumatismi!
-          Eh, si, mò vediamo (attende che la filosofa esca dall’aula per poi rivolgersi a noi con una smorfia di complicità concessa volentieri da tutta la classe). Anèh: esse ten’ i reumatismi e c’i vole fà venì a nuje!

L’ultima frase potrebbe necessitare di traduzione per i meno dauni fra i miei lettori, per quanto il significato, espresso in termini di saggezza popolare, si possa leggere facilmente tra le righe: non è il caso di rischiare la sicurezza del gregge per recuperare la pecorella smarrita. Va anche detto che, oltretutto, quella particolare pecorella si auguravano un po’ tutti che si smarrisse e raccoglieva ben poca solidarietà di “classe”, è il caso di dirlo.

“What might save us, me, and you Is if the Russians love their children too”
(Russians, Sting, 1986)


L’ultimo anno, purtroppo, ogni tentativo di sciopero termoautonomo fu stroncato dall’arrivo di una nuova, fiammante caldaia che elargiva watt e watt di calore. Vivevamo un’epoca particolare; eravamo in piena era craxiana e dunque, sostanzialmente, apolitica. La situazione internazionale, ancora bollente per via della guerra fredda (tutta questione di termodinamica, come si vede), non aveva un diretto riscontro nella vita quotidiana. Insomma, venne a mancare ogni appiglio per giustificare una motivata contestazione.
Ci vennero in aiuto i docenti, che dichiararono il blocco degli scrutini.
Naturalmente tutti gli studenti, in primis quelli che più avrebbero dovuto essere contenti di una situazione che, di fatto, avrebbe posticipato il momento della ricezione di una pagella in cui la scala in decimi risultava solitamente esorbitante, dichiarono lo stato di agitazione. Capeggiati da un manipolo di sovversivi, dei quali mi onoro di aver fatto parte, l’intero corpo studentesco della città organizzò un terribile corteo di protesta che, al grido di “Che sian brutte, che sian belle, noi vogliamo le pagelle!”, si snodò per le vie della città pur nel pieno rispetto del traffico cittadino. La nostra richiesta di corteo fatta alle autorità municipali, infatti, rischiò di essere cassata per aver proposto un tragitto completamente contromano. Il capo dei vigili ci fece capire che invertendo il senso di marcia avremmo facilmente ricevuto il placet e noi, da quei grandi sovversivi che eravamo, ci mettemmo tre secondi per accettare il compromesso. Seguì l’autorizzazione della PS, che per noi era praticamente di casa visto che il commissariato si affacciava sulla piazza nella quale trascorrevamo le nostre serate. A dire il vero quello fu il momento più delicato perché, al culmine del pathos, mentre enunciavamo le nostre sacrosante rivendicazioni, la radio sul tavolo del commissario gracchiò: “Volante 1 a Volante 2”. Solo chi ha vissuto l’Arborea televisione di quegli anni può capire quanto fu difficile mantenere la sobrietà ed evitare un arresto per oltraggio alle istituzioni.

“As you walk on by Will you call my name? Or will you walk away?”
(Don’t’ You, Simple Minds, 1985)


Nella maggior parte dei casi, tuttavia, neve, temperatura e scrutini erano nella norma, ed era inevitabile entrare davvero in classe. A quel punto, per rimandare l’inevitabile, rimanevano solo due scappatoie: le assemblee e i cornetti. Questi ultimi erano la testimonianza tangibile della celebrazione dei giorni di festa e, naturalmente, ognuno di noi si tassava volentieri in occasione di compleanni, onomastici, e anniversari di qualsiasi avvenimento, pur di recuperare una mezzoretta di libagioni che, solitamente, veniva strategicamente piazzata nelle ore più a rischio di interrogazione. L’altra possibilità erano le assemblee di classe, o di istituto. Torno a dirlo, gli anni ottanta furono anni di totale disimpegno; eppure, ancor oggi, il pensiero di non essere stati mai capaci di formulare un ordine del giorno di più di tre punti, di cui il primo era invariabilmente “Discussione sull’andamento della classe” e l’ultimo “Varie ed eventuali”,  mi fa riflettere. In genere l’ordine del giorno veniva consumato in dieci minuti, e il resto dell’ora era occupato dalle varie ed eventuali, che solitamente consistevano in: ripasso per le interrogazioni delle ore successive, lettura della Gazzetta dello Sport (solo in quinta qualcuno timidamente cominciò a portare quotidiani dalle tonalità meno rosee), attività ricreative di vario tipo. Tra queste ultime ricordo distintamente, per averle immortalate su un nastro che ho recentemente riascoltato, prodezze di bel canto da “Romagna mia” a improvvisati rap su base ritmica umana riecheggianti Wot di Captain Sensible. Una volta però ci superammo: disposti i banchi in circolo, ogni ragazzo prese in groppa una ragazza e partì il nostro personalissimo Palio di Siena. Dopo cinque minuti le urla belluine richiamarono l’attenzione del prof. Brown - un tipetto in gamba ma facile alla stizza  – che aprì la porta della nostra Piazza del Campo e, notando l’assenza di una qualsivoglia autorità ex-cathedra e supponendo un’assenza del docente, chiese desolato:

-          Ho capito… chi manca qui?
-          No, no, professò: ci siamo tutti!

Fu Michè a rispondere, uno dei nostri compagni più geniali. Brown lo prese praticamente per le orecchie e lo portò dal preside, tragitto che un po’ tutti, con frequenza diversa, abbiamo percorso in quegli anni. Non siamo mai stati teppisti, eravamo sostanzialmente dei bonaccioni che, qualche volta, eccedevano in confidenza. Suppongo che deteniamo il record della sospensione collettiva più veloce della storia. In seconda, il primo giorno di scuola, alle 8.12, io e i miei compagni ci producemmo in boato da stadio per aver visto in fondo al corridoio il prof. Rodales, artista e insegnante d’arte, più noto familiarmente come Romoletto. E proprio “Romoletto!” fu l’urlo, ripetuto ritmicamente più volte, con tamburi e cori di ale-oo, che alle 8.14 ci portò in presidenza per ricevere la suddetta sospensione.
Il preside, ex-sessantottino ma dotato di polso, di tanto in tanto ascoltava avvilito le stupide prodezze di cui ci rendevamo capaci. Una volta Romoletto mandò in presidenza Rinà e Zoppas, rei di aver realizzato un tappeto sonoro in background alla sua spiegazione su Masaccio. In una delle pause del suo appassionato discorso  realizzò, infatti, la presenza in sottofondo di una chitarra ritmica vocale contrappuntata dalle chiare liriche “We don’t need, no, education”.
I due pinkfloyd in presidenza si giustificarono con diversa partecipazione alla colpa:

-          Sentiamo, Zoppas… tu che hai fatto?
-          (arrossendo e a capo chino) Eh, io ho abusato della pazienza del professore.
-          Mh. E tu Rinà?
-          No, io cantavo.

“Come sei bella,  io voglio crederti davvero: se pure diventassi il mio dolore  io non ti sveglierò”
(Rosanna, Nino Buonocore, 1986)


Son convinto che il preside avrebbe desiderato ardentemente esercitare la sua autorità per qualcosa di veramente serio, foss’anche stato terrorismo. Immagino che ciò avrebbe risollevato la sua fede nella nuova generazione, della quale intuiva lo sfascio culturale nel passaggio da “Linus” a “Drive In”. Ma il massimo che riuscii a fare fu di farmi beccare in pieno casqué, al termine di un elaborato passo di tango che effettuavo, in orario di lezione,  insieme ad Antò, mio amico del cuore pur in assenza di pulsioni omosessuali. Sulle note della Cumparsita io ed Antò avanzammo verso la finestra al termine del corridoio e, con perfetta sincronizzazione, al momento del “Ta-tatta-taratà: zan zan” ci girammo all’indietro per eseguire la figura.

E la facemmo, la figura.

Ci trovammo di fronte il preside che ci guardò con un misto di sorpresa e scoramento. Nessuno dei suoi allievi gli faceva intravedere una speranza: non un leader politico, non un contestatore, non un bombarolo.
Ballavano il tango.

E le assemblee di istituto non contribuivano a far cambiare il suo giudizio sulle nuove generazioni. Ricordo che, quando ero ancora al primo anno, un ragazzo di quarta giustificò la sua candidatura a rappresentante di istituto per il fatto che “conosco benissimo i problemi di questa scuola: è otto anni che ci sono!”.  Le assemblee nel tempo divennero così avvilenti che all’ultimo anno furono sostituite da un cineforum, nel quale fortunatamente non vennero propinati capolavori di Griffith e Sergej H.Eisenstein, ma più accessibili Reynolds ed Avati. Quell’anno, in realtà, date le imminenti elezioni politiche, con Antò partecipammo a tutti i comizi elettorali di piazza spaziando, senza preclusioni, dal Movimento Sociale a Democrazia Proletaria. Pur essendo sostanzialmente acefali erano, naturalmente, proprio gli opposti estremismi che facevano più presa sulla nostra sfera emotiva, e questo causava entusiastici sbalzi di sponda che ci facevano passare indifferentemente dal cantare Bella Ciao al fare il saluto romano.
A ben vedere, scorgo già da allora i semi della mia futura inclinazione politica, non foss’altro che per la disuguale convinzione con cui mi dedicavo a queste parodie di passione politica. Il motto più gettonato fu, tanto per cambiare, inventato da Michè che ogni tanto prendeva in mano la classe e la arringava al grido di: “Chi ci dà la luce?” e la classe come un sol uomo: “Il duce!” – “Chi ci conduce?” “Il duce!” per poi concludere con lo spiazzante: “Chi ve lo introduce?” e la classe convinta “Il duce!”, segno inequivocabile della disillusione verso la politica tutta e soprattutto verso i condottieri del recente passato.

(continua...)

Tuesday, February 5th, 2013
6:46 pm
La vita è adesso

un nuovo giorno o un giorno nuovo

L’alba di questa storia ebbe luogo, in realtà, in una sera di mezz’autunno. Un gruppo di baldi giovani degli ultimi anni del Liceo Scientifico cittadino erano stati riuniti dal loro Professore di Lettere per effettuare un “provino” per uno spettacolo teatrale. Le aspirazioni autoriali del Professore richiedevano infatti uno sbocco operativo e, in assenza di una compagnia teatrale reale e disponibile - l’unica realtà esistente di questo tipo era specializzata in commedie in vernacolo, mentre il testo del Professore era un dramma storico-religioso che, pur ambientato nella stessa terra, ambiva ad elevarne spirito e linguaggio - era sembrato naturale coinvolgere manodopera non specializzata, ma a basso costo, come gli studenti. All’epoca frequentavo il penultimo anno del Liceo e avevo davanti a me ancora un anno pieno di quelli che ora capisco essere stati bagordi, ma che all’epoca mi sembravano fatiche sisifee. Erano tempi in cui riuscivo a conciliare attività considerevolmente diversificate quali il suonare in un complessino, fare il dj in una radio locale, fare sport non agonistico, ascoltare musica almeno 4 ore al giorno, uscire con gli amici e, nei ritagli di tempo, anche studiare con profitto per mantenere una decorosissima media voto che doveva portarmi alla prima grande delusione professionale della mia vita, anticipata di poco dalla prima grande delusione sentimentale della mia vita.

Ma questa è un’altra storia.

Ah: no,  è proprio questa storia.

uomini persi

In quella sera di mezz’autunno mi recai nei locali che ospitavano questi provini con un misto di curiosità e sano menefreghismo. L’attività teatrale non era esattamente al top delle mie preferenze; in quel periodo era la musica ad essere totalmente al centro dei miei pensieri e, sebbene sia sempre stato un tipo con i piedi fin troppo piantati per terra, i miei seppur sporadici sogni artistici non erano certo ambientati su un palcoscenico di Broadway.

Ci ritrovammo (o ci perdemmo) in una buona ventina, tra compagni di classe e altri contraddistinti dal millesimo appena inferiore, davanti al Professore, alla Regista e al Frate che aveva messo a disposizione i locali attigui al locale convento. La presenza del Frate era motivata dal fatto che il testo celebrava la vita e le opere del locale Santo - recentemente canonizzato e dunque in quel momento decisamente alla “ribalta” - vissuto proprio nel convento che ci ospitava e, dunque, in qualche modo patrimonio di esso, oltre che dell’intera città.

Il provino consisteva nel leggere alcuni brani del testo, cercando di darne un’interpretazione recitativa che non istigasse l’immediata voglia nell’uditorio di tirare addosso all’attore oggetti contundenti. Nonostante i bassi requisiti di partenza, la scelta per il ruolo del protagonista ben presto si ridusse a soli due elementi. Uno era un bel ragazzo dell’aspetto decisamente Nazareno, e quindi ben contestualizzato nell’ambientazione religiosa. L’altro ero io, quanto di più lontano si possa immaginare dalla classica iconografia del Santo locale, raffigurato sempre nella sua gloriosa emaciatezza  e ieraticità. Pur essendo quello, infatti, il mio periodo di massimo fulgore fisico, la spiritualità era evidentemente lontana dalla mia persona, che ben poteva considerarsi una figura di peso. Appena sovrappeso, a dirla tutta, ma non in maniera violentemente evidente. Nonostante questa sproporzione, la mia miglior favella, la mia miglior dizione - che, pure, a risentirla ora fa rabbrividire il toscano che lentamente è cresciuto dentro di me - e, diciamolo pure, quel po’ di gigioneria che non mi è mai mancata, fecero propendere per me il trio della commissione giudicante, nonostante l’obiezione motivata, e in parte interessata per pregressi rapporti di solida amicizia, che il Figlio della Regista - destinato a diventare Padre Guardiano sulle scene e tecnico del suono appena sotto - portò con vigore, perorando la causa dell’altro aspirante. Un po’ per l’obiettiva ragionevolezza della contestazione, un po’ per la mia consueta tendenza a defilarmi dai ruoli di primo piano, cercai anche io di sostenere l’altra candidatura, ma senza esito. Fu deciso, all’unanimità, che sarei stato io a sostenere l’onore e l’onere di portare il Santo sulle scene. Al mio contendente fu dato il secondo ruolo per importanza, seppur in termini strettamente onorifici. Il ruolo del mio alter ego, ovvero quello che doveva rappresentare la “linea comica” dell’azione, era già stato assegnato a Martino, ragazzo dalla schietta e spontanea simpatia che aveva il physique du role perfetto per il compito. Gli altri ruoli erano decisamente minori e furono grosso modo ripartiti abbastanza casualmente tra tutti gli altri interessati, con la possibile eccezione del ruolo della Mamma del Santo e di Donna Maria, una sorta di post-Maddalena, assegnati alle due ragazze più disinvolte e briose della truppa.

Bene, eravamo pronti per partire. I primi incontri, essenzialmente di lettura del testo, si tennero negli stessi locali del provino, ma ben presto fu necessario passare ad un palcoscenico vero e proprio per poter provare non solo le battute ma anche i movimenti. Il palcoscenico era quello dell’Opera, il teatro che avrebbe ospitato la nostra première, prevista nello stretto intorno delle festività Pasquali, quando la comunità locale sarebbe stata più ricettiva rispetto alla nostra religiosa proposta drammatica.

E lo era, drammatica.

Io che, senza falsi pudori e modestie, ero sicuramente tra i più portati alla recitazione, a risentirmi oggi mi chiedo come mai non fossi stato denunciato per vilipendio alla lingua di stato. Tuttavia l’essere una compagnia di studenti, più o meno precettati, e la prospettiva di un pubblico composto essenzialmente da familiari e sodali, rendeva l’impresa compatibile con le nostre forze. Le preoccupazioni erano, al limite, concentrate tra gli adulti responsabili del progetto - più che tra noi ragazzi, ancora nel pieno di una sana e beata incoscienza adolescenziale. A dire il vero un po’ di responsabilità, via via che il tempo passava, l’avvertivo anche io. In primo luogo perché ero sinceramente affezionato al Professore; ancora oggi, a distanza di decenni, ricordo benissimo molte delle sue lezioni che sapientemente modulava, a seconda della necessità, tra toni alti ed aulici (ricordo come fosse ieri una lezione extra-programma su Freud e la psicanalisi), ed altri più terreni, non lesinando neanche l’uso del dialetto, se utile all’uopo (“Dante amava le donne leggiadre e angeliche, come Beatrice, laddove a Cecco Angiolieri piacevano quille belle femmene pupulàre… eje capite, Follìre?” o ancora “La moglie di Catone l’Uticense lo lasciò perché “ch’agghja fa cu’ ‘stu cataplasme” e si mise insieme a un giovane di nome Ortensio. Alla morte di questi, tornò da Catone: “Catò che dice, pozze turnà?” “E turne, mè”). E poi perché lo imponeva il ruolo principale, più esposto al possibile ludibrio e più bisognoso, dunque, di esercitazione.

Di fatto, essendo il mio personaggio presente in ogni scena dall’inizio alla fine, durante le prove ero costretto a rimanere in teatro per tutta la loro durata, a differenza dei miei compagni, più fortunati, che terminato il loro impegno sciamavano verso la Villa per godere del meritato struscio. Il più delle volte, dunque, beneficiavo del discutibile privilegio di godere della compagnia dei soli Adulti, Prof e Regista, e, al più, di qualche loro parente che veniva alle prove per curiosità o per star loro vicini. Ivi compresa una piacevole Ragazzina dai capelli biondi, di 2-3 anni più giovane di me, nipote del mio amato Prof.

Ma questa è un’altra storia.

Ah: no, è proprio questa storia.

e adesso la pubblicità

E’ necessario sapere che alcuni dei ruoli previsti nella rappresentazione necessitavano di attori bambini e, per non suscitare le ire dell’Unicef, il Prof pensò bene di coinvolgere figli e nipoti. Tra questi, il più piccolo era tale Francesco, sveglissimo ragazzino di forse diec’anni, che nel dramma era destinato, ahilui, ad una rapida ascesa nel regno dei cieli alla quale avevo il compito di preparare il pubblico per sollecitarne la commozione.

E, non per vantarmi, facevo veramente piangere.

