E-Bow: the letters
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| Friday, October 30th, 2009 | | 9:17 am |
Amore ad Altromare - parte IV (fine) Altromare è stata sede di numerose microstorie sentimentali di un certo rilievo documentale: al di là della già citata e clamorosa simultanea di Calboni, conclusa con lo scacco matto dello stesso, come non ricordare lo spietato abbordaggio di Ramazzotti alla donna Del Palio, un costante e sfibrante lavorio ai fianchi che portò la suddetta, a ragione ritenuta inviolabile più della porta di Zoff, a cedere inaspettatamente proprio nei locali dell’Augustus dopo l’ennesima “boccia” di Prosecco offerta dal munifico playboy? Come non ricordare l’incredibile storia estiva che Rocca imbastì con Rola, promessa sposa al dott. Savona, e che, per l’unilaterale audacia di volerla protrarre oltre la zona franca dell’equinozio di autunno, rischiava di scatenare una faida tra due intere popolazioni? Come non ricordare gli sguardi omicidi di Datteri e il suo sfumacchiare seriale e nervoso mentre Esposito faceva un evidentissimo filo a Puma, la sua ragazza del tempo? E come non ricordare le malcelate avances di Forrester alla Cotoletta, che causarono nel fidanzato Lykos una tale iperventilazione da suscitare il commento di Ramazzotti (premio Cane per quell’anno): “Ahò, me voi gonfià er canotto” ? E che dire del gran rifiuto di Abete, bel tenebroso anelato dalla Campagnola, sodale di Petra, famosa per i suoi due di picche e nell’occasione ricambiata della stessa moneta? Il timore incrociato di incorrere l’uno nel rifiuto dell’altro causò una situazione di stallo che durò fino a fine estate, e dunque per sempre. Lo stesso temporeggiare che anche a me nocque con Petra, pur volendo sorvolare sulla sua disinvoltura, e che però mi salvò in un’altra occasione, quando rischiai di combinare un bel casino per amor dei grandi occhi di Christie. Anche il premio Cane è stato quasi sempre legato a questioni sentimentali, fin quando non fu sospeso per eccesso di violenza. Il premio, istituito da Abete, veniva assegnato alla persona responsabile della cattiveria più perfida dell’estate. Fu inaugurato da Calboni, vincitore per due anni consecutivi sempre a danno di Rossetta, una ragazza transistor perdutamente innamorata di lui e da lui doppiamente bistrattata, dapprima a mezzo stampa con volantini ammiccanti e successivamente per la battuta fulminante di inizio estate “Mmà, Rossè, e‘ccume t’sì fatte ‘bbone! Andò sì st’t, a Lourdes?”. Di alcuni premi Cane si è già detto altrove: per quello di Falcao si legga “Smoke on The Water”, dell’imprevedibile premio Cane assegnato al Barone si è raccontato in “Estate ad Altromare”: mi limito a riassumerlo nella proposta di un affiancamento in motorino allo sventurato Coreano, troppo sesto per poter entrare nell’unica macchina (quella del barone, per l’appunto) disponibile per raggiungere la Città. Lo stesso Coreano fu protagonista dell’ultima edizione del premio, quando Ramazzotti bissò il primo successo alzando l’asticella del canismo e abbassando una panca sulla testa del Coreano, reo unicamente di reiterate confusioni onomastiche. Strana terra, Altromare. Eppure, anche ora che è rientrata prepotentemente nella mia vita, con una violenza tale da prostrarmi per via di un inatteso e lancinante dolore, non riesco a non associarla al periodo forse più bello, sicuramente più spensierato della mia vita. E, allo stesso tempo, temo vivamente che questa brutale rentrée possa essere l’atto finale della nostra storia, una storia così bella e lunga che forse era scritto non dovesse finire con un lento dimenticarsi, ma con un estremo strappo destinato a rimanere permanentemente nella mia memoria, come un’indelebile cicatrice. So long, Altromare, e grazie per tutto il pesce. | | Monday, October 26th, 2009 | | 6:43 pm |
Amore ad Altromare - parte III Ebbro del mio insuccesso, e di svariati centilitri di alcool, di lì a poco non seppi valutare nelle giuste proporzioni la dimostrazione di simpatia che Taffarel, la bellissima ragazza del Madornali - emiliana e, dunque, suscitatrice di grandi aspettative - in assenza del suddetto ma in compagnia di un’amica parimenti affascinante, diede a me, e ad altri della ghenga, durante una nostra sbornia light nei pressi del CampaCampana, disco club on the beach, del quale scroccavamo i bassi all’esterno (Unz-Unz) per economiche danze sulla sabbia, in attesa del valsente necessario per concederci estemporanei ingressi nel locale. La leggenda vuole che io, allorquando il resto della banda decise di girare i tacchi e dedicarsi ad altre occupazioni, fossi così infessito dalla situazione da oppormi a tale ritirata con un “NO!” sonoro, ripetuto e accompagnato dal perentorio gesto che la mano, in posizione di ok orizzontale, fa percorrendo un tratto di spazio dall’alto verso il basso, a rafforzare la negazione e corroborarla vieppiù di maggior vigore. In realtà ricordo molto bene la situazione, e senz’altro rammento di aver ingenuamente ipotizzato chissà quale potenziale sviluppo di grande interesse. Nondimeno ricordo altrettanto bene (non fa parte del mio personaggio) di non aver fatto niente di così kruschevianamente eclatante. Ma i ricordi di Altromare vengono rievocati a scadenze annuali, se non biennali, e così ogni volta si colorano di sfumature diverse e tendono a divergere per diventare sempre più eclatanti: suppongo che nei prossimi anni si dirà che io mi incatenai alle sdraio della spiaggia e che fosse stato necessario un intervento dei gendarmi per schiodarmi dalla posizione conquistata. Nel frattempo da brutto anatroccolo mi ero evoluto in anatroccolo diversamente bello. Di cigni nemmeno a parlarne, ma qualche paperella che mi si filava c’era. Una situazione assai ingarbugliata mi capitò con tale Petra: mi abbordò, mi si avvinghiò, mi corteggiò e, quando ero ormai pronto ad impegnarmi, si concesse invece prima a Merlo, complice una partita di vino acetato, poi a Leggio, poi credo anche alla Filarmonica dei Marsi, prima di essere colta in flagrante dal genitore che minacciò lupare più o meno bianche verso tutta la sezione maschile della comitiva. In tutto questo ricevevo comunque, da ella, struggenti dichiarazioni e propositi di diuturna vita comune che dapprima ricevetti come segno di enorme stima (da me l’anima, dagli altri il corpo: decisamente un bell’affare) e che poi però, vista l’acuta intraprendenza e la bizzarra coerenza dimostrate, fui propenso ad archiviare senza dar loro seguito. Anzi, la buontempona riuscì anche a cazziarmi quando le fu riferita la mia frequentazione di una casa di apparenti facili costumi e che, invece, era solo sovraffollata di esuberanza. L’unica colpa dell’appartamento (che peraltro aveva l’enorme merito di essere situato in posizione assai vantaggiosa rispetto al mio habitat) era di ospitare contemporaneamente un congruo numero di ragazze di variabile disponibilità. Nel lotto c’era anche il mio eterno amore mai confessato, e verosimilmente mai corrisposto, più uno stock di coinquiline decisamente più propense all’azione. In realtà, dopo un inizio pieno di fuochi d’artificio, tale pregevole giacenza femminile si dedicò più che altro alla guerriglia interna, con la creazione di due formazioni contrapposte che non esitavano a colpirsi con le più atroci rappresaglie. Il mio spirito goliardico fu seriamente minato quando vidi con quanta allegria le componenti di una delle due fazioni cospargevano di copiose quantità di autan, ed altri prodotti parimenti urticanti, tutta la provvista di mutande di una delle avversarie. Ciò