La piacevole Ragazzina dai capelli biondi era sorella di Francesco, nipote del Prof e compagna di scuola di mia sorella; protagonista dunque di un mirabile conflitto di interessi ante-litteram che però me la rese subito simpatica, simpatia, credo, ricambiata soprattutto per il mio ruolo di aguzzino del fratello. In realtà in quel periodo avevo altre mire femminili. Avevo da tempo gli occhi puntati su uno dei tanti miei amori mai confessati e, in aggiunta, alle prove partecipava una rilevante giacenza di ragazze di quinta, dunque più grandi di me, che rappresentavano in quel momento un target anche sessuale decisamente assai appetibile.  Ad esempio la leggiadra donzella che nella rappresentazione ricopriva il ruolo di mia madre. La scena del nostro incontro si apriva con un abbraccio materno del quale, naturalmente, tendevo ad allungare artificiosamente i tempi (si può sbagliare un abbraccio? Come no, basta volerlo) sperando di sopprimerne, col tempo, ogni residuo di maternità. Del resto la battuta immediatamente successiva vedeva mia “madre” stupirsi per quanto ero sciupato e, pur essendo nel mio periodo aureo della mia battaglia con il peso superfluo, quest’affermazione non poteva che suscitare moti di ilarità che non solo assecondavo, ma facevo di tutto per stimolare. Vi era poi un’altra ragazza, dotata di un notevole personalino, che riuscivo a compiacere con la mia limitata abilità pianistica. Nel retropalco, sepolto fra scenografie e altri reperti dell’era mesozoica, vi era infatti un pianoforte a muro che, quantunque accordato come un sitar, riusciva a supportare dignitosamente le mie esibizioni iniziate con alcuni successi del recente Sanremo (ricordo di aver ripetutamente oltraggiato Via Margutta e Rien ne va plus) e continuate con estratti dell’album di Baglioni La Vita è Adesso, i cui spartiti la ragazza del personalino mi aveva procurato perché potessi suonarli per lei. Per un quasi sedicenne che aveva scoperto da poco i Deep Purple e i Led Zeppelin, Claudio Baglioni era sostanzialmente antimateria. Pure, di buon grado mi studiai gli spartiti di canzoni per me sconosciute, accogliendo con piacevole sorpresa il gradimento della ragazza del personalino e la rivelazione, per me sempre ammantata di magia e mistero, di essere stato in grado di decodificare il pentagramma in maniera grosso modo corrispondente all’originale. Peraltro il buon Baglioni in quel periodo era decisamente pervasivo, ed era - e lo sarebbe stato anche in futuro - entrato più volte nella mia vita per motivi sentimentali. E oggi, rassegnatomi ad avere un gusto musicale molto eterogeneo, non nascondo l’apprezzamento verso molte sue melodie ed arrangiamenti. Il piacevole effetto collaterale di questo studio matto e disperatissimo era che anche la Ragazzina dai capelli biondi non disdegnava le mie esibizioni e, insieme ad altre fanciulle, costituiva il mio pregiatissimo pubblico alla cui benevolenza destinavo le mie pause musicali tra un cambio di scena e l’altro, proprio come fossero piccoli caroselli pubblicitari.

Ma questa è un’altra storia.

Ah no, è proprio questa storia.

l’amico è domani

Arrivò la sera della prima, e fu un gran successo. Ci fu, è vero, il rischio di un piccolo incidente logistico. La sera precedente mi trattenni, come al solito, per tutta la durata delle prove ed ebbi in aggiunta l’onore di aiutare lo scenografo a incollare presunti mattoni su un presunto muretto delle quinte. Più in là il mio Prof discuteva insieme ad uno dei miei confratelli di scena; il primo sosteneva che la galleria constasse di dieci file di sedili, il secondo che invece fossero nove. La disputa non era esattamente di principio, visto che di fatto erano stati venduti biglietti per dieci file. Il Prof, con la pazienza dell’insegnante di lungo corso, invitò l’interlocutore a contare: “Ecco, vedi? Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove… occazzo, e mò?”. In ogni caso, la prima fu un successo. Circa seicento persone sedute, cui si sommarono una ventina di spettatori in piedi, applaudirono entusiasticamente l’attimo della mia morte. Oggi, una lettura di facile ironia interpreterebbe quell’entusiasmo come sollievo, ma gli applausi ci furono, e copiosi. Nell’ultimo atto dovevo preparare il pubblico a quel momento, dapprima con una serie di colpi di tosse che apparivano quanto mai naturali (e lo erano, visto che la tosse è uno dei miei talenti congeniti), poi attraverso un accenno di svenimento e, infine, con una pacata agonia che si concludeva con un “Tota pulchra es, amica mea”, sul quale mi lasciavo andare mentre una musica trionfante (immagino per i motivi di cui sopra) annunciava la mia dipartita. Riuscii anche rendere invisibile al pubblico un grosso momento di difficoltà che capitò nel punto in cui il copione prevedeva che uscissi da una porta del retroscena e, a indice puntato, ammonissi severamente Donna Maria sul fatto che i soldi non comprano tutto. La difficoltà nacque dal fatto che la catena del rosario, del quale giravo sempre armato, si impigliò nella cerniera della porta. Con matura nonchalance da prestigiatore attirai l’attenzione sull’indice gesticolante mentre con l’altra mano strattonavo disperatamente il cordone. Avevo a disposizione solo tre battute per farcela: “No, Donna Maria” – strattone – “Riprenditi pure i tuoi soldi” – strattone – “Non abbiamo bisogno di simili offerte” – ultimo strattone. L’ultimo strattone fu decisivo e riuscii a entrare in scena senza ulteriori impedimenti; rammento però che al contempo preparavo, come piano B, un’improvvisazione che prevedeva il far accomodare Donna Maria nell’ipotetica stanza al di qua della porta, con la possibile apertura di scenari inquietanti nella sacra rappresentazione.

Dopo aver espugnato con successo il teatro di casa, arrivarono messi di successi in trasferta. La nostra tournée nel subappenino Dauno ci vide trionfare in teatri e chiese sconsacrate. Il sospetto è che dopo le nostre esibizioni venissero sconsacrati anche i teatri, ma tutto sommato la forza del testo e del contesto riuscivano a far perdonare l’immaturità di quei ragazzotti che, per lo meno, ci mettevano entusiasmo. Un mio carissimo amico (l’Amico, a dire il vero) e compagno di scena, volle a tutti i costi partecipare alla prima, anche dopo essersi fratturato entrambi i polsi, il giorno prima, a causa di un inopinato salto dalle scale effettuato in uno dei momenti morti delle prove. E con entrambe le braccia ingessate, nel primo atto mi chiedeva la grazia per suo figlio, “gravemente malato”, suscitando nel pubblico una pietà esuberante: povero padre disgraziato, il bimbo malato e lui infortunato!

andiamo a casa

Arrivarono gli scrutini, arrivò l’estate e arrivò, al mare, anche la mia prima vera storia d’amore. Non ricordo bene come riuscii a vincere la mia eterna ritrosia a dichiararmi, ritrosia giustificata dal fatto che solo nell’ultimo anno avevo acquisito piena coscienza del fatto che potessero esistere persone, anche dell’altro sesso, che potevano innamorarsi di me. La mia autostima, da sempre a livelli da Mar Caspio, rappresentava un ostacolo enorme che si sommava ad un’oggettiva presa di coscienza: non sono mai stato “bello” da far innamorare a prima vista, ho anzi avuto sempre il sospetto che la “prima vista” fosse per me una partenza ad handicap. Ma nell’ultimo anno avevo avuto la ragionevole certezza di essere assai poco indifferente a ben tre ragazze, nessuna delle quali purtroppo era la Paola per la quale avevo anche scritto la mia prima, ingenua, canzone d’amore. Naturalmente Paola fu una delle tante ragazze che non hanno mai saputo dei miei struggimenti (e difatti l’unico verso che ricordo di quella canzone, che il cielo mi perdoni, è “Io ti amo, ma tu non lo sai e non so se lo saprai mai”) anzi, ad aggiungere beffa al danno, nelle rare occasioni in cui ebbi il privilegio della sua compagnia lei si peritava pure di perorare la causa di una delle tre “pretendenti”, sua cara amica. In ogni caso, alla veneranda età di sedici (16) anni compiuti avevo finalmente una ragazza, una ragazza, intendo, anche lei a conoscenza di esserlo. La storia vera e propria durò un paio di settimane, fino alla fine delle vacanze, anche se naturalmente ci impegnammo a sentirci e scriverci anche dopo il ritorno a casa, durante l’inverno, per vincere la lontananza di svariate centinaia di chilometri. Impegno che da parte mia venne meno per il sopraggiungere degli eventi che seguono.

Nel frattempo si verificavano altri avvenimenti, che nella mia memoria vengono scanditi da ricordi di partite di calcio, come in Febbre a 90 di Nick Hornby. Ad esempio la “maratona radiofonica”, 24 ore di trasmissione non stop, contrappuntata dalla sconfitta dell’Inter ad Empoli alla prima giornata di campionato, o il proseguimento della tournée teatrale in quel di Torino (nientedimeno!), legata ancora all’Empoli e alla partita contro il Torino che vidi insieme all’Amico. La scelta del capoluogo piemontese come primo passo della nostra personalissima “conquista del west” fu dovuta al fatto che Torino ospita una nutritissima comunità di immigrati nostri concittadini, pronti ad accogliere con indulgenza una rappresentanza giovanile della patria lontana. Naturalmente da parte nostra l’evento fu accolto come una meravigliosa gita scolastica fuori stagione, comprese le 82 ore di pullman che da sempre, per una scolaresca, rappresentano un eccitantissimo momento di socializzazione. Nel viaggio d’andata fui testimone delle reiterate avances del Marchese D’Avalos alla Ragazzina dai capelli biondi, che mi stupii ad accogliere con malcelata stizza. Ora, per me in genere questo non è, di per sé, sintomo rilevante di interesse sentimentale; da sempre, ogni volta che mi trovo in un gruppo di persone, il mio cervello effettua involontariamente uno scan delle presenze femminili e le ripartisce in due gruppi, dopo di che automaticamente mi fa comportare in modo da tentare di piacere alle componenti del gruppo A, pretendendone possibilmente amore e dedizione eterna. Il fatto che, dunque, un mascalzone (in quel momento tale mi appariva) insidiasse una delle più preziose componenti del gruppo A non poteva che suscitare il mio sdegno. Epperò forse qualcosa di più c’era, a giudicare dal gatto vivo che si agitava nel mio stomaco.

Ma questa è un’altra storia.

Ah no, è proprio questa storia.

un treno per dove

Arrivati a destinazione, ci recammo nei nostri alloggi. L’alloggio, in realtà, era una meravigliosa camerata quasi militare, ossia quanto di meglio si potesse sperare per un gruppo di garzoncelli scherzosi nell’età dello sviluppo. Le camerate erano anzi due, una per i cavalieri e una per le dame. Il nostro primo atto fu naturalmente, dopo aver preteso di essere andati a letto, di rivestirci - non tutti, il D'Avalos si esibì in un mirabile dopodoccia outdoor con solo asciugamano - e sciamare lungo il Po. A dire il vero non ci allontanammo molto da Porta Palazzo, e ricordo soprattutto le macchine che sfrecciavano veloci per Corso Regina Margherita e il nostro stupore nel constatare il loro civile fermarsi per consentire il nostro passaggio sulle strisce pedonali. Il giorno dopo fummo ospiti d’onore nella sala consiliare del municipio e quindi ci consegnammo al nostro pubblico per due sere consecutive. Due successi, sono costretto a rammentare, perché non ricordo di nessun serio incidente che potesse fare pensare all’esasperazione degli spettatori. In una delle due serate, però,  misi a dura prova la pazienza del Prof. Il Santo portava, infatti, un pizzetto non sostenibile dai miei peli facciali di sedicenne e quindi ero costretto ad attaccarne uno posticcio. Durante le prove la Regista verificò che l’unico modo per tenerlo ben fermo sul mio mento era usare un ciano acrilato. Sì, quello su cui c’è normalmente scritto “evitare il contatto con la pelle”. Com’è, come non è: a Torino il ciano acrilato non si trovò, e si usò altro tipo di collante. A metà del secondo atto, il pizzetto decise che era ora di camminare con le proprie gambe e si staccò. Recitai per circa cinque minuti tenendomi pensieroso il mento, cercando contemporaneamente di non scordare le battute e di interpretare i gesti furiosi che vedevo fare al Prof dietro le quinte. Mi raccontarono, poi, che l’espressiva gestualità del Prof era accompagnata da poco lusinghieri giudizi verso la mia persona, dato che non riuscivo a capire che la strategia giusta era quella di fare finta di niente, togliermi il pizzetto e liberare finalmente la mia gestualità recitativa, tarpata dal sostenere la barbetta, come dopo subitanea e miracolosa rasatura. Alla fine, non ricordo bene se per aver finalmente decodificato le contumelie o per esserci arrivato io, deposi il pizzetto su una panca e continuai come se niente fosse. La domenica, liberi finalmente dagli impegni teatrali, fummo impegnati in una serie di eventi sociali, tra cui un invito ad un dancing che erroneamente interpretammo come discoteca e che invece era una balera frequentata da attempati signori di mezz’età che inorridirono alla vista di quella banda di fetenti che avevano fatto irruzione a casa loro totalmente fuori tempo e fuori luogo, come un convoglio impazzito che semina il panico in stazione.

notte di note, note di notte

Quella sera, stanchi per tutti questi eventi, non evademmo dalla clausura e optammo tutti per la stessa scelta che Cosimo, lui e la sua “gl” moscia del “giaciglio di sarmenti”, già dalla prima sera aveva fatto in compagnia del suo testo di Pirandello, ovvero: riposo in camerata. Naturalmente per riposo si intendeva un po’ di baldoria interna, alla quale parteciparono anche alcune delle ragazze. Quando ormai era tardissimissimo resistevano al sonno soltanto pochi eletti, fra cui il sottoscritto, la Decana della compagnia che si era concessa al figlio della Regista, e la Ragazzina dai capelli biondi. A questo punto anche un emerito fesso come il sottoscritto doveva aver capito che probabilmente la circostanza non era casuale e, nell’ebbrezza della situazione, riuscii a catturare la manina della Ragazzina e a stringerla forte, registrando con un misto di piacere, sollievo e beatitudine, che la stretta veniva corrisposta. Non so dire perché, di tutti i possibili momenti di una situazione di coppia, compresi quelli più appassionati e focosi, non c’è niente, niente che mi abbia mai dato più felicità della semplice risposta a un gesto semplice come quello di stringere una mano. Per i motivi ampiamente enunciati precedentemente non vanto una sterminata collezione di conquiste, e quindi le mie esperienze sono limitate e probabilmente ingenue. Ma posso ben dire che, sia nei casi in cui la storia sia andata molto oltre, sia in quelli in cui si sia consumata solo in gesti del genere, quel tipo di istante ha rappresentato la felicità più pura e genuina che l’amore mi potesse regalare. Forse per lo stupore che ha sempre contraddistinto la constatazione che i miei sentimenti non fossero a senso unico, forse per l’ebbrezza della conquista, forse per il pensiero degli scenari che potevano aprirsi: non so. Fatto sta che quando la Decana e la Ragazzina finalmente decisero di tornare nella loro camerata, io avevo da un pezzo superato il settimo cielo, preparandomi a sfondare il tetto dell’ottavo. Il giorno dopo ci attendevano altre 82 ore di pullman alle quali mi preparai con entusiasmo e timore: era successo qualcosa o avevo immaginato più del dovuto? Quello fu senza dubbio il viaggio più lungo e meraviglioso della mia carriera di adolescente, sostanzialmente un unico, ininterrotto, bacio, esente anche dalle soste agli autogrill. Io e la Ragazzina dai capelli biondi seduti accanto sfidammo, meravigliandomi io per primo del mio coraggio, gli occhi dei suoi genitori, presenti in qualità di parenti/accompagnatori, dando dimostrazione ad alta voce e al mondo intero del nostro amore. Parola grossa? Negli anni successivi ho conosciuto altri amori ed altro amore, più intenso, più profondo, più duraturo. Ma credo proprio che, commisurando il tutto alla nostra età di allora, quello fosse proprio amore.

Ma questa è un’altra storia.

No, ormai dovrebbe essere chiaro che è proprio questa storia.

amori in corso

Ho sempre avuto la malsana tendenza a rimpiangere non tanto il passato, quanto addirittura il presente, e proprio nell’istante stesso in cui lo sto vivendo. Quasi ogni momento della mia felicità è sempre stato contraddistinto dalla presenza di una vocina nostalgica che dentro di me dice: “Peccato che prima o poi finirà”. Non ricordo sinceramente se mi sia successo anche in quell’occasione; forse ero ancora sufficientemente incosciente e intelligente, prima di rincoglionirmi con gli anni, per godermi l’attimo. Il ritorno alla vita quotidiana fu piacevolmente diverso. La mattina andavo a scuola passando a prendere la Ragazzina dai capelli biondi e insieme facevamo la strada che ci separava dalle quattro mura (anzi otto: quattro sue e quattro mie) scolastiche. Quanto è durato? Poco, molto poco, non ricordo. Non molto, sicuramente. Ricordo bene alcuni bei momenti, tipo la prima volta in cui la rividi dopo il viaggio, io affacciato alla finestra della mia classe, ancora quasi incredulo, e lei davanti alla palestra, che si sbracciava per salutarmi sorridente. O quando uscimmo una sera, occupando una panchina della Villa che orgogliosamente difesi, finalmente appagato di avere una ragazza con la quale condividerla. Ricordo frasi ingenue, del tipo: “Oggi tuo zio mi ha fatto leggere per tutto il tempo, quindi mi piacerebbe riposare le labbra” prima di baciarla. Chissà se già all’epoca mi sembravano sciocche o se invece le ritenevo irresistibili. Eppure, il fatto stesso che fossero propedeutiche a un bacio me le rende ancor oggi grate.