nonostante anche oggi, al ricordo di quei primi giorni in cui tutto sembrava possibile, finanche una terapeutica sessione di amore di gruppo, provo una grande tenerezza ed una rispettabile erezione. La cosa bella del Righeira è che era praticamente autosufficiente: più di cento appartamenti, una piccola popolazione grosso modo uniforme con degli esaltanti picchi di densità. Il solo mio pianerottolo era abitato da Moretta e sorella, le Finniche e la Biondina. Al piano di sopra c’erano le gemelle Kessler. Se poco poco avessi avuto presenza e savoir faire, non avrei avuto nemmeno bisogno di uscire dall’androne per trascorrere delle estati memorabili. Ma purtroppo le aspettative si adeguano alle potenzialità e, ad ogni modo, la sola presenza di cotante beltà era sufficiente per rendere comunque invidiabile la mia collocazione. Altri due bei tipi erano i figli della benemerita, GioPanni e Marino, l’uno languido e artatamente romantico, l’altro più garibaldino. Il povero GioPanni dovette patire numerosi cori sarcastici che scimmiottavano gli svenevoli modi della fidanzatina, e tanto tuonò che alla fine piovve: GioPanni lasciò la morosa che si consolò tra le braccia del bagnino pigliatutto. La svolta imprevista fu che qui si arrestò la carriera del suddetto asso: nel giro di pochi mesi egli lasciò sia la professione, sia il libertinaggio, e la morosita GioPanna è diventata la signora Baywatch. Marino, invece, era uno spietato marcatore a zona: chiunque passasse nel sua raggio d’azione veniva abbordata, usualmente con successo. Una delle ultime conquiste che mi ricordi era una nipponica che non sembrava niente di che, ma con un grado di esotismo pari a 9 e un coefficiente di difficoltà 9.8: il tuffo finale venne dunque ottimamente giudicato dalla giuria, che si riuniva, solitamente, sotto la “buatta” del Pappagallo, il lido balneare da noi frequentato per il 95% del tempo passato al mare. Come loro, anche Leggio era di provenienza autoctona; al di là della succitata condivisione di Petra (che va intesa come puramente platonica sul mio lato e leggermente più prosaica sul suo), il buon Leggio - una sorta di monumento ad Altromare – lungi dall’avere prestanza da latin lover vantò, alla faccia di tutti, numerosi successi di gradimento variabile (suo e del gruppo): la Ferrari, che imponeva un drammatico confronto dimensionale, Atalanta, docile e remissiva, per usare un’antifrasi, Natalina, vagamente spigolosa e decisamente gelosa, Germania, di gran classe ma di breve durata e con il grave handicap di essersi proposta contemporaneamente a Natalina (non avendola mai più rivista sospetto un “cappottu pisanti”, v. Dizionario della Mafia); tutto questo, prima di arrendersi e convolare anch’egli a giuste nozze. | | Friday, October 23rd, 2009 | | 2:44 pm |
Amore ad Altromare - parte II Non tutti i componenti del gruppo erano imbranati quanto me, si badi: oddio, ce n’era qualcuno messo anche peggio, ma nella comitiva brillavano più che altro gli intraprendenti che mietevano avventure a bizzeffe. Calboni, ad esempio, riuscì a conquistare Tiberia, purtroppo anche per lui ancora nella fase androgina. Ha avuto però tempo e modo di rifarsi, nelle stagioni successive, cogliendo numerosi successi e addirittura un Grande Slam che però terminò male quando, per eccesso di ostentazione e per tramite di inopportune delazioni, avvenne un improprio incrocio fra persone e informazioni. Il risultato fu che una persona soffrì molto, e che altre due persone rischiarono i propri denti. Il fascino e l’innata simpatia facevano di Calboni una preda molto ambita: la più grande Romagnola, ad esempio, spasimava per lui fino alle lacrime, mentre lui si limitava alle gocce. Purtroppo per lei, l’interesse di Calboni era limitato alla fascia situata fra la giugulare e l’ombelico, mentre il viso, di una bellezza che definirei incostante, spingeva il nostro eroe a riservarne un uso lontano dalle sorgenti di luce e, soprattutto, dalla presenza degli amici, sufficientemente stronzi per dileggiare questa sua frequentazione. Dopo un successivo periodo di monogamia consapevole, nel quale imprevedibilmente Calboni retrocesse a servo della gleba, partì la stagione del tiro al bersaglio che si concluse, come detto, con Wimbledon e con quanto ne seguì. Dopo quella serata turbolenta, il buon Calboni ritornò monogamo a lunga gittata e ora, nelle partitelle, giuoca con la squadra degli ammogliati. Altro grande tombeur de femmes è stato il Barone, nobile di nome e di fatto. Credo sia l’unico esemplare maschile di mia conoscenza che sia riuscito ad essere oggetto del desiderio sessuale e, contemporaneamente, delle confidenze più intime del gentil sesso: normalmente si eccelle in uno solo dei due ruoli, difficilmente si riesce ad essere ad un tempo amico e castigatore. Il Barone è una felice sintesi tra me e Calboni, e anche a lui Altromare ha riservato molti piacevoli momenti romantici. Certo anch’egli, nelle rare occasioni in cui ha osato uscire dal ruolo del bravo ragazzo, ha provato i suoi dolori. Ha sperimentato ad esempio, quanto può essere volitiva e vigorosa una ragazza tradita nelle sue aspettative. E quando questa storia, che non aveva ormai più niente da dire e che sopravviveva solo per la baronesca bramosia ittica, fa da lui interrotta bruscamente, pagò salato il conto del suo misto mare imparando che un vocabolario italiano-inglese, tirato con il giusto angolo e l’opportuna forza, può causare dei mutamenti, se fortunati non permanenti, nella configurazione osteomuscolare della faccia. Altri belli della comitiva, favoriti da Afrodite e dunque atti al gioco di rimessa, collezionavano amori e storie di sesso, più le seconde che i primi. Ramazzotti, nato ai bordi di periferia, era decisamente il casanova del gruppo e, normalmente, doveva semplicemente attendere che la prescelta gli cadesse tra le braccia. Se la prescelta era momentaneamente impegnata, o finanche strafidanzata, la faccenda poteva complicarsi e richiedere anche qualche ora più del previsto, a volte. Il suo territorio prediletto era la discoteca: la combinazione letale di presenza, savoir faire e ars amatoria attirava le prede con invariabile precisione. All’Augustus, celebre discoteca di Altromare oggi malinconicamente ridotta a club privé, Ramazzotti abbordò la fidanzatissima Tozzi, al secolo Zucchetta, e vinse un amplesso automobilistico del quale, come di consueto, l’indomani ci avrebbe relazionato con dovizia di particolari. Con sua grande sorpresa in quest’occasione si scoprì costretto ad agire in contropiede, visto che il mattino successivo la notizia si era già sparsa in tutto il litorale prima ancora che lui avesse potuto aprir bocca: era stata proprio la Tozzi a rovesciare i ruoli e a vantarsi della conquista. Del resto Zucchetta non era nuova agli exploit erotici: suo fu il primo seno nudo che vidi dal vivo in un contesto non intimo, al termine di una performance etilica di strip poker, dal quale nessuno degli astanti si aspettava granché e che invece riservò questo imprevisto eccitantissimo finale. Per compensare lo scorno, Ramazzotti fu costretto ad enfatizzare i dettagli del rapporto, quali ad esempio la reazione di Zucchetta alla vista del suo utensile di lavoro: il surreale dialogo fu grosso modo questo: “ Caspita! Ma … per te è la prima volta? ” “ Mannò! Perché? ” “ Perché … è così grosso … ” “ Ma che te credi, che se consuma con l’uso? ” A dire il vero ad Altromare si assisteva anche dialoghi anche più surreali, complice la stagione, l’età e gli orari da jet lag. Una volta, ad esempio, alle tre di notte mi avvicinai ad una panchina del Righeira attratto dai toni concitati di un dibattito che, a quell’ora, poteva vertere solo su uno di questi due temi: Dio o il sesso. Non parlavano di Dio. Il buon Tori e il suo amico Arnold discutevano animatamente sul tema: “Ma tu, a una che hai appena conosciuto, ciu’llkass’u’ciann?”. Per i lettori non dauni temo sia necessario tradurre l’ultimo lemma che, in italiano standard, può essere reso ad un dipresso con la domanda: “praticheresti il cunnilinctus?”. Questo, ed altri massimi sistemi, erano al centro degli interminabili talk show che ci consentivano di tirare il più tardi possibile, allungando il brodo con eterni tressette e improbabili merende (nelle quali Leggio, come da sua irregolare coniugazione transitiva, “ci campava” a base di bitterini e patatine), fino a dare il buon giorno a Basidio che si alzava per adempiere ai suoi doveri. A Zucchetta è legata anche una delle mie poche disfatte di successo, nel senso di situazioni nelle quali toccò a me (incredibilmente, vista la mia iperproduzione seminale di quei tempi) opporre garbatamente un nolle prosequi. Da lei invitato fuori insieme ad un’altra coppia (primo segnale), addirittura preso a casa (secondo segnale) e portato su una panchina (terzo segnale), sorprendentemente, pur di fronte ad evidenti avances, non scattò dentro me quella molla che, come conseguenza prima, porta solitamente all’immissione sul mercato della suddetta iperproduzione. Coerentemente, dopo vaghi discorsi incentrati sul nulla, la serata finì tra la mia compiaciuta sorpresa e il suo evidente disgusto. | | Thursday, January 29th, 2009 | | 1:19 pm |
Amore ad Altromare - parte 1 Una delle cose che maggiormente mi intriga riguardo ad Altromare, anche ora che la vivo a intervalli sempre più rarefatti, è l’atmosfera intrisa di sesso. O, quanto meno, di promessa di sesso. E’ un’atmosfera che temo di aver sperimentato più che altro in terza persona: da questo punto di vista ammetto di aver vissuto secondo i dettami di una morale involontariamente cattolica. E’ altresì vero che, nel particolare contesto estivo, la promessa del sesso o, anche meglio, di un romantico trasporto sentimentale, risultava sufficiente per permeare i giorni che trascorrevo ad Altromare di quel languore che, anche a distanza di anni, può riaffiorare pressochè inalterato trasportato dalla nostalgia e dal tumulto dei ricordi. Le mie vicissitudini sentimentali ad Altromare iniziarono presto, credo di aver avuto una decina d’anni. L’oggetto dei miei struggimenti era Ivana, una meravigliosa ragazza napoletana molto più grande di me, e provvista di un nome che altre volte, con alterne fortune, avrebbe fatto capolino nella mia vita. A quanto ricordo, il massimo avvicinamento che ebbi con Ivana (fidanzata con l’invidiatissimo Madornali) si verificò quando fummo vicini di altalena nel parco giochi del Righeira, il residence centro della nostra vita ad Altromare. Credo di aver scambiato, in quell’occasione, anche qualche parola con lei, e il solo fatto che non mi avesse liquidato con uno “Sparisci, sgorbio” la rese ai miei occhi degna di ogni laude e meritevole delle mie palpitazioni per almeno un paio di estati. Ero in una fase così stilnovista che mi accontentavo di saperla amata da Madornali, pur che fosse felice e potesse sorridere. Rivedendola anni dopo capii che avevo visto lungo e che, in prospettiva, il suo sorriso non era la sola dote degna di menzione. Pure, all’epoca non riuscivo a pensare ad altro che al suo viso. Pochi anni dopo, nel pieno di una crisi puberale ricca di brufoli e grasso superfluo, ebbi le mie prime serie delusioni amorose. Ricordo un atroce scherzo che mi resero Alba, e la sua degna comare (che oggi forse è tra le lettrici di questo memoriale), quando mi diedero ad intendere che dovessi ritenermi fidanzato con la suddetta . La mia ingenuità non mi rese sufficientemente sospettoso neanche quando Alba mi suggerì di non divulgare questa novità, né mi destò particolare stupore il fatto che una così bella ragazza si fosse fidanzata con una specie di barattolo quale al tempo ero: ritenevo, probabilmente, che le favole esistessero anche nella realtà. Nella realtà, invece, Alba e la comare sfruttarono la situazione per una serie di scherzi di dubbio gusto dei quali ricordo poco, mentre ricordo meglio la mia reazione assolutamente poco da gentleman quando, scoperto il giochino, diventai manesco suscitando la riprovazione delle loro genitrici. La seconda delusione che rammento, sempre nello stesso periodo, riguarda invece Tiberia, una mia amica di infanzia cresciuta con me giocando a tennis, calcio e qualsiasi altra occupazione poco femminile. All’epoca neanche il più perspicace meteorologo avrebbe potuto prevedere l’evoluzione che Tiberia avrebbe avuto di lì a poco: da maschiaccio pieno di croste sulle ginocchia a strafiga da passerella. Pure, la mia infatuazione si situa nel suo periodo di maschiaccio. Ciò non impedì tuttavia che, di fronte a un mio timido sondaggio condotto per il tramite di Abete, mio inseparabile sodale dell’epoca, la futura strafiga trovasse opportuno liquidare la faccenda con un “Ma chi, quer brutto coso?”. Tale commento mi fu riferito dall’ambasciator che, nell’occasione, portò pena, altroché. Ad essere sincero credo che il suddetto diplomatico abbia svolto in questa, ed altre, occasione un ruolo da volenteroso carnefice: non ho le prove che abbia ingigantito toni e parole, ma sicuramente non fece niente per smorzarli, e senza nascondere (ma è una mia impressione a posteriori) un certo compiacimento. Nel frattempo gli anni passavano e Altromare ci si mostrava anche al di là dei confini del Righeira. Ricordo con molta precisione la sera in cui, più o meno quattordicenni, la sezione maschile della nostra comitiva uscì, agli ordini di AndyDeMilàn, al preciso scopo di “rimorchiare”. Già soltanto il termine ci riempiva la bocca e lasciava intravedere chissà quale imprevista evoluzione per una serata che, ci si auspicava, si sarebbe discostata da una norma fatta di sala giochi e corse in bicicletta. Con il senno di poi più che di rimorchio si trattò di una sessione di stalking: eravamo un gruppo di una decina di pirla con i brufoli che inseguiva ed infastidiva qualsiasi gruppo di ragazze in numero superiore a due. Se di tutta la sessione il ricordo più nitido che mi rimane è Andy che chiede una cibalgina a due ragazze, credo di non sbagliare nel ritenere la serata alquanto infruttuosa. In realtà ricordo di essermi divertito moltissimo e, seppur conscio che una corretta tecnica di rimorchio fosse molto lontana da quanto applicato in quella serata, anelai a lungo che la serata si ripetesse a breve, cosa che non accadde a seguito di un imprevista relazione sentimentale che legò il leader, Andy, ad un cocomero. Nel frattempo il mio organismo aveva oltrepassato, seppur di poco, lo stato neanderthaliano ed ero diventato un giovanotto leggermente meno repellente. Iniziò così una timida stagione di successi, inaugurata dalla prima relazione sentimentale che non avvenisse nella mia fase rem e della quale la partner potesse affermare di essere a conoscenza. Fu la cugina di un mio caro amico a regalarmi la delizia del primo bacio e delle prime effusioni, cosa che scatenò un coacervo di sensazioni per lo più piacevoli (la felicità del primo amore corrisposto, la scoperta delle sensazioni fisiche collegate, la soddisfazione nell’aver sconfitto la temibile concorrenza del bagnino pigliatutto) ma anche dolorose (seppi dopo che il corretto termine tecnico è: colica spermatica).