Ecco, anche se mi impegno molto non ricordo molti altri momenti felici. Ricordo invece benissimo il momento in cui l’incanto si ruppe. Eravamo lì dove tutto era cominciato, nella saletta attigua al convento, credo per provare una nuova rappresentazione in cui fui degradato da Santo a Re. Durante qualche momento morto delle prove alcuni di noi si trattennero fuori, nell’automobile del figlio della Regista che ci faceva ascoltare alcune cover comiche dell’album Rispetto di Zucchero. La Ragazzina dai capelli biondi rideva, ma non rideva con me, e mi sembrò distante, quasi fredda. Ancor oggi mi rivedo patetico nei miei tentativi di ristabilire un contatto con premure del tipo: “Hai freddo? Vuoi entrare? Vuoi il mio maglione?”, tentando disperatamente di non capire quello che stavo capendo benissimo. Provai ad illudermi che fosse solo una mia sensazione o che si trattasse di un episodio senza importanza. Quando ci rivedemmo la volta successiva era obiettivamente chiaro che per quello che la riguardava la nostra storia era già finita. O forse voglio crederlo, per non avere più rimpianti di quelli che già ho. Recentemente ho ripescato un mio scritto di allora, scritto forse come questo per esorcizzare il ricordo e cauterizzare la ferita che allora sanguinava apertamente e che anche oggi, pur essendo ormai sfumato il rimpianto in un più tenero ricordo del tipo “cosa se…”, porta con sé quel malinconico languore che caratterizza l’inizio e la fine di una storia d’amore. Tra quelle righe ne ho ripescato alcune che hanno rinfrescato un po’ di memorie, ad esempio una sua frase: “Ma noi ci vogliamo bene?”, che oggi rileggerei diversamente in “Ma tu mi vuoi bene?”, perché la verità è che temo di non avergliene mai dato prova. Quello che credo di poter ammettere, rivedendo la cosa con maggior razionalità e dopo tanti anni, è che fui totalmente inadeguato a gestire la situazione. Forse credetti che, una volta arrivato a conquistare la cima, questa dovesse necessariamente rimanere mio patrimonio, mentre ora so bene che la conquista della cima è solo l’inizio di una dura battaglia di resistenza. Credetti di avere tempo, tempo per imparare, tempo per riparare; e tempo non ce n’è, mai. Giorni dopo, parlando con la miglior Amica della Ragazzina dai capelli biondi, venni a scoprire cose che mi sembrarono incredibili: venni a sapere che quella che credevo per lei fosse un’infatuazione da pullman era una cosa che veniva da un po' più lontano, che la portava a parlare di me alle sue amiche (ma ci pensate? Una ragazza, una bella ragazza, che parla di me alle sue amiche? Di me!), che l’aveva portata addirittura a recarsi sul terrazzo della casa di una sua amica che permetteva la visuale del balcone dei locali dell’emittente radiofonica nella quale facevo il dj, per provare ad intravedermi. “Non so cosa sia successo dopo” mi disse l’Amica “ma una cosa è sicura: che la Ragazzina dai capelli biondi ti vuole bene”. Forse però intendeva: ti voleva bene, voleva bene al ragazzo brillante che trasmette in radio, che suona il pianoforte per lei, che è protagonista a teatro, non certo a quella specie di penoso broccolo in cui credo di essermi trasformato. Non so dire se fosse delusa perché mi aveva giudicato meglio di quello che in realtà ero, o se lo era perché mi ero progressivamente incartocciato. So che la sua chiusura mi sembrò netta, ma può darsi (può darsi) che fosse un estremo tentativo di capire se c’era ancora qualcosa di buono da salvare in me. Io, nell’occasione, detti il peggio di me stesso, ossia non detti niente. Non ricordo alcun mio tentativo serio di ricucire davvero il rapporto. Nonostante il suo atteggiamento intransigente, può darsi che un mio tentativo “dirompente” avrebbe potuto portare ad un esito diverso. Trascinai il mio spleen per mesi, resi ancora più penosi dal fatto che tutto il suo gruppo di amiche si era fuso con il mio e dunque la sua presenza davanti ai miei occhi era continua e costante. Il meglio che riuscii a fare, dopo settimane in cui mi crogiolavo, stordito, in una malinconia segnata, al solito, da una colonna sonora appropriata - alcuni estratti particolarmente struggenti di Jesus Christ Superstar durante i quali, oh gioventù, ho perfino pianto, e un’interessante caso di transfert musicale consistente nel brano “Rosanna” di Nino Buonocore, nel quale si mescolavano un testo che si adattava alla mia situazione e il fatto che Rosanna fosse così assonante con il nome Rossana, come la cantante cui la Ragazzina dai capelli biondi assomigliava soprattutto nell’acconciatura, prima di diventare la sosia di Patsy Kensit e quindi, se possibile, ancora più bella ai miei occhi - fu di scriverle una lettera, di cui fortunatamente ricordo solo un passaggio che basta a farmene ancora vergognare (si può scrivere a diciassette anni “abbatti quel muro glaciale che ci separa”?). Naturalmente il risultato fu che il muro glaciale rimase solidamente eretto e che, in aggiunta, mi consegnai al ludibrio del gruppo delle sue amiche che, mio e loro malgrado, orecchiai proprio mentre l’Amica diceva alle altre qualcosa tipo “e allora che fa, scrive una lettera?” con un tono tra il compassionevole e l’incredulo, probabilmente insieme ad altre parole più esplicite di cui graziaddio devo aver rimosso il ricordo. In un B-movie strappalacrime questa scena tragicomica accadrebbe durante la festa di compleanno del protagonista, e la mia trama personale non fece eccezione.

tutto il calcio minuto per minuto

In realtà mentre scrivo mi sovviene che forse un tentativo lo feci, ma quando era già troppo-tardissimo, provando a parlarle e ottenendo come risposta “Proprio ora? Ci sono tanti momenti…”. E, figlia mia, chissà quale sforzo sovraumano avevo fatto per vincere la mia ignavia e provare in extremis a capire quello che era successo e farmene una ragione. Di fatto, a distanza di venticinque anni, una ragione ancora non me la sono fatta. O meglio, mi è chiaro tutto, e penso di essere stato abbastanza spietato nel riconoscere i miei torti, solo non mi spiego, dopo tanto rincorrermi, la rapidità e la risolutezza con cui la Ragazzina dai capelli biondi volle porre fine a tutto. Negli anni ho provato a spiegarlo con la sua giovanissima età, età in cui un’infatuazione arriva velocemente e con la stessa velocità scompare. Solo oggi provo ad azzardare un’altra spiegazione, completamente opposta, e non meno severa verso di me. Oggi, che rimangono solo alcuni brandelli di ricordi, o di ricordi di ricordi, passati al frullatore del tempo e quindi forse più importanti o decisivi, credo di poter intravedere nel suo comportamento non tanto giovanile superficialità, ma matura determinatezza. Un altro ricordo che è affiorato recentemente, infatti, ora che ho saputo che come me la Ragazzina dai capelli biondi ha due figli, è di quando, seduti sui dischi di pietra della villa nella quale la mia generazione si è intrattenuta per anni interi, mi informò con il suo meraviglioso sorriso che lei avrebbe avuto tre figli, comunicandomene anche i nomi. Ecco, un segno del fatto che anche allora, quando ancora niente sembrava turbare la mia felicità, fossi inconsapevolmente convinto della provvisorietà della nostra storia, fu che questa comunicazione mi suonò “estranea”, come cioè se non potesse riguardarmi neanche per un attimo; mai per un minuto considerai il fatto che ci fosse la possibilità che il padre di quei tre figli potessi essere io che, anzi, per quello che era la situazione corrente, ero di fatto il genitore più probabile. L’altro brandello di ricordo che mi è venuto in mente fu il suo sorriso (aveva un bel sorriso, sì) pieno di stupore quando, ancora prima di metterci insieme, accolse l’informazione del mio buon profitto da studente: “Vai bene a scuola ?!?”, come se questo fosse un altro tassello che andava al punto giusto. Può essere, quindi, che lei avesse a un certo punto deciso che io fossi una persona veramente in gamba, considerazione che evidentemente devo aver demolito nel periodo trascorso poi effettivamente insieme. Oggi so che lavora molto, che ha un posto di responsabilità, e suppongo abbia mantenuto quella ferma determinatezza, la stessa che le fece supporre che verosimilmente non ero “buon materiale” per il futuro e che non valeva la pena investire tempo su di me.

Ma c’era dell’altro. Ricordo ancora che nel colloquio che ebbi con l’Amica, subito dopo l’inizio della fine, questa mi rivelò anche: “Non le hai mai fatto un complimento, non le hai mai detto quanto sia carina”. E sì che questa situazione l’avevo vista pari pari al cinema 4 anni prima, con Giuliana De Sio che rimproverava a Massimo Troisi esattamente la stessa cosa, di crogiolarsi nella sua introversione e di non aprirsi, di non vivere la loro storia, di non dirle mai quanto fosse bella, di distrarsi ad ascoltare Napoli-Cesena alla radio pur di non doversi impegnare in una discussione profonda con la sua partner. Il mio personaggio non era esattamente riservato come quello di Troisi, ma immagino di essere stato un disastro notevole per portare una persona che, a quanto pare, mi aveva addirittura quasi “cercato”, a cercare poi di chiudere con la massima sollecitudine ogni possibile porta. Fossimo stati negli States, invece che in Capitanata, probabilmente potrei riassumere tutto in un: “she just realized I was a loser”. Non so come renderlo in lingua, forse: “capì che ero un babbione”. Nonostante tutto provai a illudermi ancora per qualche tempo, fin quando un conoscente comune brutalmente, e forse neanche troppo disinteressatamente, mi fece capire senza mezze misure che la Ragazzina dai capelli biondi gli aveva detto personalmente che le probabilità di un nostro ricongiungimento erano più o meno pari a quelle che un cappuccino si scindesse nuovamente in latte e caffè. Già all’epoca feci una spietata autocritica, anche se in questi casi di solito si sbaglia in due. E all’epoca pensavo che il suo errore fosse stato quello di non aver saputo o voluto aspettare, di non averci dato un’altra possibilità. Probabilmente sbagliò, sì, anche se forse proprio a monte, credendomi o sperandomi diverso da quello che poi risultai. E riconosco pure che una delle mie colpe fu di sentirmi non all’altezza di quanto mi era capitato e di considerarla troppo preziosa, quasi fosse di cristallo.

E’ stupefacente notare che tutto comunque fosse già scritto proprio nei versi di una delle canzoni composte della suddetta antimateria che con tanto entusiasmo demolivo al pianoforte, comprese sensazioni, tratti anatomici dettagliati, e perfino la metafora calcistica.

la ragazzina ha un sorriso croccante e lui la tiene: ha paura che gli cada
la ragazzina sembra appesa a un palloncino e sulle guance in fiamme le si accendono domande
la ragazza nell'acqua bella dei suoi occhi chiari di un mare al mattino
e tra i suoi teneri polsi trema già un destino troppo grande
lui si conta le parole in tasca e la sua voce è come dietro un vetro
per la ragazza il film si ferma di colpo, per lui la verità sul collo è acqua gelata
e tra le labbra secche di cartone un urlo basso sale  da dentro
la ragazza, e il suo amore, che le muore tra le braccia,
raccoglie un pezzo di dolore e ci si taglia il cuore
e vanno via dentro un'aria tagliente a vetrini di un pomeriggio nudo
le radio dietro alle persiane e "tutto il calcio  minuto per minuto"

la vita è adesso

Fortunatamente l’agonia non durò ancora molto, complici alcuni fidanzamenti multipli tra alcune delle sue amiche e ragazzi di un altro gruppo che effettuarono il ratto delle nostre sabine. Era comunque consueto continuare a vedersi e credo anche salutarsi, ma in qualche modo riuscii faticosamente a mettermi questa storia alle spalle. Nel corso degli anni mi sono però reso conto che considero tuttora irrisolto questo rapporto, non foss’altro per il fatto che dopo cinque lustri ne sto ancora a parlare. Non aiutò molto neanche il fatto che, per tutto il periodo in cui frequentammo gli stessi posti (ovvero fin quando non iniziai gli studi universitari diventando, di fatto, un emigrante) non la vidi mai insieme a nessun altro. L’ultimo ricordo che ne ho è molto bello e tenero, un incontro una sera in un pub dopo non so quanti anni, io ormai già felicemente rifidanzato, in cui mi sembrò di leggere nei suoi occhi un sincero piacere di rivedermi e nel quale finalmente riuscimmo a chiacchierare per un tempo che mi sembrò comunque troppo breve. Ho desiderato tanto di riuscire a rivederla, forse per risolvere davvero la questione, anche se sono certo che quella che per me è stata una parte importante della mia vita per lei è stata probabilmente un episodio del quale non credo serbi nemmeno memoria. In un ideale film a tinte rosa quell’ultimo incontro è stato probabilmente il miglior lieto fine che potrebbe essere lecito attendersi. In un film più caustico e realistico ci sarebbe forse stato un ulteriore incontro in cui Lui a distanza di anni Le chiede: Perché? E Lei risponde: Lui chi? Tutto sommato, la domanda che forse le farei oggi sarebbe: ti ricordi di me? Anzi: ti ricordi di noi? Nella realtà sono ora invece immerso in questo tsunami di ricordi cui hanno concorso, in un clima di languida e tenera nostalgia, recenti eventi che hanno messo sottosopra le vite della mia famiglia e di quella di alcuni miei amici, nell’età in cui i capelli grigi portano a fare i primi conti, e si guarda un po’ avanti e un po’ indietro

E, se devo confessarlo, sono contento di come poi mi siano andate le cose e non cambierei mai la mia vita attuale con nient’altro.

Non ho rimpianti per quello che sarebbe potuto accadere, ne ho per quello che successe in quel momento. Mi sarebbe piaciuta una conclusione diversa, questo si. Non so quale, sinceramente. Mi è capitato, anche recentemente, di sognare la Ragazzina dai capelli biondi. Non mi è mai capitato di sognare episodi vissuti, quasi sempre in questi sogni ci ritroviamo nel “dopo” e ci manifestiamo affetto, e tanto mi basta, nel sogno. E tanto mi basterebbe, nella realtà. Una persona razionale - e io razionale non sono mai stato - sarebbe semplicemente contenta di avere conosciuto la Ragazzina dei capelli biondi e di aver vissuto dei momenti brevi ma intensi. Ma non sono mai riuscito ad essere felice per il fatto di esserlo stato. E allora, nelle nozze d’argento di quella notte lontana, l’unica cosa che mi sembra giusta è inviarle un saluto, a margine di questa che voleva essere solo una specie di tenero ricordo ed è diventata invece una seduta di autoanalisi che mi accorgo, ora, di voler prolungare indefinitamente per mantenere ancora vivo questo lungo flashback. La vita, infatti, mi ha portato lontano dai luoghi e dalla persone della mia giovinezza, e spesso l’unico modo per risentirli ancora parte di me è ricordarli.

E questi ricordi sono tutto ciò che ho: non ho nessuna sua lettera, non ho una sua foto, non un’immagine, né il suono della sua voce. Questo è dunque il filmino delle mia vacanza nel tempo, girato all’età in cui tutto sembrava possibile e proprio nell’attimo in cui la stessa cessava di essere spensierata.

Ti ho voluto veramente bene e sono stato veramente male. C’è stato un momento in cui avrei preferito non avere sofferto, a costo di non essere stato felice. E tuttora considero l’atarassia l’unica possibile scelta razionale.

Ma io razionale non sono mai stato.
E quindi.

E’ stato bello che tu ci sia stata nella mia vita, Ragazzina dai capelli biondi.


E questa era la storia.


http://it.wikipedia.org/wiki/La_vita_è_adesso

Friday, October 30th, 2009
9:17 am
Amore ad Altromare - parte IV (fine)

Altromare è stata sede di numerose microstorie sentimentali di un certo rilievo documentale: al di là della già citata e clamorosa simultanea di Calboni, conclusa con lo scacco matto dello stesso, come non ricordare lo spietato abbordaggio di Ramazzotti alla donna Del Palio, un costante e sfibrante lavorio ai fianchi che portò la suddetta, a ragione ritenuta inviolabile più della porta di Zoff, a cedere inaspettatamente proprio nei locali dell’Augustus dopo l’ennesima “boccia” di Prosecco offerta dal munifico playboy? Come non ricordare l’incredibile storia estiva che Rocca imbastì con Rola, promessa sposa al dott. Savona, e che, per l’unilaterale audacia di volerla protrarre oltre la zona franca dell’equinozio di autunno, rischiava di scatenare una faida tra due intere popolazioni? Come non ricordare gli sguardi omicidi di Datteri e il suo sfumacchiare seriale e nervoso mentre Esposito faceva un evidentissimo filo a Puma, la sua ragazza del tempo? E come non ricordare le malcelate avances di Forrester alla Cotoletta, che causarono nel fidanzato Lykos una tale iperventilazione da suscitare il commento di Ramazzotti (premio Cane per quell’anno): “Ahò, me voi gonfià er canotto” ? E che dire del gran rifiuto di Abete, bel tenebroso anelato dalla Campagnola, sodale di Petra, famosa per i suoi due di picche e nell’occasione ricambiata della stessa moneta? Il timore incrociato di incorrere l’uno nel rifiuto dell’altro causò una situazione di stallo che durò fino a fine estate, e dunque per sempre. Lo stesso temporeggiare che anche a me nocque con Petra, pur volendo sorvolare sulla sua disinvoltura, e che però mi salvò in un’altra occasione, quando rischiai di combinare un bel casino per amor dei grandi occhi di Christie.

 

Anche il premio Cane è stato quasi sempre legato a questioni sentimentali, fin quando non fu sospeso per eccesso di violenza. Il premio, istituito da Abete, veniva assegnato alla persona responsabile della cattiveria più perfida dell’estate. Fu inaugurato da Calboni, vincitore per due anni consecutivi sempre a danno di Rossetta, una ragazza transistor perdutamente innamorata di lui e da lui doppiamente bistrattata, dapprima a mezzo stampa con volantini ammiccanti e successivamente per la battuta fulminante di inizio estate “Mmà, Rossè, e‘ccume t’sì fatte ‘bbone! Andò sì st’t, a Lourdes?”. Di alcuni premi Cane si è già detto altrove: per quello di Falcao si legga “Smoke on The Water”, dell’imprevedibile premio Cane assegnato al Barone si è raccontato in “Estate ad Altromare”: mi limito a riassumerlo nella proposta di un affiancamento in motorino allo sventurato Coreano, troppo sesto per poter entrare nell’unica macchina (quella del barone, per l’appunto) disponibile per raggiungere la Città. Lo stesso Coreano fu protagonista dell’ultima edizione del premio, quando Ramazzotti bissò il primo successo alzando l’asticella del canismo e abbassando una panca sulla testa del Coreano, reo unicamente di reiterate confusioni onomastiche.