(continua...) | | Saturday, October 4th, 2008 | | 7:29 pm |
Ella? Deh... - Tragedia greca in tot atti - 2 SECONDO EPISODIO: LA CONFERENZA (O SYMPOSION) Quando la sveglia alle 6,30 fa sentire il suo garrulo trillo vorrei scaraventarla a terra e godere di ogni suo pezzettino sparso sul pavimento. Non lo faccio solo perché NON HO una sveglia: all’uopo uso il mio telefonino, e non voglio certo ridurlo in mille pezzi. Tenete a mente questa mia dichiarazione perché sarà utile fra un certo numero di righe. Una lauta colazione a base di uova, bacon ed antibiotico riesce a ritemprarmi quel tanto che basta per affrontare una micidiale ora di pullman con aria condizionata a -15°. Il pullman effettua una specie di via crucis fra i vari hotel della zona per raccattare i partecipanti alla conferenza sparsi in ogni dove. L’autista del bus parla solo attichese stretto ma, mimando le parole “conferenza”, “trasporto”, e “a scrocco”, riusciamo non solo ad avere il passaggio fino al polo tecnologico sede del simposio, ma vinciamo anche un orsacchiotto di pelouche indossante un’accattivante t-shirt “Dora l’esploratrice”. L’esperienza è comunque utile per generare una comunella solidale fra i passeggeri della corriera, tra i quali spiccano alcuni italiani affabili e loquaci, una bielorussa dal bel sopracciglio e un lungagnone armato di sola moleskine. La sala conferenza è estremamente deluxe: poltroncine comodose, ognuna delle quali munita di presa elettrica, scranno da oratore in stile neo-classico e banco bislungo per eventuali tavole rotonde. Sullo sfondo c’è anche una tavola rotonda per eventuali banchi bislunghi. Vige il principio di reciprocità. Il keynote speech di apertura è tenuto dalla decana della materia che illustra, come ormai fa con perizia da quarant’anni di onesta professione, lo stato della sua ricerca. Più avanti la conferenza si ravviverà viepiù grazie ad alcuni ragguardevoli spunti, in parte coerenti con le tematiche esposte, in parte decisamente extra. Tra i primi, possiamo citare la presenza di un artista che espone le sue creazioni fatte con un materiale composto al 99.8% di aria. Non ho potuto esimermi dal ricordare un ameno aneddoto ambientato al “Cul de Sac”, locale free-jazz della mia città natale: al termine di una sua ottima prestazione cantautoriale per conto terzi, al mio amico Mauro fu chiesto “Ma ora facci qualcosa di tuo”. Dal pubblico partì un provvidenziale “No, no, sennò face ‘nu pitete”. Qualora i meno pugliesi fra di voi necessitassero di un servizio di traduzione, mi limiterò ad affermare che anche “’u pitete” ha una composizione molecolare molto simile, in percentuale, a quella del materiale usato dal suddetto artista. Malauguratamente, è il restante 0.2% che fa una fragorosa (e spesso aromatica) differenza. Fra gli altri spunti meritevoli di rilievo, citerò anche il report di un funzionario della comunità europea che, con tono solenne e fintamente rassicurante, ci fa capire che ogni nostro sforzo di mungere la mucca comunitaria per progetti di ricerca è destinato a un quasi certo fallimento, producendo come effetto collaterale istantaneo un moderato aumento della domanda etilica in sala pranzo. Il secondo giorno fungo addirittura da “chairman”, ovvero da moderatore, di una delle sessioni di presentazione. Indeciso tra un’interpretazione alla Yves Montand ed una alla Bombolo, sono sul punto di optare per un basso profilo. Sennonché, essendo il profilo ben lungi dall’essere il mio lato migliore, decido di appiattirmi il più possibile dietro il banco bislungo, dando inizio ad una nuova era di ventriloquio per il ruolo. Decido di mantenere lo stesso stile anche per la mia presentazione dell’indomani che vede il pubblico decimato dai postumi della cena sociale, e ottengo l’approvazione dell’organizzatrice, una langarona greca dal profilo omonimo, non priva di curve ben collocate. Il nostro flirt viene troncato sul nascere dall’incombere della sessione successiva e, con matura non-chalance, mi concedo invece ad un’australiana di lungo corso che si dimostra entusiasta delle nostre realizzazioni e del mio modo di pronunciare la parola “repentino”. La nostra conversazione si prolunga durante un coffee break nel quale finalmente posso rilasciare la tensione, pur cercando di mantenere il giusto controllo sui muscoli pelvici (quando la tensione viene rilasciata improvvisamente, c’è sempre il rischio di un’improvvida enuresi). Devo a questo punto chiarire a chi non ha mai partecipato ad una conferenza che le sessioni sono spesso lunghe ed estenuanti, arrivando a durare anche molte ore di fila. In questi frangenti assume importanza decisiva ogni pausa giustificata, dalla pipì al caffè. In genere, per dare meno nell’occhio e per disturbare il meno possibile l’oratore di turno, si cerca di uscire e rientrare alla chetichella. In quest’occasione, però, l’uscita principale è enorme e piazzata esattamente di fronte alla postazione dell’oratore, motivo per il quale le due uscite laterali diventano appetibili e assai ricercate. Tale strategia viene però vanificata dall’insensato cigolio di una delle due porte, un rumore straziante del quale mi risulta difficile rendere efficacemente l’idea per iscritto. E, tuttavia, mi ci proverò. Dovete immaginare un branco di velociraptor, a digiuno da giorni, torturati dopo essere stati adescati dal miraggio di cibo. Microfonate questi sauri, illusi, delusi, affamati e sofferenti, e costringeteli a cantare la soundtrack del Titanic diretti da Celine Dion. Applicate il massimo livello di dissonanza, e aggiungete sale e pepe a piacimento. Ora immaginate di peggiorare appena un po’ il tutto, e avrete ottenuto una pallida approssimazione dello stridore prodotto da quella porta malvagia. Grosso modo a tutti è capitato di cascare nel diabolico trabocchetto, generando così un esilarante diversivo durante le presentazioni più noiose, ma solo a pochi eletti è stato dato di cascarci due volte. Fortunatamente sono stato spettatore diretto di uno di questi casi, e il misto di stupore, incredulità e irrefrenabile muta ilarità che ho visto dipinto sull’espressione dell’attrice di tale impresa, albergherà al lungo nel mio cuore. Risulta invece fatale la mia sosta ai box per un pit-stop dovuto, credo, ai funghi della sera precedente. Commetto infatti l’errore di appoggiare il mio cellulare sull’unico supporto presente nella spartana (come è giusto che sia da queste parti) latrina, ovvero il portarotolo. Non chiedetemi cosa sia successo di preciso. Ricordo solo di aver visto il mio telefonino precipitare da un’altezza di oltre 80 cm e infrangersi al suolo con un sordo suono sinistro. Il vetro appare subito scheggiato, ma sembra cosa di poco. Più tardi un’orribile macchia nera si espanderà sul display con finnica inesorabilità, rendendolo quasi del tutto inservibile. Mi fossi almeno tolto la soddisfazione stamattina. STASIMO
CORO: Tutti si aspettano in una trasferta Qualche episodio che sia anche un po’ erotico Qui, anche se i sensi son già posti all’erta, non si va oltre un blando antibiotico. Oblia la doglia e non far resistenza Stringi un po’ i denti e mantieni il decoro Oggi comincia la tua conferenza Cribbio, tu in fondo sei qui per lavoro. Tendi l’orecchio e fai bene attenzione Segui e comprendi lo stato dell’arte Mantieni salda la concentrazione Anche se stridulo il cigolio parte. Serio e compunto, mantieni il contegno professionale: a te che ti freca? Dell’occasione dimostrati degno Ché dopo il giorno, c’è la notte greca. Guarda la sala e i suoi banchi bislunghi Su cui, seduto, tu ti puoi crucciare: “Se non avessi mangiato quei funghi Forse avrei ancora il mio cellulare…” | | Wednesday, September 17th, 2008 | | 11:40 am |
Ella? Deh... - Tragedia greca in tot atti
PROLOGO La conferenza stavolta è ad Atene. Il mio collega Quetzal elogia le gioie del turismo congressuale. Io controbatto che, tanto per cambiare, dovrò tenere la mia presentazione l’ultimo giorno e, dunque, come al solito non riuscirò a rilassarmi se non in extremis. Quetzal non accetta contraddittorio e lancia anatemi che vanno spesso a segno. A me produce una tonsillite esattamente la mattina della partenza. Se si aggiunge che volerò Alitalia, comprenderete un certo disagio da parte mia. PARODO CORO: Lasciati andare, Marcello, e cancella Dal tuo pensiero la preoccupazione Ogni trasferta, si sa, è assai bella Se tu l’affronti con la distensione. Ormai sei grande, non hai più la balia Viaggi ne hai fatti assai più di mille Se anche fallisce all’istante Alitalia Resterà sempre il tuo mal di tonsille. PRIMO EPISODIO: IL VIAGGIO (O KELEYTHOS) Questa volta viaggio con rimborso contingentato: disporrò di un tetto massimo per le spese di vitto che, oltretutto, viene corretto da un fattore moltiplicativo dipendente dalla destinazione. La Grecia, a parere di chi ha stilato la tabella, è molto più economica del Burkina Faso e della Kamchatka, e dunque dovrò industriarmi a mangiare avanzi dei MakDonalthos. Il viaggio aereo, nonostante le preoccupazioni della vigilia, fila via con grande slancio e puntualità cronometrica. Gran cosa i velivoli: in un’ora e quaranta percorro una rotta che rappresenta il tripudio della classicità, Roma-Atene. Peccato solo che a questi cento minuti se ne sommino altri seicento relativi a tratte ferroviarie, stradali, pedonali e mulattiere. In buona sostanza, partito di buon ora da casetta, arrivo nell’Ellade in tarda serata. Giunto a destinazione, in compagnia di ElfaScura, provo una sensazione paragonabile a quella che ebbi in Giappone: è la seconda volta, infatti, che mi trovo in un paese contraddistinto da simboli alfabetici che non fanno parte della mia quotidianità. Oddio, i kanji in realtà sono di derivazione marziana, laddove il greco invece appare più alla mia portata. Non ho fatto studi classici, ma tra analisi e trigonometria ho conseguito una certa praticaccia di quegli esoterici simboli. Da lì a comprenderne la semantica, certo, ne passa di strada. Come minimo, quella che separa l’aeroporto da Glyfada 4th, la fermata del bus X96 adiacente all’hotel che ospiterà le nostre notti elleniche. Se non che, una volta sul bus, ci accorgiamo con terrore che il bus non fa tutte le fermate, ma effettua solo quelle richieste dal pueblo (si dirà demos?). Come faremo a riconoscere la nostra? Guardandoci in giro notiamo una sovrabbondanza di giapponesi, una quantità francamente irritante per un autobus che dovrebbe essere greco e, nei nostri desideri, fornito di un’adeguata e congrua rappresentanza di english-speaking people smanioso di aiutarci a scendere al momento giusto. Il panico aumenta quanto uno dei nipponici, brandendo una cartina dell’Attica come fosse una katana, indica su di essa una fermata molto successiva alla nostra, facendo capire con mosse di tai-chi che si tratta del punto in cui ci troviamo. Cerco allora di individuare il più vicino autoctono che mi sembri masticare un po’ di inglese, e ne ricevo conforto (manca ancora un po’ alla fermata) e addirittura entusiasmo (ci indicherà la fermata giusta). Se non che il nostro terrore ha mosso a compassione tutti i nostri vicini non orientali e, in particolare, un nonnino smanioso di indicarci lui la fermata corretta. Cerco di assicurarmi che abbia capito qual è la nostra fermata e, dopo aver consultato velocemente il mio vocabolarietto tascabile, compongo la frasina “Glyfada tessera stop?”. Tessera sta per quattro (ma non si diceva tetra?). Il nonnino comprende, ma non da peso alla questione: “Tessera, tria, sabkasvaslkalklxlvuopolos”, che suppongo voglia dire “tre, quattro, che importa?”