 

Strana terra, Altromare.

 

Eppure, anche ora che è rientrata prepotentemente nella mia vita, con una violenza tale da prostrarmi per via di un inatteso e lancinante dolore, non riesco a non associarla al periodo forse più bello, sicuramente più spensierato della mia vita. E, allo stesso tempo, temo vivamente che questa brutale rentrée possa essere l’atto finale della nostra storia, una storia così bella e lunga che forse era scritto non dovesse finire con un lento dimenticarsi, ma con un estremo strappo destinato a rimanere permanentemente nella mia memoria, come un’indelebile cicatrice.

 

So long, Altromare, e grazie per tutto il pesce. 

Monday, October 26th, 2009
6:43 pm
Amore ad Altromare - parte III

Ebbro del mio insuccesso, e di svariati centilitri di alcool, di lì a poco non seppi valutare nelle giuste proporzioni la dimostrazione di simpatia che Taffarel, la bellissima ragazza del Madornali - emiliana e, dunque, suscitatrice di grandi aspettative - in assenza del suddetto ma in compagnia di un’amica parimenti affascinante, diede a me, e ad altri della ghenga, durante una nostra sbornia light nei pressi del CampaCampana, disco club on the beach, del quale scroccavamo i bassi all’esterno (Unz-Unz) per economiche danze sulla sabbia, in attesa del valsente necessario per concederci estemporanei ingressi nel locale. La leggenda vuole che io, allorquando il resto della banda decise di girare i tacchi e dedicarsi ad altre occupazioni, fossi così infessito dalla situazione da oppormi a tale ritirata con un “NO!” sonoro, ripetuto e accompagnato dal perentorio gesto che la mano, in posizione di ok orizzontale, fa percorrendo un tratto di spazio dall’alto verso il basso, a rafforzare la negazione e corroborarla vieppiù di maggior vigore. In realtà ricordo molto bene la situazione, e senz’altro rammento di aver ingenuamente ipotizzato chissà quale potenziale sviluppo di grande interesse. Nondimeno ricordo altrettanto bene (non fa parte del mio personaggio) di non aver fatto niente di così kruschevianamente eclatante. Ma i ricordi di Altromare vengono rievocati a scadenze annuali, se non biennali, e così ogni volta si colorano di sfumature diverse e tendono a divergere per diventare sempre più eclatanti: suppongo che nei prossimi anni si dirà che io mi incatenai alle sdraio della spiaggia e che fosse stato necessario un intervento dei gendarmi per schiodarmi dalla posizione conquistata.

 

Nel frattempo da brutto anatroccolo mi ero evoluto in anatroccolo diversamente bello. Di cigni nemmeno a parlarne, ma qualche paperella che mi si filava c’era. Una situazione assai ingarbugliata mi capitò con tale Petra: mi abbordò, mi si avvinghiò, mi corteggiò e, quando ero ormai pronto ad impegnarmi, si concesse invece prima a Merlo, complice una partita di vino acetato, poi a Leggio, poi credo anche alla Filarmonica dei Marsi, prima di essere colta in flagrante dal genitore che minacciò lupare più o meno bianche verso tutta la sezione maschile della comitiva. In tutto questo ricevevo comunque, da ella, struggenti dichiarazioni e propositi di diuturna vita comune che dapprima ricevetti come segno di enorme stima (da me l’anima, dagli altri il corpo: decisamente un bell’affare) e che poi però, vista l’acuta intraprendenza e la bizzarra coerenza dimostrate, fui propenso ad archiviare senza dar loro seguito. Anzi, la buontempona riuscì anche a cazziarmi quando le fu riferita la mia frequentazione di una casa di apparenti facili costumi e che, invece, era solo sovraffollata di esuberanza. L’unica colpa dell’appartamento (che peraltro aveva l’enorme merito di essere situato in posizione assai vantaggiosa rispetto al mio habitat) era di ospitare contemporaneamente un congruo numero di ragazze di variabile disponibilità. Nel lotto c’era anche il mio eterno amore mai confessato, e verosimilmente mai corrisposto, più uno stock di coinquiline decisamente più propense all’azione. In realtà, dopo un inizio pieno di fuochi d’artificio, tale pregevole giacenza femminile si dedicò più che altro alla guerriglia interna, con la creazione di due formazioni contrapposte che non esitavano a colpirsi con le più atroci rappresaglie. Il mio spirito goliardico fu seriamente minato quando vidi con quanta allegria le componenti di una delle due fazioni cospargevano di copiose quantità di autan, ed altri prodotti parimenti urticanti, tutta la provvista di mutande di una delle avversarie. Ciò nonostante anche oggi, al ricordo di quei primi giorni in cui tutto sembrava possibile, finanche una terapeutica sessione di amore di gruppo, provo una grande tenerezza ed una rispettabile erezione.

 

La cosa bella del Righeira è che era praticamente autosufficiente: più di cento appartamenti, una piccola popolazione grosso modo uniforme con degli esaltanti picchi di densità. Il solo mio pianerottolo era abitato da Moretta e sorella, le Finniche e la Biondina. Al piano di sopra c’erano le gemelle Kessler. Se poco poco avessi avuto presenza e savoir faire, non avrei avuto nemmeno bisogno di uscire dall’androne per trascorrere delle estati memorabili. Ma purtroppo le aspettative si adeguano alle potenzialità e, ad ogni modo, la sola presenza di cotante beltà era sufficiente per rendere comunque invidiabile la mia collocazione.

 

Altri due bei tipi erano i figli della benemerita, GioPanni e Marino, l’uno languido e artatamente romantico, l’altro più garibaldino. Il povero GioPanni dovette patire numerosi cori sarcastici che scimmiottavano gli svenevoli modi della fidanzatina, e tanto tuonò che alla fine piovve: GioPanni lasciò la morosa che si consolò tra le braccia del bagnino pigliatutto. La svolta imprevista fu che qui si arrestò la carriera del suddetto asso: nel giro di pochi mesi egli lasciò sia la professione, sia il libertinaggio, e la morosita GioPanna è diventata la signora Baywatch. Marino, invece, era uno spietato marcatore a zona: chiunque passasse nel sua raggio d’azione veniva abbordata, usualmente con successo. Una delle ultime conquiste che mi ricordi era una nipponica che non sembrava niente di che, ma con un grado di esotismo pari a 9 e un coefficiente di difficoltà 9.8: il tuffo finale venne dunque ottimamente giudicato dalla giuria, che si riuniva, solitamente, sotto la “buatta” del Pappagallo, il lido balneare da noi frequentato per il 95% del tempo passato al mare. Come loro, anche Leggio era di provenienza autoctona; al di là della succitata condivisione di Petra (che va intesa come puramente platonica sul mio lato e leggermente più prosaica sul suo), il buon Leggio - una sorta di monumento ad Altromare – lungi dall’avere prestanza da latin lover vantò, alla faccia di tutti, numerosi successi di gradimento variabile (suo e del gruppo): la Ferrari, che imponeva un drammatico confronto dimensionale, Atalanta, docile e remissiva, per usare un’antifrasi, Natalina, vagamente spigolosa e decisamente gelosa, Germania, di gran classe ma di breve durata e con il grave handicap di essersi proposta contemporaneamente a Natalina (non avendola mai più rivista sospetto un “cappottu pisanti”, v. Dizionario della Mafia); tutto questo, prima di arrendersi e convolare anch’egli a giuste nozze.

Friday, October 23rd, 2009
2:44 pm
Amore ad Altromare - parte II

Non tutti i componenti del gruppo erano imbranati quanto me, si badi: oddio, ce n’era qualcuno messo anche peggio, ma nella comitiva brillavano più che altro gli intraprendenti che mietevano avventure a bizzeffe. Calboni, ad esempio, riuscì a conquistare Tiberia, purtroppo anche per lui ancora nella fase androgina. Ha avuto però tempo e modo di rifarsi, nelle stagioni successive, cogliendo numerosi successi e addirittura un Grande Slam che però terminò male quando, per eccesso di ostentazione e per tramite di inopportune delazioni, avvenne un improprio incrocio fra persone e informazioni. Il risultato fu che una persona soffrì molto, e che altre due persone rischiarono i propri denti. Il fascino e l’innata simpatia facevano di Calboni una preda molto ambita: la più grande Romagnola, ad esempio, spasimava per lui fino alle lacrime, mentre lui si limitava alle gocce. Purtroppo per lei, l’interesse di Calboni era limitato alla fascia situata fra la giugulare e l’ombelico, mentre il viso, di una bellezza che definirei incostante, spingeva il nostro eroe a riservarne un uso lontano dalle sorgenti di luce e, soprattutto, dalla presenza degli amici, sufficientemente stronzi per dileggiare questa sua frequentazione. Dopo un successivo periodo di monogamia consapevole, nel quale imprevedibilmente Calboni retrocesse a servo della gleba, partì la stagione del tiro al bersaglio che si concluse, come detto, con Wimbledon e con quanto ne seguì. Dopo quella serata turbolenta, il buon Calboni ritornò monogamo a lunga gittata e ora, nelle partitelle, giuoca con la squadra degli ammogliati.

 

Altro grande tombeur de femmes è stato il Barone, nobile di nome e di fatto. Credo sia l’unico esemplare maschile di mia conoscenza che sia riuscito ad essere oggetto del desiderio sessuale e, contemporaneamente, delle confidenze più intime del gentil sesso: normalmente si eccelle in uno solo dei due ruoli, difficilmente si riesce ad essere ad un tempo amico e castigatore. Il Barone è una felice sintesi tra me e Calboni, e anche a lui Altromare ha riservato molti piacevoli momenti romantici. Certo anch’egli, nelle rare occasioni in cui ha osato uscire dal ruolo del bravo ragazzo, ha provato i suoi dolori. Ha sperimentato ad esempio, quanto può essere volitiva e vigorosa una ragazza tradita nelle sue aspettative. E quando questa storia, che non aveva ormai più niente da dire e che sopravviveva solo per la baronesca bramosia ittica, fa da lui interrotta bruscamente, pagò salato il conto del suo misto mare imparando che un vocabolario italiano-inglese, tirato con il giusto angolo e l’opportuna forza, può causare dei mutamenti, se fortunati non permanenti, nella configurazione osteomuscolare della faccia.

 

Altri belli della comitiva, favoriti da Afrodite e dunque atti al gioco di rimessa, collezionavano amori e storie di sesso, più le seconde che i primi. Ramazzotti, nato ai bordi di periferia, era decisamente il casanova del gruppo e, normalmente, doveva semplicemente attendere che la prescelta gli cadesse tra le braccia. Se la prescelta era momentaneamente impegnata, o finanche strafidanzata, la faccenda poteva complicarsi e richiedere anche qualche ora più del previsto, a volte. Il suo territorio prediletto era la discoteca: la combinazione letale di presenza, savoir faire e ars amatoria attirava le prede con invariabile precisione. All’Augustus, celebre discoteca di Altromare oggi malinconicamente ridotta a club privé, Ramazzotti abbordò la fidanzatissima Tozzi, al secolo Zucchetta, e vinse un amplesso automobilistico del quale, come di consueto, l’indomani ci avrebbe relazionato con dovizia di particolari. Con sua grande sorpresa in quest’occasione si scoprì costretto ad agire in contropiede, visto che il mattino successivo la notizia si era già sparsa in tutto il litorale prima ancora che lui avesse potuto aprir bocca: era stata proprio la Tozzi a rovesciare i ruoli e a vantarsi della conquista. Del resto Zucchetta non era nuova agli exploit erotici: suo fu il primo seno nudo che vidi dal vivo in un contesto non intimo, al termine di una performance etilica di strip poker, dal quale nessuno degli astanti si aspettava granché e che invece riservò questo imprevisto eccitantissimo finale.

Per compensare lo scorno, Ramazzotti fu costretto ad enfatizzare i dettagli del rapporto, quali ad esempio la reazione di Zucchetta alla vista del suo utensile di lavoro: il surreale dialogo fu grosso modo questo:

“ Caspita! Ma … per te è la prima volta? ”

“ Mannò! Perché? ”

“ Perché … è così grosso … ”

“ Ma che te credi, che se consuma con l’uso? ”

 

A dire il vero ad Altromare si assisteva anche dialoghi anche più surreali, complice la stagione, l’età e gli orari da jet lag. Una volta, ad esempio, alle tre di notte mi avvicinai ad una panchina del Righeira attratto dai toni concitati di un dibattito che, a quell’ora, poteva vertere solo su uno di questi due temi: Dio o il sesso.

Non parlavano di Dio.

Il buon Tori e il suo amico Arnold discutevano animatamente sul tema: “Ma tu, a una che hai appena conosciuto, ciu’llkass’u’ciann?”. Per i lettori non dauni temo sia necessario tradurre l’ultimo lemma che, in italiano standard, può essere reso ad un dipresso con la domanda: “praticheresti il cunnilinctus?”. Questo, ed altri massimi sistemi, erano al centro degli interminabili talk show che ci consentivano di tirare il più tardi possibile, allungando il brodo con eterni tressette e improbabili merende (nelle quali Leggio, come da sua irregolare coniugazione transitiva, “ci campava” a base di bitterini e patatine), fino a dare il buon giorno a Basidio che si alzava per adempiere ai suoi doveri.

 

A Zucchetta è legata anche una delle mie poche disfatte di successo, nel senso di situazioni nelle quali toccò a me (incredibilmente, vista la mia iperproduzione seminale di quei tempi) opporre garbatamente un nolle prosequi. Da lei invitato fuori insieme ad un’altra coppia (primo segnale), addirittura preso a casa (secondo segnale) e portato su una panchina (terzo segnale), sorprendentemente, pur di fronte ad evidenti avances, non scattò dentro me quella molla che, come conseguenza prima, porta solitamente all’immissione sul mercato della suddetta iperproduzione. Coerentemente, dopo vaghi discorsi incentrati sul nulla, la serata finì tra la mia compiaciuta sorpresa e il suo evidente disgusto.

Thursday, January 29th, 2009
1:19 pm
Amore ad Altromare - parte 1

Una delle cose che maggiormente mi intriga riguardo ad Altromare, anche ora che la vivo a intervalli sempre più rarefatti, è l’atmosfera intrisa di sesso. O, quanto meno, di promessa di sesso. E’ un’atmosfera che temo di aver sperimentato più che altro in terza persona: da questo punto di vista ammetto di aver vissuto secondo i dettami di una morale involontariamente cattolica.

E’ altresì vero che, nel particolare contesto estivo, la promessa del sesso o, anche meglio, di un romantico trasporto sentimentale, risultava sufficiente per permeare i giorni che trascorrevo ad Altromare di quel languore che, anche a distanza di anni, può riaffiorare pressochè inalterato trasportato dalla nostalgia e dal tumulto dei ricordi.

Le mie vicissitudini sentimentali ad Altromare iniziarono presto, credo di aver avuto una decina d’anni. L’oggetto dei miei struggimenti era Ivana, una meravigliosa ragazza napoletana molto più grande di me, e provvista di un nome che altre volte, con alterne fortune, avrebbe fatto capolino nella mia vita. A quanto ricordo, il massimo avvicinamento che ebbi con Ivana (fidanzata con l’invidiatissimo Madornali) si verificò quando fummo vicini di altalena nel parco giochi del Righeira, il residence centro della nostra vita ad Altromare. Credo di aver scambiato, in quell’occasione, anche qualche parola con lei, e il solo fatto che non mi avesse liquidato con uno “Sparisci, sgorbio” la rese ai miei occhi degna di ogni laude e meritevole delle mie palpitazioni per almeno un paio di estati. Ero in una fase così stilnovista che mi accontentavo di saperla amata da Madornali, pur che fosse felice e potesse sorridere. Rivedendola anni dopo capii che avevo visto lungo e che, in prospettiva, il suo sorriso non era la sola dote degna di menzione. Pure, all’epoca non riuscivo a pensare ad altro che al suo viso.

Pochi anni dopo, nel pieno di una crisi puberale ricca di brufoli e grasso superfluo, ebbi le mie prime serie delusioni amorose. Ricordo un atroce scherzo che mi resero Alba, e la sua degna comare (che oggi forse è tra le lettrici di questo memoriale), quando mi diedero ad intendere che dovessi ritenermi fidanzato con la suddetta . La mia ingenuità non mi rese sufficientemente sospettoso neanche quando Alba mi suggerì di non divulgare questa novità, né mi destò particolare stupore il fatto che una così bella ragazza si fosse fidanzata con una specie di barattolo quale al tempo ero: ritenevo, probabilmente, che le favole esistessero anche nella realtà. Nella realtà, invece, Alba e la comare sfruttarono la situazione per una serie di scherzi di dubbio gusto dei quali ricordo poco, mentre ricordo meglio la mia reazione assolutamente poco da gentleman quando, scoperto il giochino, diventai manesco suscitando la riprovazione delle loro genitrici.

La seconda delusione che rammento, sempre nello stesso periodo, riguarda invece Tiberia, una mia amica di infanzia cresciuta con me giocando a tennis, calcio e qualsiasi altra occupazione poco femminile. All’epoca neanche il più perspicace meteorologo avrebbe potuto prevedere l’evoluzione che Tiberia avrebbe avuto di lì a poco: da maschiaccio pieno di croste sulle ginocchia a strafiga da passerella. Pure, la mia infatuazione si situa nel suo periodo di maschiaccio. Ciò non impedì tuttavia che, di fronte a un mio timido sondaggio condotto per il tramite di Abete, mio inseparabile sodale dell’epoca, la futura strafiga trovasse opportuno liquidare la faccenda con un “Ma chi, quer brutto coso?”. Tale commento mi fu riferito dall’ambasciator che, nell’occasione, portò pena, altroché. Ad essere sincero credo che il suddetto diplomatico abbia svolto in questa, ed altre, occasione un ruolo da volenteroso carnefice: non ho le prove che abbia ingigantito toni e parole, ma sicuramente non fece niente per smorzarli, e senza nascondere (ma è una mia impressione a posteriori) un certo compiacimento.