. Infatti ci fa scendere alla primissima fermata di Glyfada, circa due chilometri prima di quella che invece è proprio di fronte al nostro hotel. Educatamente ringraziamo, in bilico tra la gratitudine per la buona volontà e la stizza per l’inopinato prolungamento di un viaggio che comincia a diventare stancante. Una volta lasciati i bagagli in albergo, ci precipitiamo, vista l’ora tarda e la fame montante, verso il centro di Glyfada (che a questo punto devo precisare essere la zona balneare di Atene), ovvero esattamente il punto a 2 km di distanza in cui nonno Teodorakis ci aveva fatto precedentemente scendere. Lungo i viali del centro ci si offre lo spettacolo dell’esuberante gioventù greca che sciama, con compostezza, verso i punti focali del divertimento. Data l’età e la stanchezza non proviamo nemmeno a qualificare tali punti e ci mettiamo invece alla ricerca di punti più commestibili. Alfine, troviamo una traversa piena zeppa di steak houses e di grills. La percorriamo longitudinalmente, per un primo giro perlustrativo, e alla fine scegliamo quella con il miglior rapporto tra posti liberi e menu. Una sana bistecca e delle ubique melanzane saziano il nostro appetito, che si era via via trasformato in fame e, successivamente, inedia, e tomi tomi cacchi cacchi ce ne torniamo in hotel, chè necessitiamo di un sonno ristoratore giacchè la giornata è stata lunga e domani l’autobus della conferenza passa a prenderci alle 7.30. Troppo stakanovisti ‘sti greci. STASIMO
CORO: Ti s'era detto, pezzo d'un grullo Vai tu nell'Ellade assai misteriosa Pur se il terreno t'appare un po' brullo Viaggiare è sempre una bella cosa. Or ti lamenti di quelle distanze Che ti tormentano i piedi dolenti Ma al tuo ritorno nelle quiete stanze Queste dolenze già più non le senti. E ora addormentati, grullo d'un pezzo Chè la nottata è lunga e accaldata E ti risveglierai assai più che mezzo Se non parte l'aria condizionata. Orsù fai presto, dormi e riposa Chè di buon ora arriva qui il bus Forza antibiotico, fai una bella cosa, E ripulisci la gola dal ... | | Thursday, January 31st, 2008 | | 2:26 pm |
Pubblicità intelligenti Ricevo quotidianamente moltissime e-mail, una ricca percentuale delle quali è in effetti SPAM. Se si considera che, mi dicono, il filtro anti spam del server ne blocca circa il 95%, si ha un'idea delle dimensioni del problema. Mi chiedo, però: questo 5% che passa, geneticamente modificato, resistente agli antibiotici, come fa? Quali sono le sue caratteristiche.? Ciò che il filtro fa passare, nel mio caso, è invariabilmente legato a due leit-motiv: lavoro convenientissimo da casa e viagra o similia. Ora: da un recente sondaggio il posto in cui più si consuma sesso è l'ufficio. Ma allora, se mi fate lavorare da casa, il viagra a che serve? Superpippe? Non bastava allora una spagnoletta (o nocciolina americana) come zio Walt insegna? Dall'analisi delle ultime e-mail, credo di poter dedurreche i filtri anti-spam hanno il senso dell'umorismo e se ne servono come discriminante. Diciamoci la verità: ogni giorno ci tocca leggere roba per lo più pallosissima, e l'arrivo di missive sgangherate ci risolleva l'umore almeno per un po'. E, a questo proposito, un mai troppo sentito grazie si potrà elevare ai realizzatori dei traduttori automatici che consentono primizie come le seguenti (leggetele con la voce di Apu del Jet-Market): TITOLO: "Non arriva mai troppo presto?" Non avevo durante tre anni nessuna erezione soddisfacente. Cio mi ha preparato. Con la donna abbiamo deciso di prendere il Viiaaaaagra... E di 54 anni, e durante 2 anni non dovevamo rifiutare il sesso. E lamore E cosi intenso come il mezzo secolo fa! Ora facciamo cio nuovamente di tre a cinque volte alla settimana. Sono di 75 anni e mi sono riconoscente che ho fatto conoscenza con il Viiaaaaagra.... A parte alcune minuzie divertenti, come il viiaaaaagra che scritto così passa il filtro, ma soprattutto induce a leggerlo con un urlo belluino, cosa ricaviamo dalla lettura di questo manoscritto? Abbiamo un vecchio di 75 anni che trombava come un riccio fino a 72, visto che solo "durante tre anni non aveva nessuna erezione soddisfacente". E si lamenta pure. Poi con la donna decidono di prendere il viiaaaagra, in modo da non rifiutare il sesso durante gli ultimi due anni (ma non erano tre? non servirà magari del fosforo?). E infine cosa dice questo gran sudicione? Che è come mezzo secolo fa. Ma la moglie ha 54 anni !!! Credo che ci siano gli estremi dell'arresto per pedofilia. La stessa identica mail mi arriva due giorni dopo, ma con un titolo mooooooolto più bello: TITOLO: "Comprate la forza per il pene, e salvate 85 %" Beh, vi giuro che ero fortemente tentato di comprare la forza. Però mi sono chiesto: il rimanente 15% che fine fa? Siccome ci sono affezionato (gli voglio bene come ad un fratello), rimanderò l'acquisto a tempi più bigi. Di ieri questa meravigliosa ingiuzione: TITOLO: "Il doping per la vostra cosa graziosa" (loro sì che sanno come prendermi) Devo dire, Ciiaaaaaaalis... E meglio molto del Viiaaaaagra.... Tutto E molto piu naturale, che col Viiaaaaagra.... A causa di un lungo tempo dell’azione – 24 ore, si puo correttamente distribuire il tempo e passare alcuni cerchi. Signori: questa è la reclame definitiva. Come potete resistere? Vi rendete conto che potete correttamente distribuire il tempo e, soprattuto, passare alcuni cerchi? Questo vuol dire che diventa così magnificente che ci si può fare l'hula hoop? Ma io me lo catto senza pensarci due volte! E del resto, pensate: - L'imballaggio modesto come anche il pagamento; - Nessun imbarazzo e la necessita della visita al medico; - Nessun' lunga attesa - la consegna durante 2-3 giorni; - Il comando comodo e confidenziale - on-line; - La visita al deposito controllato on-line; - Nessun spese superflue. E soprattutto: Ordinate ora – e ricevete 4 pillole gratuitamente. Basta ho deciso: passo all'azione. Mi seguite? Gli hula hoop li potete comprare qui.