Nel frattempo gli anni passavano e Altromare ci si mostrava anche al di là dei confini del Righeira. Ricordo con molta precisione la sera in cui, più o meno quattordicenni, la sezione maschile della nostra comitiva uscì, agli ordini di AndyDeMilàn, al preciso scopo di “rimorchiare”. Già soltanto il termine ci riempiva la bocca e lasciava intravedere chissà quale imprevista evoluzione per una serata che, ci si auspicava, si sarebbe discostata da una norma fatta di sala giochi e corse in bicicletta. Con il senno di poi più che di rimorchio si trattò di una sessione di stalking: eravamo un gruppo di una decina di pirla con i brufoli che inseguiva ed infastidiva qualsiasi gruppo di ragazze in numero superiore a due. Se di tutta la sessione il ricordo più nitido che mi rimane è Andy che chiede una cibalgina a due ragazze, credo di non sbagliare nel ritenere la serata alquanto infruttuosa. In realtà ricordo di essermi divertito moltissimo e, seppur conscio che una corretta tecnica di rimorchio fosse molto lontana da quanto applicato in quella serata, anelai a lungo che la serata si ripetesse a breve, cosa che non accadde a seguito di un imprevista relazione sentimentale che legò il leader, Andy, ad un cocomero.

Nel frattempo il mio organismo aveva oltrepassato, seppur di poco, lo stato neanderthaliano ed ero diventato un giovanotto leggermente meno repellente. Iniziò così una timida stagione di successi, inaugurata dalla prima relazione sentimentale che non avvenisse nella mia fase rem e della quale la partner potesse affermare di essere a conoscenza. Fu la cugina di un mio caro amico a regalarmi la delizia del primo bacio e delle prime effusioni, cosa che scatenò un coacervo di sensazioni per lo più piacevoli (la felicità del primo amore corrisposto, la scoperta delle sensazioni fisiche collegate, la soddisfazione nell’aver sconfitto la temibile concorrenza del bagnino pigliatutto) ma anche dolorose (seppi dopo che il corretto termine tecnico è: colica spermatica).

(continua...)

Saturday, October 4th, 2008
7:29 pm
Ella? Deh... - Tragedia greca in tot atti - 2

SECONDO EPISODIO: LA CONFERENZA (O SYMPOSION)

Quando la sveglia alle 6,30 fa sentire il suo garrulo trillo vorrei scaraventarla a terra e godere di ogni suo pezzettino sparso sul pavimento. Non lo faccio solo perché NON HO una sveglia: all’uopo uso il mio telefonino, e non voglio certo ridurlo in mille pezzi.

Tenete a mente questa mia dichiarazione perché sarà utile fra un certo numero di righe.

Una lauta colazione a base di uova, bacon ed antibiotico riesce a ritemprarmi quel tanto che basta per affrontare una micidiale ora di pullman con aria condizionata a -15°. Il pullman effettua una specie di via crucis fra i vari hotel della zona per raccattare i partecipanti alla conferenza sparsi in ogni dove. L’autista del bus parla solo attichese stretto ma, mimando le parole “conferenza”, “trasporto”, e “a scrocco”, riusciamo non solo ad avere il passaggio fino al polo tecnologico sede del simposio, ma vinciamo anche un orsacchiotto di pelouche indossante un’accattivante t-shirt “Dora l’esploratrice”. L’esperienza è comunque utile per generare una comunella solidale fra i passeggeri della corriera, tra i quali spiccano alcuni italiani affabili e loquaci, una bielorussa dal bel sopracciglio e un lungagnone armato di sola moleskine.

La sala conferenza è estremamente deluxe: poltroncine comodose, ognuna delle quali munita di presa elettrica, scranno da oratore in stile neo-classico e banco bislungo per eventuali tavole rotonde.

Sullo sfondo c’è anche una tavola rotonda per eventuali banchi bislunghi.

Vige il principio di reciprocità.

Il keynote speech di apertura è tenuto dalla decana della materia che illustra, come ormai fa con perizia da quarant’anni di onesta professione, lo stato della sua ricerca. Più avanti la conferenza si ravviverà viepiù grazie ad alcuni ragguardevoli spunti, in parte coerenti con le tematiche esposte, in parte decisamente extra. Tra i primi, possiamo citare la presenza di un artista che espone le sue creazioni fatte con un materiale composto al 99.8% di aria. Non ho potuto esimermi dal ricordare un ameno aneddoto ambientato al “Cul de Sac”, locale free-jazz della mia città natale: al termine di una sua ottima prestazione cantautoriale per conto terzi, al mio amico Mauro fu chiesto “Ma ora facci qualcosa di tuo”. Dal pubblico partì un provvidenziale “No, no, sennò face ‘nu pitete”. Qualora i meno pugliesi fra di voi necessitassero di un servizio di traduzione, mi limiterò ad affermare che anche “’u pitete” ha una composizione molecolare molto simile, in percentuale, a quella del materiale usato dal suddetto artista. Malauguratamente, è il restante 0.2% che fa una fragorosa (e spesso aromatica) differenza. Fra gli altri spunti meritevoli di rilievo, citerò anche il report di un funzionario della comunità europea che, con tono solenne e fintamente rassicurante, ci fa capire che ogni nostro sforzo di mungere la mucca comunitaria per progetti di ricerca è destinato a un quasi certo fallimento, producendo come effetto collaterale istantaneo un moderato aumento della domanda etilica in sala pranzo. Il secondo giorno fungo addirittura da “chairman”, ovvero da moderatore, di una delle sessioni di presentazione. Indeciso tra un’interpretazione alla Yves Montand ed una alla Bombolo, sono sul punto di optare per un basso profilo. Sennonché, essendo il profilo ben lungi dall’essere il mio lato migliore, decido di appiattirmi il più possibile dietro il banco bislungo, dando inizio ad una nuova era di ventriloquio per il ruolo.

Decido di mantenere lo stesso stile anche per la mia presentazione dell’indomani che vede il pubblico decimato dai postumi della cena sociale, e ottengo l’approvazione dell’organizzatrice, una langarona greca dal profilo omonimo, non priva di curve ben collocate. Il nostro flirt viene troncato sul nascere dall’incombere della sessione successiva e, con matura non-chalance, mi concedo invece ad un’australiana di lungo corso che si dimostra entusiasta delle nostre realizzazioni e del mio modo di pronunciare la parola “repentino”. La nostra conversazione si prolunga durante un coffee break nel quale finalmente posso rilasciare la tensione, pur cercando di mantenere il giusto controllo sui muscoli pelvici (quando la tensione viene rilasciata improvvisamente, c’è sempre il rischio di un’improvvida enuresi).

Devo a questo punto chiarire a chi non ha mai partecipato ad una conferenza che le sessioni sono spesso lunghe ed estenuanti, arrivando a durare anche molte ore di fila. In questi frangenti assume importanza decisiva ogni pausa giustificata, dalla pipì al caffè. In genere, per dare meno nell’occhio e per disturbare il meno possibile l’oratore di turno, si cerca di uscire e rientrare alla chetichella. In quest’occasione, però, l’uscita principale è enorme e piazzata esattamente di fronte alla postazione dell’oratore, motivo per il quale le due uscite laterali diventano appetibili e assai ricercate. Tale strategia viene però vanificata dall’insensato cigolio di una delle due porte, un rumore straziante del quale mi risulta difficile rendere efficacemente l’idea per iscritto.
E, tuttavia, mi ci proverò.

Dovete immaginare un branco di velociraptor, a digiuno da giorni, torturati dopo essere stati adescati dal miraggio di cibo. Microfonate questi sauri, illusi, delusi, affamati e sofferenti, e costringeteli a cantare la soundtrack del Titanic diretti da Celine Dion. Applicate il massimo livello di dissonanza, e aggiungete sale e pepe a piacimento. Ora immaginate di peggiorare appena un po’ il tutto, e avrete ottenuto una pallida approssimazione dello stridore prodotto da quella porta malvagia.

Grosso modo a tutti è capitato di cascare nel diabolico trabocchetto, generando così un esilarante diversivo durante le presentazioni più noiose, ma solo a pochi eletti è stato dato di cascarci due volte. Fortunatamente sono stato spettatore diretto di uno di questi casi, e il misto di stupore, incredulità e irrefrenabile muta ilarità che ho visto dipinto sull’espressione dell’attrice di tale impresa, albergherà al lungo nel mio cuore.

Risulta invece fatale la mia sosta ai box per un pit-stop dovuto, credo, ai funghi della sera precedente. Commetto infatti l’errore di appoggiare il mio cellulare sull’unico supporto presente nella spartana (come è giusto che sia da queste parti) latrina, ovvero il portarotolo. Non chiedetemi cosa sia successo di preciso. Ricordo solo di aver visto il mio telefonino precipitare da un’altezza di oltre 80 cm e infrangersi al suolo con un sordo suono sinistro. Il vetro appare subito scheggiato, ma sembra cosa di poco. Più tardi un’orribile macchia nera si espanderà sul display con finnica inesorabilità, rendendolo quasi del tutto inservibile.

Mi fossi almeno tolto la soddisfazione stamattina.

 

STASIMO

CORO:
Tutti si aspettano in una trasferta

Qualche episodio che sia anche un po’ erotico
Qui, anche se i sensi son già posti all’erta,
non si va oltre un blando antibiotico.
Oblia la doglia e non far resistenza
Stringi un po’ i denti e mantieni il decoro
Oggi comincia la tua conferenza
Cribbio, tu in fondo sei qui per lavoro.
Tendi l’orecchio e fai bene attenzione
Segui e comprendi lo stato dell’arte
Mantieni salda la concentrazione
Anche se stridulo il cigolio parte.
Serio e compunto, mantieni il contegno
professionale: a te che ti freca?
Dell’occasione dimostrati degno
Ché dopo il giorno, c’è la notte greca.
Guarda la sala e i suoi banchi bislunghi
Su cui, seduto, tu ti puoi crucciare:
“Se non avessi mangiato quei funghi
Forse avrei ancora il mio cellulare…”

Wednesday, September 17th, 2008
11:40 am
Ella? Deh... - Tragedia greca in tot atti


PROLOGO

 
La conferenza stavolta è ad Atene. Il mio collega Quetzal elogia le gioie del turismo congressuale. Io controbatto che, tanto per cambiare, dovrò tenere la mia presentazione l’ultimo giorno e, dunque, come al solito non riuscirò a rilassarmi se non in extremis. Quetzal non accetta contraddittorio e lancia anatemi che vanno spesso a segno. A me produce una tonsillite esattamente la mattina della partenza.
Se si aggiunge che volerò Alitalia, comprenderete un certo disagio da parte mia.
 
 
PARODO
 
CORO:
Lasciati andare, Marcello, e cancella
Dal tuo pensiero la preoccupazione
Ogni trasferta, si sa, è assai bella
Se tu l’affronti con la distensione.
Ormai sei grande, non hai più la balia
Viaggi ne hai fatti assai più di mille
Se anche fallisce all’istante Alitalia
Resterà sempre il tuo mal di tonsille.
 
 
PRIMO EPISODIO: IL VIAGGIO (O KELEYTHOS)
 
Questa volta viaggio con rimborso contingentato: disporrò di un tetto massimo per le spese di vitto che, oltretutto, viene corretto da un fattore moltiplicativo dipendente dalla destinazione. La Grecia, a parere di chi ha stilato la tabella, è molto più economica del Burkina Faso e della Kamchatka, e dunque dovrò industriarmi a mangiare avanzi dei MakDonalthos.
Il viaggio aereo, nonostante le preoccupazioni della vigilia, fila via con grande slancio e puntualità cronometrica. Gran cosa i velivoli: in un’ora e quaranta percorro una rotta che rappresenta il tripudio della classicità, Roma-Atene. Peccato solo che a questi cento minuti se ne sommino altri seicento relativi a tratte ferroviarie, stradali, pedonali e mulattiere. In buona sostanza, partito di buon ora da casetta, arrivo nell’Ellade in tarda serata.
Giunto a destinazione, in compagnia di ElfaScura, provo una sensazione paragonabile a quella che ebbi in Giappone: è la seconda volta, infatti, che mi trovo in un paese contraddistinto da simboli alfabetici che non fanno parte della mia quotidianità. Oddio, i kanji in realtà sono di derivazione marziana, laddove il greco invece appare più alla mia portata. Non ho fatto studi classici, ma tra analisi e trigonometria ho conseguito una certa praticaccia di quegli esoterici simboli. Da lì a comprenderne la semantica, certo, ne passa di strada. Come minimo, quella che separa l’aeroporto da Glyfada 4th, la fermata del bus X96 adiacente all’hotel che ospiterà le nostre notti elleniche. Se non che, una volta sul bus, ci accorgiamo con terrore che il bus non fa tutte le fermate, ma effettua solo quelle richieste dal pueblo (si dirà demos?). Come faremo a riconoscere la nostra? Guardandoci in giro notiamo una sovrabbondanza di giapponesi, una quantità francamente irritante per un autobus che dovrebbe essere greco e, nei nostri desideri, fornito di un’adeguata e congrua rappresentanza di english-speaking people smanioso di aiutarci a scendere al momento giusto. Il panico aumenta quanto uno dei nipponici, brandendo una cartina dell’Attica come fosse una katana, indica su di essa una fermata molto successiva alla nostra, facendo capire con mosse di tai-chi che si tratta del punto in cui ci troviamo. Cerco allora di individuare il più vicino autoctono che mi sembri masticare un po’ di inglese, e ne ricevo conforto (manca ancora un po’ alla fermata) e addirittura entusiasmo (ci indicherà la fermata giusta). Se non che il nostro terrore ha mosso a compassione tutti i nostri vicini non orientali e, in particolare, un nonnino smanioso di indicarci lui la fermata corretta. Cerco di assicurarmi che abbia capito qual è la nostra fermata e, dopo aver consultato velocemente il mio vocabolarietto tascabile, compongo la frasina “Glyfada tessera stop?”. Tessera sta per quattro (ma non si diceva tetra?). Il nonnino comprende, ma non da peso alla questione: “Tessera, tria, sabkasvaslkalklxlvuopolos”, che suppongo voglia dire “tre, quattro, che importa?”. Infatti ci fa scendere alla primissima fermata di Glyfada, circa due chilometri prima di quella che invece è proprio di fronte al nostro hotel. Educatamente ringraziamo, in bilico tra la gratitudine per la buona volontà e la stizza per l’inopinato prolungamento di un viaggio che comincia a diventare stancante.
Una volta lasciati i bagagli in albergo, ci precipitiamo, vista l’ora tarda e la fame montante, verso il centro di Glyfada (che a questo punto devo precisare essere la zona balneare di Atene), ovvero esattamente il punto a 2 km di distanza in cui nonno Teodorakis ci aveva fatto precedentemente scendere. Lungo i viali del centro ci si offre lo spettacolo dell’esuberante gioventù greca che sciama, con compostezza, verso i punti focali del divertimento. Data l’età e la stanchezza non proviamo nemmeno a qualificare tali punti e ci mettiamo invece alla ricerca di punti più commestibili. Alfine, troviamo una traversa piena zeppa di steak houses e di grills. La percorriamo longitudinalmente, per un primo giro perlustrativo, e alla fine scegliamo quella con il miglior rapporto tra posti liberi e menu. Una sana bistecca e delle ubique melanzane saziano il nostro appetito, che si era via via trasformato in fame e, successivamente, inedia, e tomi tomi cacchi cacchi ce ne torniamo in hotel, chè necessitiamo di un sonno ristoratore giacchè la giornata è stata lunga e domani l’autobus della conferenza passa a prenderci alle 7.30.
Troppo stakanovisti ‘sti greci.


STASIMO

CORO:
Ti s'era detto, pezzo d'un grullo
Vai tu nell'Ellade assai misteriosa
Pur se il terreno t'appare un po' brullo
Viaggiare è sempre una bella cosa.
Or ti lamenti di quelle distanze
Che ti tormentano i piedi dolenti
Ma al tuo ritorno nelle quiete stanze
Queste dolenze già più non le senti.
E ora addormentati, grullo d'un pezzo
Chè la nottata è lunga e accaldata
E ti risveglierai assai più che mezzo
Se non parte l'aria condizionata.
Orsù fai presto, dormi e riposa
Chè di buon ora arriva qui il bus
Forza antibiotico, fai una bella cosa,
E ripulisci la gola dal ...
 
Thursday, January 31st, 2008
2:26 pm
Pubblicità intelligenti

Ricevo quotidianamente moltissime e-mail, una ricca percentuale delle quali è in effetti SPAM. Se si considera che, mi dicono, il filtro anti spam del server ne blocca circa il 95%, si ha un'idea delle dimensioni del problema.
Mi chiedo, però: questo 5% che passa, geneticamente modificato, resistente agli antibiotici, come fa? Quali sono le sue caratteristiche.?
Ciò che il filtro fa passare, nel mio caso, è invariabilmente legato a due leit-motiv: lavoro convenientissimo da casa e viagra o similia. Ora: da un recente sondaggio il posto in cui più si consuma sesso è l'ufficio. Ma allora, se mi fate lavorare da casa, il viagra a che serve? Superpippe? Non bastava allora una spagnoletta (o nocciolina americana) come zio Walt insegna?

Dall'analisi delle ultime e-mail, credo di poter dedurreche i filtri anti-spam hanno il senso dell'umorismo e se ne servono come discriminante. Diciamoci la verità: ogni giorno ci tocca leggere roba per lo più pallosissima, e l'arrivo di missive sgangherate ci risolleva l'umore almeno per un po'. E, a questo proposito, un mai troppo sentito grazie si potrà elevare ai realizzatori dei traduttori automatici che consentono primizie come le seguenti (leggetele con la voce di Apu del Jet-Market):

TITOLO: "Non arriva mai troppo presto?"
Non avevo durante tre anni nessuna erezione soddisfacente.
Cio mi ha preparato.
Con la donna abbiamo deciso di prendere il Viiaaaaagra...
E di 54 anni, e durante 2 anni non dovevamo rifiutare il sesso.
E l’amore E cosi intenso come il mezzo secolo fa!
Ora facciamo cio nuovamente di tre a cinque volte alla settimana.
Sono di 75 anni e mi sono riconoscente che ho fatto conoscenza con il Viiaaaaagra....

A parte alcune minuzie divertenti, come il viiaaaaagra che scritto così passa il filtro, ma soprattutto induce a leggerlo con un urlo belluino, cosa ricaviamo dalla lettura di questo manoscritto?
Abbiamo un vecchio di 75 anni che trombava come un riccio fino a 72, visto che solo "durante tre anni non aveva nessuna erezione soddisfacente". 
E si lamenta pure.
Poi con la donna decidono di prendere il viiaaaagra, in modo da non rifiutare il sesso durante gli ultimi due anni (ma non erano tre? non servirà magari del fosforo?). 
E infine cosa dice questo gran sudicione? Che è come mezzo secolo fa. Ma la moglie ha 54 anni !!!
Credo che ci siano gli estremi dell'arresto per pedofilia.

La stessa identica mail mi arriva due giorni dopo, ma con un titolo mooooooolto più bello:
TITOLO: "Comprate la forza per il pene, e salvate 85 %"
Beh, vi giuro che ero fortemente tentato di comprare la forza. Però mi sono chiesto: il rimanente 15% che fine fa?
Siccome ci sono affezionato (gli voglio bene come ad un fratello), rimanderò l'acquisto a tempi più bigi.

Di ieri questa meravigliosa ingiuzione:
TITOLO: "Il doping per la vostra cosa graziosa"
(loro sì che sanno come prendermi)
Devo dire, Ciiaaaaaaalis...
E meglio molto del Viiaaaaagra....
Tutto E molto piu naturale, che col Viiaaaaagra....
A causa di un lungo tempo dell’azione – 24 ore, si puo correttamente distribuire il tempo e passare alcuni cerchi.

Signori: questa è la reclame definitiva. Come potete resistere? Vi rendete conto che potete correttamente distribuire il tempo e, soprattuto, passare alcuni cerchi?
Questo vuol dire che diventa così magnificente che ci si può fare l'hula hoop?
Ma io me lo catto senza pensarci due volte!
E del resto, pensate:
- L'imballaggio modesto come anche il pagamento;
- Nessun imbarazzo e la necessita della visita al medico;
- Nessun' lunga attesa - la consegna durante 2-3 giorni;
- Il comando comodo e confidenziale - on-line;
- La visita al deposito controllato on-line;
- Nessun spese superflue.

E soprattutto:
Ordinate ora – e ricevete 4 pillole gratuitamente.

Basta ho deciso: passo all'azione. Mi seguite?
Gli hula hoop li potete comprare qui.

Thursday, September 6th, 2007
10:47 am
Storie di Altromare - Basidio
Questa è la storia di Basidio, indomito custode delle albe di Altromare.
Nella realtà Basidio si guadagnava da vivere custodendo non solo le albe, ma le intere estati (fatta eccezione per la pause pranzo) di tutti gli ospiti del residence Righeira, l’ombelico di Altromare. Molti di noi, io per primo, impiegarono diversi anni a compitarne correttamente il nome: per la prima parte della mia esistenza ho continuato indefessamente a chiamarlo Basilio, prima che qualcuno mi rendesse edotto del granchio che prendevo: una comprensibile storpiatura che eradicava dal suo nome, in fondo affascinante, lontane origini iberiche o pseudo tali.
Basidio rappresentava la continuità di Altromare, un posto che per sua natura imponeva un elevato e intevitable turnover delle presenze: ad ogni inizio di stagione si arrivava con il terrore di non incontrare più qualcuno della vecchia guardia (quest’anno non viene – ha venduto casa – è andato in Sardegna) ed era alquanto rassicurante trovare il vecchio caro Basidio alla guida della sua falciatrice, scorrazzare sulle erbe del Righeira accompagnando il canto della tagliaerba con i suoi inevitabili strali destinati ai contravventori dell’ordine:
- O Giò, nin si va c’li biciclett
- O Pè, esch’ dall’erba
- O Cì, t’shcoccie la coccie e t’n’coccie la coccie
Va detto che Basidio arricchiva il già espressivo idioma di Altromare con alcune sue rutilanti iniziative personali che trasformavano le sue frasi in enigmatiche perle di saggezza ittita, comprensibili e decifrabili solo dagli iniziati. Ma bastavano pochi giorni di frequentazione per entrare nel magico mondo di Basidio, riconoscerne i bonari rimbrotti e studiare tattiche evasive per trasgredire tutto il trasgredibile senza procurare offese permanenti alla natura e a Basidio stesso.
Faccia vagamente ispirata a Celentano, figura minuta ma granitica, con una muscolatura abbronzata e guizzante contenuta in una cannottiera - lungi miglia da Dolceggabbana - e un pantaloncino azzurro che ne costituivano la tenuta abituale, completata dalle immancabili ciabatte di ordinanza, diffusissime ad Altromare: pianelle forate con due nastri raccordati ad X sul dorso del piede che consentivano acrobatici giochi di abilità. Come quelli che il fratello di Raymo, ed il suo fedele alluce, erano soliti effettuare nelle performance alla gelateria S.Pietro, sorta di tempio limitrofo che costituiva passaggio obbligato per la gente del Righeira che ivi concludeva sovente le sue serate a suon di immaginifici mangiebbevi o di improbabili affogh’t o’u cioccolh’t.
Quantunque Basidio fosse nativo d’Altromare, e dunque titolare di un legittimo orgoglio territoriale, egli si mescolava con piacere alle masse stagionali e sapeva come partecipare alle gioie popolari. Si pensi che nel lontano 1982, quando l’Italia sconfisse il Brasile nel primo grande vero evento della mia sfortunata vita calcistica, Basidio si abbandonò ad entusiastiche manifestazioni di esultanza insieme alla folla dei residenti del Righeira, urlando a pieni polmoni “Ho vinto, ho vinto!”. Ciò suscitò la perplessità delle signore circostanti, svogliate tifose a cadenza quadriennale, che imprudentemente gli chiesero: “Ma perché ‘Ho vinto’, Basidio? Giocavi anche tu?” per ricevere in risposta il geniale: “Eh sì, sò lu portiere!”.
Caro Basidio, che i doveri del portierato e della gestione del grande parco Righeira costringevano ad orari complementari a quelli turistici di noi Altromaroli stagionali: nanna alle otto, sveglia alle cinque, esattamente quando, inciucchiti dal vino e dal tressette, o storditi dalle basse frequenze di discoteche costrette a proporci l’opera omnia di Massimo Ranieri per indurci ad abbandonare la pista, tornavamo per occupare i nostri letti e godere di un immeritato riposo. E lui era lì, al di là della zanzariera della sua ritirata, intento a radersi con perizia e cautela, in attesa che gli eventi della giornata lo sottraessero allo stato sobrio della sveglia e lo consegnassero ad una più abituale e rassicurante veglia etilica. In realtà, come molti uomini di altri tempi, Basidio indugeva ai piaceri enologici senza lasciarne trasparire, se non a livello superficiale, gli effetti collaterali. Prova ne è il dialogo avvenuto tra Calboni e Basidio alle 7.30 di una piacevole mattina di estate nel vicino Bar Sportivo:
Calboni – Basì, posso offrirti un caffè?
Basidio – No grazie, sono a stomaco vuoto. Un bicchiere di vino…
o, alternativamente, il dialogo avvenuto tra mia madre, che si lamentava per la diuturna assenza di acqua (nel mitico periodo pre-cisternico che costringeva i villeggianti del Righeira a recarsi a fontanelle pubbliche con ogni forma di recipiente atto a contenere materiali allo stato liquido):
Mamma – Basidio, ma manca l’acqua!
Basidio – Vabbò signò, bashta che ci shtà lu vino!
Ricordate la storia di Maria Antonietta, del pane e delle brioches? Qui la vicenda si rovescia da tutti i punti di vista, laddove all’imprudente incoscienza regale si sostituisca la saggezza popolare.
Sì, Basidio era più di un portiere, più di un custode, più di un giardiniere. Era il perno di Altromare: Basidio qua, Basidio là: era il factotum della città. Servono dei gettoni tacca-bitacca per telefonare al lontano papà? Millelire ventigettoni prontosignò. Serve un elenco telefonico o una pompa per bicicletta? Shta nella guardiola. Consigli spiccioli sullo stoccaggio dei rifiuti urbani? Ci shta lu cassonett. Urge una ramanzina per bimbi sordi ai richiami parentali? Oclà, obbedisch o t’shtacc lu becc.
Ma tutto ha una fine, e da quando Basidio non è più al Righeira le estati di Altromare sono diverse. Certo, questo mutamento è coinciso con il nostro passaggio all’età delle responsabilità, con la fine delle estati bimestrali e l’inizio delle ferie bisettimanali (quando è grassa), con il passaggio dallo status di figlio a quello di genitore. Ma anche l’assenza di Basidio ha il suo peso, quando mi scopro a desiderare Altromare non già per quello che è, ma per il paesaggio del passato che traspare sulla tela, oggi ricoperta di nuovi colori. Colori che rappresentano Altromare per le nuove generazioni e che probabilmente anche loro, fra qualche anno, rimpiangeranno, e così via di strato in strato. E così come Barba, il nuovo Basidio, costituirà il loro punto fermo per le estati a venire. Ma l’ottimo Barba, squisita persona ed efficiente factotum a sua volta, non ha conosciuto l’età dell’oro di Altromare quando cinque diverse generazioni, leggermente sfalsate nel tempo, si riunivano nel parco del Righeira, ognuna marcando il suo territorio fatto di panchine e piccoli spiazzi d’erba, per deliberare come trascorrere la serata e lamentandosi dell’enorme quantità di tempo perso in tale decisione. Senza sapere che era proprio questo tempo il migliore dell’estate e che costituiva la vera essenza di Altromare, prima che piccoli litigi e grandi meschinità disperdessero in mille rivoli questi gruppi che ambivano a definirsi comitive.
E credo che per sempre si conserverà il rispetto e l’affetto per la figura di Basidio, ancora più intenso e profondo da quando Basidio ha lasciato Altromare per recarsi a custodire le albe di Altromondo.
Thursday, May 3rd, 2007
7:29 pm
Voglia di ridere

Sono stanco.
Ma no stanco così e così, proprio stanco stanco.
Le vicissitudini lavorative degli ultimi tempi, la concomitanza di più scadenze (che in italiano fanno venire in mente al più dei mal di pancia - ho bevuto il latte scaduto! - ma in inglese fanno più paura, perchè si chiamano deadline, e quelle sono: mazzate di morte), e una diuturna carenza di sonno, mi hanno portato ad assumere un'espressione sempre più cadente e decadente, provvista di borse sotto agli occhi e le labbra lievemente increspate verso il basso, laddove per il senso da dare al termine lievemente dovete pensare alla sciarada: lieve? mente!.

Insomma.

Fatto sta che stanotte l'ambaradàm del mio subconscio è entrato in azione ed ha assolto a quella che, evidentemente, in questo momento è esigenza primaria. Avete presente? Non trombate da due mesi? Il subconscio vi offre Pamela Anderson, o Ave Ninchi a seconda (quello, ci vuole culo pure nel sogno), con tanto di piccola polluzione notturna se siete bravi. Avete sete? Il subconscio vi fa sognare ettolitri di acqua, fontane, fiumi - in questo caso il sogno è crudele perchè, se vi svegliate, avete pure più sete di prima - ma come non avevo bevuto un attimo fa? - Vi scappa una pipì monumentale? Il subconscio vi fa credere di avere un bagno a disposizione, ma da subito, no dopo aver fatto chissà quanti passi per raggiungere il walterklòs - in questo caso il sogno è sundolo - suBdòlo, vorrai dire - perchè come niente potete pisciarvi sotto, pure a ventitrentaquarantanni, non è problema di incontinenza.

Io stanotte ho sognato di ridere. 
Ma la cosa bella è che ridevo del sogno che stavo facendo, mentro lo stavo facendo! Mò non mi ricordo bene il motivo - era una cosa tipo che con un contrabbasso minacciavo la gente a mò di mitra agli angoli della strada, e poi emulavo Woody Allen in Prendi i Soldi e Scappa, andando dietro ad una banda suonando il contrabbasso stesso, se siete lettori veloci non noterete l'incongruenza.
Ma nel sogno ero insieme a

hrundibahkshi, e con lui ridevo del mio stesso sogno - Ma mò, ti pare che io andavo in giro con un contrabbasso a minacciare la gente! E poi andavo per le strade della villa a suonare dietro la banda! - e ridevo, anzi no ridevo: sghignazzavo! E secondo me non solo nel sogno, perchè poi mi sentivo i muscoletti della faccia che avevano riso overamente.

La mia amica e collega F. dice che è buon segno, di salute mentale attiva.
Io penso che sto combinato male.


Mò solo ad Ave Ninchi dovevo pensare, mannacciamort...

 

 

Friday, April 27th, 2007
1:03 pm
Georgia on my Mind (a.k.a.: I Left my Heart in San Francisco) - Last Episode (6)

Una coppia di audaci pionieri della tecnologia introduce, non senza dazio, effetti personali e strumenti meccanici nel continente americano per darne dimostrazione in una conferenza tenuta in un hotel ricco di memorie olfattive. Dopo aver visto un biondo cantante realizzare i loro desideri inespressi i due, fingendosi multimiliardari, scorrazzano in Cadillac e regolano i conti con una rappresentanza di mitili locali. Infine rinunciano alla night life californiana preferendole una calda serata in famiglia a premio del successo della loro esibizione professionale. A seguito di un trasferimento interno a prova di gourmet, i due sbarcano in Georgia dove li accoglie un hotel meno odoroso ma più connesso, un pub con originali idee sulla customer satisfaction, mortali trappole acquatiche ed una combo indiana-blues che li tranquillizza in vista della loro visita in luoghi parenti di recenti massacri.

Di buon ora ci rechiamo al Georgia Tech, ammirandone la ardite architetture in parte recuperate dai resti di un quartiere ad alto tasso delinquenziale, in parte ristrutturate grazie alla munifica donazione di un ex-studente che, troppo impegnato a diventare multimiliardario per potersi laurerare, ha deciso di rinunciare ad avere il nome dell'università vicino al suo su un diploma, e ha pensato bene di metterlo su un intero edificio, senza che l'ingrato, ma sempre magnifico, rettore gli abbia dato lo straccio di una laurea ad honorem. 
Quando uno è scorzo...
Le recenti notizie sulla carneficina del Virginia Tech ci fanno muovere con una certa circospezione, ma non ci impediscono di apprezzare il bellissimo parco, la gagliarda popolazione studentesca e le case delle varie fraternities che fanno tanto Animal House. La visita è interessantissima, ci abbeveriamo alla loro cultura e, in cambio, gli rifiliamo una demo estemporanea che ancora una volta ci conferma che diventeremo miliardari a breve. 
Quanto breve, non so. 
Dopo una lunga discussione tecnica, veniamo portati ad una Barbecue House che consente ad una rilevante giacenza di carni locali di immolarsi al nostro palato, al suono di assoli blues dell'insopportabile bellezza. Segue un'altra intensissima discussione tennica che ci porta al momento dei saluti e degli abbracci, scambio di biglietti da visita, vieni tu no vieni prima tu va bene vengo io - arò vai ? - ciao ciao porta i bambini a scuola. 
All'uscita della facoltà, mentre elogio l'innata simpatia di questi georgiani, veniamo investiti da un'improvvisa ma provvida ondata di simpatia genuina, quasi materiale, tanta simpatia che bastava mezza. Trasecolati, discutiamo sulle impreviste meraviglie di questa amena terra e ci infiliamo in un edificio che offre la combinazione Starbucks - Barnes and Noble. Un primo tentativo di shopping, un coffee che ancora stenta ad assomigliare ad un caffè ed una lunga discussione sui massimi sistemi ci scortano fino ai confini del pomeriggio: tempo di uscire dal territorio del campus guardando con preoccupazione ogni studente provvisto di giubbotto antiproiettile e bazooka, di dare un'ultima occhiata alle vie del centro, di recuperare il bagaglio ed, ipso facto, siamo in aeroporto.

Stavolta nessun controllo esagerato, nessuno spogliarello, nessuna necessità di giustificare imprevisti dispositivi robotici: siamo in uscita, possiamo trasportare pure bombe atomiche, solo, per piacere, sganciatele un po' più in là. 
Salendo sull'aereo veniamo accolti da un'ostessa la quale, alla visione del nostro passaporto italiano, ci guarda e fa: ciao. 
Ma ciao, cara, buonasera tuttobbene? 
Grazie all'enorme esperienza transcontinentale di Ciccio, ci vengono assegnati dei posti vicini alle uscite di sicurezza e al piano superiore. Questo si traduce in: circa due metri di spazio per le gambe, un minore affollamento rispetto al carnaio del piano di sotto, ed un servizio più veloce grazie ad una coppia di assistenti di volo dedicati.
Come se non bastasse, prima della partenza la bionda ostessa di cui sopra (anzi di cui sotto, visto che putroppo opera a piano terra) viene sparata da noi e ci fa: salve, come avete visto io parlo italiano, se aveste bisogno di qualsiasi cosa basta farmelo sapere.
Matònna.
E questo il servizio ce lo fa!
Mentalmente prepariamo una lunga lista delle cose di cui abbiamo bisogno, ma poi la stanchezza, il sonno, il jet-lag e lo champagne ci fanno vilmente propendere per alcune ora di riposo. Quando il testosterone riprende conoscenza siamo ormai quasi arrivati a Parigi, e possiamo solo prepararci per l'avventura più dolorosa e difficile del lungo viaggio: percorrere a piedi trasversalmente l'intero Charles De Gaulle (che, come sapete, si estende dalla Normandia fino alla Savoia) in dodici minuti. Nonostante il mio tallone farlocco, e la coppia di ernie di ciccio (cosa dicevo dell'essere giovanili, l'altra volta?) arriviamo in splendida forma e perfetto orario all'imbarco del Parigi-Pisa che ci riporta a casa con l'intrattenimento di alcune sfide a biliardo, ma stavolta virtuale.