| | Thursday, September 6th, 2007 | | 10:47 am |
Storie di Altromare - Basidio
Questa è la storia di Basidio, indomito custode delle albe di Altromare. Nella realtà Basidio si guadagnava da vivere custodendo non solo le albe, ma le intere estati (fatta eccezione per la pause pranzo) di tutti gli ospiti del residence Righeira, l’ombelico di Altromare. Molti di noi, io per primo, impiegarono diversi anni a compitarne correttamente il nome: per la prima parte della mia esistenza ho continuato indefessamente a chiamarlo Basilio, prima che qualcuno mi rendesse edotto del granchio che prendevo: una comprensibile storpiatura che eradicava dal suo nome, in fondo affascinante, lontane origini iberiche o pseudo tali. Basidio rappresentava la continuità di Altromare, un posto che per sua natura imponeva un elevato e intevitable turnover delle presenze: ad ogni inizio di stagione si arrivava con il terrore di non incontrare più qualcuno della vecchia guardia (quest’anno non viene – ha venduto casa – è andato in Sardegna) ed era alquanto rassicurante trovare il vecchio caro Basidio alla guida della sua falciatrice, scorrazzare sulle erbe del Righeira accompagnando il canto della tagliaerba con i suoi inevitabili strali destinati ai contravventori dell’ordine: - O Giò, nin si va c’li biciclett - O Pè, esch’ dall’erba - O Cì, t’shcoccie la coccie e t’n’coccie la coccie Va detto che Basidio arricchiva il già espressivo idioma di Altromare con alcune sue rutilanti iniziative personali che trasformavano le sue frasi in enigmatiche perle di saggezza ittita, comprensibili e decifrabili solo dagli iniziati. Ma bastavano pochi giorni di frequentazione per entrare nel magico mondo di Basidio, riconoscerne i bonari rimbrotti e studiare tattiche evasive per trasgredire tutto il trasgredibile senza procurare offese permanenti alla natura e a Basidio stesso. Faccia vagamente ispirata a Celentano, figura minuta ma granitica, con una muscolatura abbronzata e guizzante contenuta in una cannottiera - lungi miglia da Dolceggabbana - e un pantaloncino azzurro che ne costituivano la tenuta abituale, completata dalle immancabili ciabatte di ordinanza, diffusissime ad Altromare: pianelle forate con due nastri raccordati ad X sul dorso del piede che consentivano acrobatici giochi di abilità. Come quelli che il fratello di Raymo, ed il suo fedele alluce, erano soliti effettuare nelle performance alla gelateria S.Pietro, sorta di tempio limitrofo che costituiva passaggio obbligato per la gente del Righeira che ivi concludeva sovente le sue serate a suon di immaginifici mangiebbevi o di improbabili affogh’t o’u cioccolh’t. Quantunque Basidio fosse nativo d’Altromare, e dunque titolare di un legittimo orgoglio territoriale, egli si mescolava con piacere alle masse stagionali e sapeva come partecipare alle gioie popolari. Si pensi che nel lontano 1982, quando l’Italia sconfisse il Brasile nel primo grande vero evento della mia sfortunata vita calcistica, Basidio si abbandonò ad entusiastiche manifestazioni di esultanza insieme alla folla dei residenti del Righeira, urlando a pieni polmoni “Ho vinto, ho vinto!”. Ciò suscitò la perplessità delle signore circostanti, svogliate tifose a cadenza quadriennale, che imprudentemente gli chiesero: “Ma perché ‘Ho vinto’, Basidio? Giocavi anche tu?” per ricevere in risposta il geniale: “Eh sì, sò lu portiere!”. Caro Basidio, che i doveri del portierato e della gestione del grande parco Righeira costringevano ad orari complementari a quelli turistici di noi Altromaroli stagionali: nanna alle otto, sveglia alle cinque, esattamente quando, inciucchiti dal vino e dal tressette, o storditi dalle basse frequenze di discoteche costrette a proporci l’opera omnia di Massimo Ranieri per indurci ad abbandonare la pista, tornavamo per occupare i nostri letti e godere di un immeritato riposo. E lui era lì, al di là della zanzariera della sua ritirata, intento a radersi con perizia e cautela, in attesa che gli eventi della giornata lo sottraessero allo stato sobrio della sveglia e lo consegnassero ad una più abituale e rassicurante veglia etilica. In realtà, come molti uomini di altri tempi, Basidio indugeva ai piaceri enologici senza lasciarne trasparire, se non a livello superficiale, gli effetti collaterali. Prova ne è il dialogo avvenuto tra Calboni e Basidio alle 7.30 di una piacevole mattina di estate nel vicino Bar Sportivo: Calboni – Basì, posso offrirti un caffè? Basidio – No grazie, sono a stomaco vuoto. Un bicchiere di vino… o, alternativamente, il dialogo avvenuto tra mia madre, che si lamentava per la diuturna assenza di acqua (nel mitico periodo pre-cisternico che costringeva i villeggianti del Righeira a recarsi a fontanelle pubbliche con ogni forma di recipiente atto a contenere materiali allo stato liquido): Mamma – Basidio, ma manca l’acqua! Basidio – Vabbò signò, bashta che ci shtà lu vino! Ricordate la storia di Maria Antonietta, del pane e delle brioches? Qui la vicenda si rovescia da tutti i punti di vista, laddove all’imprudente incoscienza regale si sostituisca la saggezza popolare. Sì, Basidio era più di un portiere, più di un custode, più di un giardiniere. Era il perno di Altromare: Basidio qua, Basidio là: era il factotum della città. Servono dei gettoni tacca-bitacca per telefonare al lontano papà? Millelire ventigettoni prontosignò. Serve un elenco telefonico o una pompa per bicicletta? Shta nella guardiola. Consigli spiccioli sullo stoccaggio dei rifiuti urbani? Ci shta lu cassonett. Urge una ramanzina per bimbi sordi ai richiami parentali? Oclà, obbedisch o t’shtacc lu becc. Ma tutto ha una fine, e da quando Basidio non è più al Righeira le estati di Altromare sono diverse. Certo, questo mutamento è coinciso con il nostro passaggio all’età delle responsabilità, con la fine delle estati bimestrali e l’inizio delle ferie bisettimanali (quando è grassa), con il passaggio dallo status di figlio a quello di genitore. Ma anche l’assenza di Basidio ha il suo peso, quando mi scopro a desiderare Altromare non già per quello che è, ma per il paesaggio del passato che traspare sulla tela, oggi ricoperta di nuovi colori. Colori che rappresentano Altromare per le nuove generazioni e che probabilmente anche loro, fra qualche anno, rimpiangeranno, e così via di strato in strato. E così come Barba, il nuovo Basidio, costituirà il loro punto fermo per le estati a venire. Ma l’ottimo Barba, squisita persona ed efficiente factotum a sua volta, non ha conosciuto l’età dell’oro di Altromare quando cinque diverse generazioni, leggermente sfalsate nel tempo, si riunivano nel parco del Righeira, ognuna marcando il suo territorio fatto di panchine e piccoli spiazzi d’erba, per deliberare come trascorrere la serata e lamentandosi dell’enorme quantità di tempo perso in tale decisione. Senza sapere che era proprio questo tempo il migliore dell’estate e che costituiva la vera essenza di Altromare, prima che piccoli litigi e grandi meschinità disperdessero in mille rivoli questi gruppi che ambivano a definirsi comitive. E credo che per sempre si conserverà il rispetto e l’affetto per la figura di Basidio, ancora più intenso e profondo da quando Basidio ha lasciato Altromare per recarsi a custodire le albe di Altromondo. | | Thursday, May 3rd, 2007 | | 7:29 pm |
Voglia di ridere Sono stanco. Ma no stanco così e così, proprio stanco stanco. Le vicissitudini lavorative degli ultimi tempi, la concomitanza di più scadenze (che in italiano fanno venire in mente al più dei mal di pancia - ho bevuto il latte scaduto! - ma in inglese fanno più paura, perchè si chiamano deadline, e quelle sono: mazzate di morte), e una diuturna carenza di sonno, mi hanno portato ad assumere un'espressione sempre più cadente e decadente, provvista di borse sotto agli occhi e le labbra lievemente increspate verso il basso, laddove per il senso da dare al termine lievemente dovete pensare alla sciarada: lieve? mente!.