Ho vinto i miei pregiudizi verso gli States, sia quelli positivi che quelli negativi: tutto sommato non è un altro mondo come un po' mi aspettavo, ma è sufficientemente diverso da giustificare il fatto di volerci ritornare prima o poi. La mia passione per Londra orienterebbe ad una visitina a New York, che metto dunque in calendario, ma quella per il blues mi spinge a tornare nel sud, magari in Lousiana, chissà, o nel Missouri a fare ciò che un mio amico fraterno suggerì mentre assistevamo alla prioiezione di Mississippi Adventure: 

"Ije, se vaje 'ddà, 'mmu veve 'ddu fiume".

The End.

Wednesday, April 25th, 2007
9:46 am
Georgia on my Mind (a.k.a.: I Left my Heart in San Francisco) - Episode 5

Dopo aver illegalmente importato mutande e dispositivi di interazione avanzata negli States, due grafici3D della più bell'acqua mortificano il loro apparato olfattivo in un garrulo hotel dalle mille meraviglie con conferenza incorporata. Subito uno scorno sentimentale da un paio di bionde angolofone e dal sosia di Owen Wilson, i due si autogratificano con una gita di lusso al Pier 39 lasciando impronte indelebili di sè stessi in un famoso museo della scienza. Indi danno riuscita prova delle loro tecnologie, seppur a caro prezzo telefonico ed informatico, prima di stafocarsi a mezzo di un certo numero di ostriche ed una cena italianeggiante con contorno di Nintendi e citazioni di colleghi ricchioni, a seguito della quale danno un pacco a dei compatrioti.

Per le strane alchimie del fuso orario ci viene fuori una giornata cortissima. Per un viaggio di 4 ore: partenza a mezzogiorno e arrivo alle 21. Mah...
Neanche il tempo di salutare San Francisco e già siamo in Georgia, ad Atlanta. Nel mezzo, un volo Delta nel quale veniamo oltraggiati con il più assurdo pasto mai consumato in volo: riceviamo una specie di busta sorpresa nella quale ci sono delle razioni per astronauti, però sotto forma di junk food: un pacchetto di noccioline assortite delle montagne, un set di tre crackers con formaggio giallo incorporato e una qualche forma di dolce che ancora non ricordo. Se considerate che Air France serve champagne...
Dopo il nostro arrivo a casa Coca-Cola, sperimentiamo una strana mistura di mezzi pubblici e taxi che ci conduce ad un dignitosissimo albergo nel quale c'è internet gratis, cosa che risolve almeno in parte i nostri disordini compulsivo-ossessivi nei confronti dell'email. In realtà Ciccio ha una forma di disordine ancor più di basso livello, dato che va in giro come un rabdomante con 3 apparecchiature diverse alla ricerca di una qualsiasi wireless aperta. 
Una volta trovata, poi, è soddisfatto: non è necessariamente detto che ci si colleghi.
Data l'ora tarda, chiediamo alla recepttion se ci consiglia un posticino per mangiare, e il receptionist ci consegna una bella mappa rossa puntinata di nero, nella quale auspicabilmente ad ogni puntino corrisponde un ristorante. Dopo aver provato ad unire i puntini, senza che alcunchè sia apparso, intraprendiamo una caccia al tesoro che termina al Vortex, unico locale ancora aperto alle 22.30 manco fossimo a Grottaminarda, e non ad Atlanta!
Entriamo nel Vortex, tipico pub americano con una rilevante quantità di targhe dei vari stati appese ai muri ed una quantità assai più rilevante di bottiglie di alcolici di ogni tipo, faccio per dire: una trentina di rum diversi, ognuno con 4-5 diversi tipi di invecchiamento, e via discorrendo. La lettura del menu è disorientante: si avverte che il locale non è politicamente corretto, che se non vuoi ascoltare musica ad alto volume, o non vuoi che ti si fumi accanto,  o non vuoi che una avventrice ti si strusci addosso (non che si sia presentata l'occasione, beninteso) faresti bene a stare a casina tua, che qui il cliente non ha sempre ragione, che la direzione si riserva il diritto di mandarti via a calci se venisse fuori che sei uno stronzo, e soprattutto l'ingiunzione "tip or die".
La realtà è poi molto più rassicurante e si compone di persone tranquilli, di una cameriera gentile e di due hamburgherazzi king size che sono leggermente meno junk del McDonald's. Il continuo cambiamento di fuso orario ormai ci consente di addormentarci quasi ad ogni ora del giorno, dunque senza problemi ci corichiamo alla giusta ora e ci risvegliamo ad ora altrettanto giusta.
Il tempo di sbrigare una tonnellata di corrispondenza elettronica e si fa mezzogiorno. Ci riserviamo un paio d'ore di turismo, prima di recarci al nostro appuntamento d'affari che ci terrà impegnati in una località limitrofa per tutto il pomeriggio. In queste due ore visitiamo l'Olympic Memorial Park, che celebra manco a dirlo le Olimpiadi qui tenute nel 2006 con una fontana i cui getti di acqua seguono il perimetro dei cinque cerchi olimpici. Per favorire il divertimento dei più piccini, il getto non è continuo ma intermittente e c'è sempre un varco mobile nel quale è possibile penetrare, con il giusto timing, al fine di godersi lo spettacolo acquatico dall'interno di uno dei cerchi. Siccome non ci facciamo mancare niente, sia io che Ciccio affrontiamo la prova con sprezzo del pericolo. 
Risultato: il mio braccio sinistro e l'intera gamba destra di ciccio si infradiciano. 
Commentiamo che, fossimo costretti a giocare ad un Prince of Persia dal vivo, la prima ghigliottina dentata ci farebbe secchi in tre secondi. Assistiamo, indi, alla stessa prova svolta da due ragazze che, precedentemente, sghignazzavano osservando la nostra esibizione e ci compiaciamo della zuppa d'acqua che investe una di loro, quindi ci allontaniamo con paterno sguardo di rimprovero.
Bordeggiamo nei pressi di un famoso acquario, i cui orari e prezzi mal concordano con la nostra agenda e i nostri portafogli a secco sia di dollari che di euri, e penetriamo nel cuore commerciale della città. A differenza di San Francisco, qui gli isolati sono praticamente monoedificio e, se questo edificio è un centro commerciale, un ufficio o un parcheggio, il paesaggio generale ne risente, così come l'umore dell'incauto turista costretto a camminare per venti minuti costeggiando barriere di cemento e di asfalto. Più tardi scopriremo che anche Atlanta ha delle zone molto carine e neanche troppo periferiche, ma al momento l'impressione non è delle più entusiasmanti, specie se comparata con il recente passato californiano. Trova invece conferma la mia recente teoria di una generale simpatia e positività degli americani, specie nelle piccole forme di cortesia: saluti da sconosciuti, sorrisi etc. Stupisce, infine, la presenza di cartelli bilingue inglese-spagnolo anche in Georgia! Me lo aspettavo in California, da bravo giocatore di Trivial Pursuit, ma non qui. Ah quante cose ci sono da imparare. Pranziamo in un centro commerciale in cui ci sono 6-7 ristorantini che si fanno concorrenza offrendo assaggini delle loro pietanze, tanto che meditiamo di risolvere la pratica pranzo scroccando antipastini. Poi uno scrupolo di coscienza, e il termine degli assaggini, ci fanno optare per del cibo mezzo cajun e mezzo francese. La metà caraibica è una specie di lanciafiamme che viene spento solo irrorandoci della frizzante bevanda locale, alla quale normalmente preferisco il chinotto, ma la regola di prediligere alimenti autoctoni stavolta è più forte di ogni considerazione gastro-globale.
Terminato l'incontro di lavoro, ci organizziamo la serata sfruttando ancora una volta l'internèt e i suoi ritrovati. Decidiamo che stasera vogliamo mangiare ad un ristorante indiano non troppo distante dall'albergo e vogliamo ascoltare del blues. Atlanta.citysearch.com ci fornisce i due riferimenti cercati: Desi Spice, prezzi modici, e Northside Tavern per il blues live. Entrambi i suggerimenti sono molto azzeccati. Il ristorante indiano ci fornisce un Tikka Masala e un qualcosaltro in porzioni così abbondanti da costringerci a lasciarne una parte. La mia personale prospettiva, oltretutto, si arricchisce di una spettacolare giocatrice di biliardo che, nella sala attigua al ristorante, dà così splendida prova di sè dal farmi stentare a tenere gli occhi sulla stecca. A panza piena, ci rechiamo pedo pede alla taverna di cui sopra (siamo ormai habituè dei locali di basso livello) con un certo anticipo. Stasera il locale è di jam session ("The famouse Northside Tavern jam-sessions" - eggrazzioucà chi ti smentisce?) il cui inizio è preventivato alle 22.30. Abbiamo mezz'ora più il recupero da impiegare. 5 minuti vengono impiegati per una Beck, il rimanente lasso di tempo per una spettacolosa sfida a pool nella quale, memore delle evoluzioni a cui ho appena assistito, regalo sprazzi di bel gioco e stecche clamorose. Il risultato finale è io 2 Ciccio 1, dopo di che lasciamo il campo all'unico avventore di colore che, sotto il suo cappuccio di felpa verde, comincia un lungo solitario che si protrarrà fino a notte.
Alle 23 in punto, in perfetto orario, 3 compari suonatori (i cui nomi d'arte sono Giùann, Franceschiello e Don Pascà) imbracciano basso chitarra e batteria e ci regalano del sano blues georgiano per circa un'oretta e mezza. Oltre ad alcuni standard, i tre propongono loro personalissime versioni di Misirlou, di Sweet Home Chicago e addirittura del tema del buono, brutto & cattivo. Siccome poi la jam è jam, cambia il chitarrista, poi il batterista, poi un altro chitarrista, poi il primo chitarrista si mette alla batteria, poi arriva un sassofonista, insomma la caciara più completa, ma sempre in dodice battute e su scala pentatonica.
Aaaaaah che soddisfazione!
Una botta di culo ci regala un taxi che droppa una persona, che deve del denaro al tassista, esattamente davanti alla taverna. Questa la ricostruzione dei movimenti: il debitore entra, il tassista attende, noi controlliamo la situazione, il debitore ritarda, il tassista si inquieta, noi controlliamo la situazione ma ad una certa distanza, il debitore sembra dileguato, il tassista entra nel locale, il debitore ne esce distribuendo cash a piene mani, noi approcciamo il tassista, il tassista ci chiede la destinazione, noi la forniamo, il tassista ci porta a destinazione, noi paghiamo, saluti saluti.

Ci regaliamo un meritato riposo, perchè l'indomani abbiamo in programma un'interessante visita al laboratorio di computer grafica del Georgia Tech.
Prima di addormentarci, sentiamo il notiziario: c'è appena stato un massacro al Virginia Tech.

Chiudiamo gli occhi non senza inquietudine.

Thursday, April 19th, 2007
9:26 am
Sulle strade di San Francisco - Episode 4

Due disinformati informatici realizzano un contrabbando di slip e robot in barba a Schengen, introducendo con sagacia tali effetti personali negli USA. Alloggiati in un hotel meglio apprezzabile con gli occhi che con le narici, partecipano con interesse ad un convegno terminato il quale assistono con sportività al concedersi di grazie canadesi ad elementi autoctoni. Per superare la delusione si concedono un giro in limousine che scontano a forza di junk food, prima di perdere la dignità proiettando ombre permeate di una certa rilevanza artistica sulle mura dell'Exploratorium di San Francisco. I due recuperano la dignità facendo un giro downtown e confrontandosi con l'eterogenea popolazione locale.

E arriva il giorno della presentazione. 
La sveglia fa il suo dovere di buon'ora e, ben vestiti, puntuali e belli come il sole, ci dislochiamo in una saletta attigua a quella dove dovremo montare il nostro ambaradàn al file di fare un ultimo test funzionale. Che, naturalmente, fallisce clamorosamente. Contattiamo (A MIE SPESE! Note to self: ricordarsi di non usare MAI PIU' il cellulare negli States) freneticamente la nostra antenna tecnologica italiana, Emacs, che ci fornisce una serie di possibili motivazioni per i problemi tecnici che stiamo sperimentando. Alla fine si scopre che la licenza di un software necessario per la nostra dimostrazione è scaduta ieri !!! A nulla valgono i tentativi di ritornare indietro nel tempo, anche solo di qualche oretta, e sono necessari sapienti ma innominabili interventi per trovare un rimedio momentaneo alla situazione di enorme impasse in cui ci troviamo. 
Come vuole Dio, alla 9.29 riusciamo a fare andare il tutto. 
Alle 9.30 è programmata la nostra presentazione.

Il nostro booth è subito affollato da una teoria impressionante di persone che si accalcano prima di tutto per riuscire a capire cos'è il trabiccolo (il cui nome, vi ricordo, è Phantom) che stiamo mostrando, a cosa serve e, in generale, come giustifichiamo la nostra esistenza. Il successo di pubblico è ottimo e prendiamo numerosi contatti tanto interessanti dal punto di vista professionale quanto inservibili dal punto di vista sociale, visto che si tratta quasi esclusivamente di attempate signore o corpulenti signori con diversi livelli di responsabilità in musei e altre strutture pubbliche. Veniamo quasi bellamente ignorati da noialtri giovani, tranne che da un gruppo di simpaticissimi ragazzi di Milano, compresa la milanese di Romania, che però ci danno del lei e frustrano alquanto i nostri patetici tentativi di sembrare ancora ragazzotti di belle speranze. Stiamo completando con grandissimo anticipo la transizione da giovane a giovanile, cosa che comincia a preoccuparci alquanto. Le luci della sala ondeggiano, segnale di imminente smontaggio dell'attrezzatura, emozione che il mio amatissimo notebook non regge: all'atto della sua chiusura, esso reagisce fratturandosi una cerniera ed aprendomi un buco grosso così nel coperchio. In questo momento ha una cerniera penzolante ed un'espressione molto sofferente. Al mio ritorno consulterò uno specialista, ma temo che dovrò essere costretto ad abbatterlo. Nel frattempo mi godo questi giorni in sua compagnia, conscio che potrebbero essere gli ultimi. 
Tra telefono e pc, cara mi è costata 'sta California...

Al termine della presentazione pubblica, ne teniamo un'altra di cabotaggio ridotto e personalizzata, prima di recarci al nostro secondo appuntamento con Sbrusa e consorte che ci propongono un brunch a base di ostriche in una parte della costa piena di locali mangerecci, salutisti, biologici e macrobiotici. Facciamo fuori con nonchalance una serie limitata di ostriche e alcune insalate miste che ci costano quanto un pasto completo ma riempiono come un antipasto. Però che soddisfazione! Soddisfatto il palato, progettiamo di soddisfare la panza più tardi con qualche porcheria calorica a basso costo, o magari in uno dei buffet gentilmente offerti dalla conferenza.

E infatti, al termine della plenary session nella quale viene anche brevemente citato il nostro lavoro, ci si trasferisce tutti a bordo di bus al Golden Gate Park, più precisamente nel Museo di Arte Contemporanea Uno Dei Tanti, per godere del buffet di chiusura. Finalmente riusciamo a fare comunella con qualcuno, guarda caso il gruppo dei simpatici ragazzi milanesi, venuti qui come volontari per pagarsi il fee (ovvero il fio) della conferenza, che finalmente smettono di darci del lei e passano a un più informale voi. Alla fine della serata arriviamo a darci del tu e promettiamo di contattarli per un'eventuale uscita notturna, per assaporare dall'interno l'intensa night life di San Francisco, visto che il rappresentante maschile del terzetto ha soggiornato qui per tre mesi e promette mirabilie di svariati club che qui, pare, chiudono alle 2 - ora locale - ma poi continuano in qualche modo fuori orario in private parties che ci incuriosiscono alquanto. In realtà non riusciremo a ritrovare il trio perchè, invitati a cena a casa di Sbrusa (una cena fantastica, autoprodotta, in un caldo e confortevole appartamentino su Petrero Hills, all'angolo tra la Diciannovesima e Wisconsin Street - non riusciro più a fornire indirizzi se non in questa maniera! Se volete venire a trovarmi a casa, recatevi a 18 Albert Mary Street, all'angolo con St.Anthony) facciamo un po' tardino per svariati motivi: un inglorioso ritardo in partenza, dovuto alla nostra dipendenza dal bus per abbandonare Golden Gate Park e alla successiva imperizia del tassista che ci porta in Wisconsin Street andando un po' troppo a casaccio, ed il relax dell'atmosfera casalinga, unito ad un'ottima cena (grazie ancora Sbrusa!) e a copiose sudate dovute a svariate partite con il Nintendo WII, nelle quali ho perso Wimbledon ma ho vinto il titolo mondiale WBC. 

Sbrusa ci provoca un po' di invidia quando dice che fa colazione in ufficio perchè, generalmente, un suo collega gay le porta quotidianamente dei biscotti che lui stesso fa in casa, facendomi domandare perchè io non ho colleghi gay così gentili ma solo colleghi ricchioni che non mi portano mai niente...

Torniamo a casa all'ora più piccola che esista e rinunciamo a contattare il gruppo dei giovani viveur, concedendoci una passeggiata notturna nei pressi dell'hotel, con una costante sensazione di insicurezza che ci costringe a camminare guardandoci alle spalle e avanzando spesso in formazione da guerriglia. Rifiutiamo più volte l'obolo a poco aggressivi homeless, anche perchè tirare fuori il portafogli non ci sembra una mossa azzeccata, assistiamo agli ultimi spiccioli di vita notturna di people in tiro (per le donne questo generalmente vuol dire abito da sera e tacchi, per gli uomini non necessariamente, specie i tacchi, mentre i più giovani sfoggiano canotte tamarrissime, seppur di Dolce e Gabbana) e, un po' in tono minore, chiudiamo la nostra esperienza californiana.

Tiriamo le somme? 
Molto meglio di quanto mi aspettassi, molto meno di quanto mi aspettassi, e credo che le due cose siano correlate. 
A suo modo qualcosa di esagerato San Francisco ce l'ha, ed è legata all'incredibile territorio pieno di colline più di Monica Bellucci, con un susseguirsi pazzesco di ripide salite e vorticose discese da spingere a chiedersi come fa questa città a stare in equilibrio e, soprattutto, come hanno fatto a costruire una metropoli in un territorio così accidentato. Lo so, lo so, c'è la baia e tutto, ma insomma. 

Frammenti in ordine sparso:
- un'inaspettata concentrazione di psychics, ovvero fattucchiere, cartomanti e quant'altro, ognuna con il suo "negozietto" e le sue brave tariffe per leggere presente, passato e futuro
- l'accesso di risa di una specie di body guard di colore, davanti alla porta dell'albergo, al vedere un gruppo di 5 imbiancate signore americane dare 25 cents di mancia al portiere. Una delle risate più genuine e coinvolgenti che abbia mai sentito! Ad una nostra richiesta di informazioni, questa specie di Forrest Whittaker non riesce a parlare perchè interrotto dalle sue stesse risate nel vedere l'espressione attonita del portiere con in mano la sua monetina, e continando a ripetere "A quarter? They gave you a quarter? Buoh-oh-oh!!!"
- alcune icone ricorrenti, tipo il tizio-statua davanti al nostro albergo (orario di servizio: 8 AM - 2 AM), la frequentissima sirena del Fire Department (é arrivato Kojak...), la bruttissima bandiera della California, che sembra disegnata da un bimbo con evidenti problemi di relazione con il mondo esterno
- l'accuratissimo controllo di sicurezza al momento di lasciare l'aeroporto di S.Francisco, nel quale ci hanno: perquisito, controllato le scarpe, rimosso ogni oggetto metallico, controllato il notebook, il cellulare, naturalmente il phantom, aperto le valigie, frugato alla ricerca di uova di pidocchi, esplorato rettalmente per escludere la presenza di ovoli di cocaina, mestato nel torbido ed espiantato un rene ed un polmone per fini non commerciali.

Finisce così: questa favola bella se ne va.
Ma aspettate, e un'altra ne avrete! 
Termina la saga di Sulle Strade di San Francisco ma inizia, quasi allo stesso orario e rigorosamente sullo stesso canale, un nuovo miniserial: Georgia on My Mind, con me e Ciccio per le strade di Atlanta.
Che forza questi sagaci individui!

Tuesday, April 17th, 2007
1:08 am
Sulle strade di San Francisco - Episode 3

Una coppia di ricercatori virtuali con problemi reali si reca a San Francisco superando le barriere doganali a suon di mutande e interfacce. Dopo essersi sistemati in un albergo dalle vigorose caratteristiche olfattive ed essersi cibati di prelibati manicaretti marocchini, accedono ad una composita conferenza scientifica che funge da preparazione per la seconda notte californiana, la quale si compone di un moderato tasso alcolico e di un terzetto di sestetti musicale di vario genere che fa da colonna sonora ad un imprevisto incontro con due sorelle canadesi che, sebbene attratte dal fascino mediterraneo, si concedono l'una ad un santone indianeggiante e l'altra al cantante del gruppo di apertura.

La giornata inizia con una colazione di lavoro, ad una tavola rotonda (di nome e di fatto) sul tema "3D and the web". Il discorso è annaffiato da tazze di un ignobile caffè (qui dicono: we proudly brew Starbucks Coffee, ma devo ancora capire di cosa esattamente sono orgogliosi) e da un'abbondante mandata di bagels con formaggio spalmabile. Ben presto il discorso scivola sul tema degli ambienti virtuali e in particolare di Second Life che, a quanto pare, sta diventando sempre più diffuso e conosciuto anche ai non addetti ai lavori: a Second life, e in particolare al suo utilizzo in ambito museale, è stata dedicata una presentazione, una dimostrazione e una colazione.
La presenza femminile aumenta quotidianamente, in quantità e qualità, sebbene debba ammettere che le più corteggiate di tutte sono un gruppo di italiane (Milano e dintorni) che inducono all'orgoglio patriottico. In effetti, con colpevole ritardo, si scopre che la milanese più interessante di tutte è in realtà rumena, ma ormai l'orgoglio patriottico era partito e non c'è stato verso di fermarlo. Gli effetti del jet-lag intanto colpiscono indiscriminatamente: per non sbagliare mi viene sonno circa ogni quattro ore, devo solo beccare lo slot giusto per addormentarmi.

Ad ora di pranzo decidiamo di fare un'escursione al Pier 39, un molo famoso per la colonia di leoni marini che spontaneamente si sono zatterate su alcune chiatte quivi ormeggiate. Per raggiungere il Pier 39 da Union Square possiamo prendere la Cable Car, ovvero un tram "storico", ma con raccapriccio ci accorgiamo che ci sono una trentina di persone in fila e che ogni cable car che arriva alla fermata ha si e no un paio di posti liberi, percui rischiamo di passare il pomeriggio alla fermata del tram. Mentre meditiamo sull'opportunità di fare una  scarpinata sisifica, si ferma davanti a noi una limousine nera con i vetri oscurati il cui autista ci invita a salire a bordo per portarci fino al Pier 39 alla modica cifra di 5 bucks each (esattamente il costo del tram). Ci sono 5 posti liberi, nei quali ci fiondiamo io, ciccio e altri 3 turisti del Connecticut. A bordo ci sono già altre 6 persone, per un totale di 11. Ciccio si siede a fianco di due simil-Michael Moore, uno dei quali attacca subito bottone con lui mentre l'autista ripetutamente chiede silenzio per incominciare il suo discorsetto. All'ennesimo Shut-Up Michael Moore si ribella dicendo che sta parlando al suo avvocato (ovvero Ciccio), ma l'autista non raccoglie ed inizia il suo show: tanto per cominciare ci mette a nostro agio dicendo "vi ho raccolti perchè mi facevate pena, sembravate degli homeless ma ora sulla limo siete dei gran signori" e per dimostrarcelo inizia a spadroneggiare sulle strade perchè "sulla limo comandiamo noi". Ammetto che l'interno della limo sia leggermente deludente: troneggiano 3 bottiglie sul lato, una di whisky, una di brandy e una di nonsocosa, enTREmbe rigorosamente vuote, e una serie di sedili di pelle nera leggermente sdrucita. In compenso l'autista è uno showman, continua a fare battute mentre ci offre un minitour della città, da Chinatown al quartiere italiano, fino ad arrivare a questo Pier 39. Lo showman incassa i 5 bucks più uno di tip on top (che non è un passo di charleston ma, più prosaicamente, la mancia), ringrazia con arguzia e se ne va. 

Il molo ha il tipico look di tutti i moli, tipo Brighton per capirsi, e il Pier 39 in particolare offre una vasta gamma di negozi e ristoranti per turisti che, per colore e disposizione, mi ricordano vagamente l'atmosfera di Camden Town. Solo che a Camden Town si mangia meglio, per dare un'idea. Al fine di risparmiare preziosi dollàri, ci oltraggiamo con un "chili dog" che altri non è che un hot-dog condito con del chili, e per sovrannumero, siccome non ci sembra di esserci ancora puniti abbastanza, incassiamo anche un pretzel with cheese. Confidiamo nella qualità del buffet serale che dovrebbe riconciliarci con il mondo e la gastronomia, e nel frattempo continuiamo il nostro giretto esploratorio, fra negozi di articoli magici, Chocolate Heaven e altre amenità del genere. Al termine del giro arriviamo al capolinea della Cable Car che dovrebbe ricondurci in centro, a patto di fare circa 45 minuti di fila. Un po' per il fascino di questo tram, un po' per risparmiare i soldi di un taxi, ci accolliamo questi tre quarti d'ora di fila e viviamo questa meravigliosa esperienza di risalire le onde stradali di San Francisco a bordo di questo simpatico trabiccolo e circondato da gente di ogni genere e peso, anzi vi dirò che tra tutti io spicco per magrezza ed aspetto patito. Che meravigliosa sensazione di legeressa!

Al termine della conferenza, un bus ci porta decisamente fuori centro all'Exploratorium, una specie di Museo della Scienza con installazioni interattive, sede del buffet serale. Io e Ciccio riveliamo subito la nostra appartenenza alla sottospecie umana degli ingegneri, dal momento che proviamo metodicamente quasi tutte le installazioni che illustrano i vari misteri e curiosità della fisica. Ciò ci fa perdere l'inizio del buffet al quale arriviamo in leggero ritardo e a tavoli quasi tutti pieni. Non che ci sia persi granchè, beninteso: basti sapere che, fra tutto, la cosa che ritengo più decente sono dei tacos faidatè, assaggiati i quali Ciccio proclama il suo giudizio: pessimi. La varietà però compensa il gusto e alla fine sfanghiamo pure questa cena. In tutto questo si sono formati ormai dei gruppi abbastanza chiusi nei quali fatichiamo ad inserirci, dato che dobbiamo ancora fare la nostra presentazione, che si terrà l'indomani, e dunque al momento risultiamo due semplici uditori scardaccioni. Una delle attrazioni più interessanti è una stanza in cui viene sparato un flash su pareti fatte di un materiale particolare, in grado di rendere permanenti le ombre proiettate. Ciò mi consente di avere la conferma che l'icona dell'utente "generico" di Skype, ovvero una sagoma nera su campo bianco, è stata ricavata senza dubbio alcuno dal profilo di Ciccio. Approfittando di una generale latitanza di estranei, i vostri eroi si abbandonano ad indecorose espressioni in grado di lasciare ombre poco edificanti, di alcune delle quali esiste testimonianza fotografica in grado di distruggere le rispettive reputazioni. Da bravi scolaretti indisciplinati siamo tra gli ultimi a lasciare questa specie di parco giochi dal retrogusto culturale, tanto che il capo della conferenza in persona deve venire ad invitarci a lasciare il palazzo.

Il bus ci riporta in centro e, prima di scivolare nelle braccia di Morfeo, ci concediamo una passeggiatina nel circondario notando l'imbarazzante convivenza delle due diverse anime dell'America: file di persone, fighetti e strafighe in tiro, in attesa di entrare nei club più esclusivi di San Francisco downtown ed, ad un tempo, stormi di indigenti di vario tipo (ma, ahimè, tutti dello stesso colore) alla ricerca di spiccioli per sbarcare il lunario.

Domani ci aspetta la presentazione, un brunch autoctono e la febbre del Sabato sera: stiamo a vedere che succede...

Monday, April 16th, 2007
5:36 am
Sulle strade di San Francisco - Episode 2

Due informatici in assetto da trasferta vengono paracadutati loro malgrado nella lontana California, dopo alcuni disguidi aeroportuali di carattere robotico, in patria, ed intimo, oltralpe. Dopo un lungo viaggio nel quale tentano invano di fare fortuna, accedono al rutilante albergo centrale nel quale vengono accolti da odorosi souvenir, dietro pagamento di modica tariffa. I due passano la prima serata californiana nel tepore di un ristorante magrebino sito tra uno dei tanti incroci a sella dell'ondeggiante città di San Francisco, prima di crollare vittime del jet-lag.

Il secondo giorno ci vede impegnati quasi full-time nella conferenza, che alterna momenti molto interessanti a momenti decisamente mosci. L'attenzione è però tenuta viva dalla presenza di una consistente rappresentanza femminile di alta qualità, inconsueta per i convegni da "geek" che solitamente frequentiamo. Infatti questo non è convegno da geek, ma media i mondi della tecnologia e dei beni culturali, mondo quest'ultimo dal quale proviene la giacenza tòpica di cui sopra.
Tra una sessione e l'altra, e un pranzo chinese take-away consumato in Union Square con la colonna sonora di una banda di tamburini di colore ed il contorno di una corpulenta drag-queen, troviamo il tempo di organizzarci la serata. Grazie al mai troppo lodato internèt andiamo a caccia di eventi musicali live, tra i quali scartiamo senz'altro un tizio che si chiama Lurid Bliss, mentre ci incuriosisce un concerto tenuto da tali Dying Californians (porelli) in un club a 8 isolati dall'hotel. Al termine delle sessioni, dunque, ci rechiamo alla Hemlock Tavern in Post Street (eh, ma quanto mi piace darmi questo tono: che ci posso fare?), non prima di aver consumato un trancio di pizza ustionante come parca cena, visto che investiremo un certo quantitativo di valsente nell'ingresso al club. Arriviamo in linea sufficientemente retta alla Tavern e ci piazziamo in posizione strategica nella saletta adibita a concert hall, delle dimensioni di non più di 20 metri quadri. L'acustica sarà ottima. Alla guida di un boccale di birra, io, e di un Gin Tonic, Ciccio - la richiesta di un Negroni è affogata nell'incomprensione del bar tender - ci mettiamo in attesa per l'ascolto del gruppo che ci allieterà la serata.
Con qualche quarto d'ora di ritardo arrivano in ordine sparso sei persone dal look molto new-romantic che prendono posizione, rispettivamente, a bordo di una batteria, di un'accoppiata di tastiere Korg-Casio, di una chitarra acustica, di un basso Fendere e, sorprendentemente, di tromba e trombone. I sei ci danno dentro che è un piacere, con un genere di musica che è stata definita come "Memphis soul in an indie bender", qualsiasi cosa voglia dire. Il vocalist-factotum, tale Paul Larson, assomiglia esageratamente ad Owen Wilson, ma canta meglio. In generale il concerto è ottimo e si lascia ascoltare con passione e senza risentimento. La presenza di una sezione di fiati e una sezione ritmica con dei controtempi non banali conferisce una certa personalità a delle armonie meno scontate di quanto possa sembrare al primo ascolto. Paul invita l'audience, per la verità ancora scarsina in consistenza, all'acquisto dei cd "because we need money" e ne suggerisce all'ascolto a quanti interessati, "the two of you", dice, ironizzando sull'eseguità del pubblico, in realtà destinato ad aumentare.
A circa metà concerto fa irruzione nella sala una coppia molto ben assortita di bionde che potrei definire, come dire... due stratopazze, se mi passate il concetto spaziale. Le due guardano nella sala, osservano attentamente il pubblico, scrutano gli astanti, e alla fine fanno la loro scelta e vengono clamorosamente a sedersi al nostro fianco. I motivi possono essere tanti: il fascino latino che dice sempre la sua, un certo qual magnetismo che emana dai nostri occhi, o la presenza degli unici due posti liberi a sedere. Fatto sta che le due - che chiamerò per comodità Jennifer e Katherine, dato che nella bolgia l'inevitabile chiacchierata procede a sprazzi nei quali non è dato sapere i nomi delle straf...delle top...delle tipe, insomma - turbano la nostra atmosfera rock-ascetica appena creata e introducono una violenta perturbazione a carattere temporalesco. Negli scarsi e assordati brandelli di conversazione con Jennifer, dato che dopo 2 minuti di orologio Katherine viene abbordata da un sedicente santone inturbantato che la monopolizza per il resto della serata, si viene a sapere che le top..aridagli, le tipe sono canadesi, di Niagara Falls, che Jen è insegnante per disabili (che suppongo riabilitati all'istante dall'esperienza) e che, pur se già da qualche giorno a San Francisco per vacanza, questa è la prima sera che passano fuori.
Due brave ragazze d'altri tempi, insomma.
Faccio notare che il mio status di marito e padre innamorato consente un interesse puramente accademico per tali situazioni. A conferma di questo citerò il fatto che l'unico frammento di conversazione ininterrotta, tenuto in una pausa del concerto, riguarda la situazione socio economica del Canada ed in particolare le istanze separatiste del Quebec. E giuro, giuro, che non sto scherzando.
Fra l'altro Jennifer stenta a nasconcdere un astio mica ridotto per i francofoni che ritiene i migliori amici dell'uomo, e mentre dice questo la maestrina si scola il terzo Margarita di fila. Butta male, temo che fra un po' sarò costretto a rifiutare le sue avances, che ritengo imminenti, motivandole con superiori motivi morali, sperando che la poverina non ne rimanga troppo delusa.
A questo punto si viene a sapere che i sei che stiamo applaudendo non sono affatto i Dying Californians, checchè, ma un gruppo di supporto, tali The Minor Canon, che però hanno riscosso il mio gradimento al punto da indurmi all'acquisto del loro cd, "No good deed goes unpunished" che ascolto con piacere mentre scrivo. Ai The Minor Canon succede un altro gruppo di supporto, nomato El Capitano, quartetto grunge di belle speranze, e infine il pezzo forte della serata, questi californiani morenti che hanno un sound a metà tra Simon & Garfunkel e i Beach Boys. Comunque bravi pure loro. Nel frattempo le gemelle Kessler sono diventate latitanti: l'una, la Katherine, sempre appresso al santone, l'altra assente da un bel po' senza motivi apparenti. Meno male, penso, così non sarò costretto a spezzarle il cuore. Uscendo dal locale ci imbattiamo, guarda caso, in Jennifer che, per cortesia, pensiamo di salutare con entusiasmo ed affabilità, ma ci rendiamo conto che un gesto del genere sarebbe inopportuno, dal momento che la vediamo impegnata in un tete a tete, tutta presa ad accarezzare i capelli...del cantante dei Minor Canon, ingiustificatamente ancora presente nel locale, con atteggiamento sufficientemente languido da ritenere prossimo un loro accoppiamento.
Eeeh, è l'America, qua funziona così. Tutto e subito, anche prima, possibilmente.
Mi rimane incomprensibile come la tipa abbia preferito alla nostra la compagnia di un bell'artista dalla voce suadente, giovane e biondo , ma deve essere una questione geopolitica. Mi scopro ad ammettere che Paul Larson, in procinto di diventare il mio nuovo idolo musicale, stranamente ora mi sta un po' sul culo, ma suppongo sia dovuto ad alcune tonalità della sua voce che, evidentemente, non mi sono congeniali.
Lasciamo i due ai prodromi del loro futuro amplesso e ci rechiamo a casetta, percorrendo una traettoria inopinatamente a spirale (ma non eravamo arrivati in linea retta?) e facendo lo slalom fra prostitutazze in alta uniforme ad ogni angolo di ogni strada (e stiamo parlando del down downtown, insomma del centro storico, se l'America avesse una storia), spacciatori e/o fatti di crack e una lunga teoria di homeless addormentati negli androni.
Le due facce dell'America, come ogni buon manuale del luogo comune insegna.

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