Insomma.
Fatto sta che stanotte l'ambaradàm del mio subconscio è entrato in azione ed ha assolto a quella che, evidentemente, in questo momento è esigenza primaria. Avete presente? Non trombate da due mesi? Il subconscio vi offre Pamela Anderson, o Ave Ninchi a seconda (quello, ci vuole culo pure nel sogno), con tanto di piccola polluzione notturna se siete bravi. Avete sete? Il subconscio vi fa sognare ettolitri di acqua, fontane, fiumi - in questo caso il sogno è crudele perchè, se vi svegliate, avete pure più sete di prima - ma come non avevo bevuto un attimo fa? - Vi scappa una pipì monumentale? Il subconscio vi fa credere di avere un bagno a disposizione, ma da subito, no dopo aver fatto chissà quanti passi per raggiungere il walterklòs - in questo caso il sogno è sundolo - suBdòlo, vorrai dire - perchè come niente potete pisciarvi sotto, pure a ventitrentaquarantanni, non è problema di incontinenza.
Io stanotte ho sognato di ridere. Ma la cosa bella è che ridevo del sogno che stavo facendo, mentro lo stavo facendo! Mò non mi ricordo bene il motivo - era una cosa tipo che con un contrabbasso minacciavo la gente a mò di mitra agli angoli della strada, e poi emulavo Woody Allen in Prendi i Soldi e Scappa, andando dietro ad una banda suonando il contrabbasso stesso, se siete lettori veloci non noterete l'incongruenza. Ma nel sogno ero insieme a hrundibahkshi, e con lui ridevo del mio stesso sogno - Ma mò, ti pare che io andavo in giro con un contrabbasso a minacciare la gente! E poi andavo per le strade della villa a suonare dietro la banda! - e ridevo, anzi no ridevo: sghignazzavo! E secondo me non solo nel sogno, perchè poi mi sentivo i muscoletti della faccia che avevano riso overamente. La mia amica e collega F. dice che è buon segno, di salute mentale attiva. Io penso che sto combinato male. Mò solo ad Ave Ninchi dovevo pensare, mannacciamort... | | Friday, April 27th, 2007 | | 1:03 pm |
Georgia on my Mind (a.k.a.: I Left my Heart in San Francisco) - Last Episode (6) Una coppia di audaci pionieri della tecnologia introduce, non senza dazio, effetti personali e strumenti meccanici nel continente americano per darne dimostrazione in una conferenza tenuta in un hotel ricco di memorie olfattive. Dopo aver visto un biondo cantante realizzare i loro desideri inespressi i due, fingendosi multimiliardari, scorrazzano in Cadillac e regolano i conti con una rappresentanza di mitili locali. Infine rinunciano alla night life californiana preferendole una calda serata in famiglia a premio del successo della loro esibizione professionale. A seguito di un trasferimento interno a prova di gourmet, i due sbarcano in Georgia dove li accoglie un hotel meno odoroso ma più connesso, un pub con originali idee sulla customer satisfaction, mortali trappole acquatiche ed una combo indiana-blues che li tranquillizza in vista della loro visita in luoghi parenti di recenti massacri. Di buon ora ci rechiamo al Georgia Tech, ammirandone la ardite architetture in parte recuperate dai resti di un quartiere ad alto tasso delinquenziale, in parte ristrutturate grazie alla munifica donazione di un ex-studente che, troppo impegnato a diventare multimiliardario per potersi laurerare, ha deciso di rinunciare ad avere il nome dell'università vicino al suo su un diploma, e ha pensato bene di metterlo su un intero edificio, senza che l'ingrato, ma sempre magnifico, rettore gli abbia dato lo straccio di una laurea ad honorem. Quando uno è scorzo... Le recenti notizie sulla carneficina del Virginia Tech ci fanno muovere con una certa circospezione, ma non ci impediscono di apprezzare il bellissimo parco, la gagliarda popolazione studentesca e le case delle varie fraternities che fanno tanto Animal House. La visita è interessantissima, ci abbeveriamo alla loro cultura e, in cambio, gli rifiliamo una demo estemporanea che ancora una volta ci conferma che diventeremo miliardari a breve. Quanto breve, non so. Dopo una lunga discussione tecnica, veniamo portati ad una Barbecue House che consente ad una rilevante giacenza di carni locali di immolarsi al nostro palato, al suono di assoli blues dell'insopportabile bellezza. Segue un'altra intensissima discussione tennica che ci porta al momento dei saluti e degli abbracci, scambio di biglietti da visita, vieni tu no vieni prima tu va bene vengo io - arò vai ? - ciao ciao porta i bambini a scuola. All'uscita della facoltà, mentre elogio l'innata simpatia di questi georgiani, veniamo investiti da un'improvvisa ma provvida ondata di simpatia genuina, quasi materiale, tanta simpatia che bastava mezza. Trasecolati, discutiamo sulle impreviste meraviglie di questa amena terra e ci infiliamo in un edificio che offre la combinazione Starbucks - Barnes and Noble. Un primo tentativo di shopping, un coffee che ancora stenta ad assomigliare ad un caffè ed una lunga discussione sui massimi sistemi ci scortano fino ai confini del pomeriggio: tempo di uscire dal territorio del campus guardando con preoccupazione ogni studente provvisto di giubbotto antiproiettile e bazooka, di dare un'ultima occhiata alle vie del centro, di recuperare il bagaglio ed, ipso facto, siamo in aeroporto.
Stavolta nessun controllo esagerato, nessuno spogliarello, nessuna necessità di giustificare imprevisti dispositivi robotici: siamo in uscita, possiamo trasportare pure bombe atomiche, solo, per piacere, sganciatele un po' più in là. Salendo sull'aereo veniamo accolti da un'ostessa la quale, alla visione del nostro passaporto italiano, ci guarda e fa: ciao. Ma ciao, cara, buonasera tuttobbene? Grazie all'enorme esperienza transcontinentale di Ciccio, ci vengono assegnati dei posti vicini alle uscite di sicurezza e al piano superiore. Questo si traduce in: circa due metri di spazio per le gambe, un minore affollamento rispetto al carnaio del piano di sotto, ed un servizio più veloce grazie ad una coppia di assistenti di volo dedicati. Come se non bastasse, prima della partenza la bionda ostessa di cui sopra (anzi di cui sotto, visto che putroppo opera a piano terra) viene sparata da noi e ci fa: salve, come avete visto io parlo italiano, se aveste bisogno di qualsiasi cosa basta farmelo sapere. Matònna. E questo il servizio ce lo fa! Mentalmente prepariamo una lunga lista delle cose di cui abbiamo bisogno, ma poi la stanchezza, il sonno, il jet-lag e lo champagne ci fanno vilmente propendere per alcune ora di riposo. Quando il testosterone riprende conoscenza siamo ormai quasi arrivati a Parigi, e possiamo solo prepararci per l'avventura più dolorosa e difficile del lungo viaggio: percorrere a piedi trasversalmente l'intero Charles De Gaulle (che, come sapete, si estende dalla Normandia fino alla Savoia) in dodici minuti. Nonostante il mio tallone farlocco, e la coppia di ernie di ciccio (cosa dicevo dell'essere giovanili, l'altra volta?) arriviamo in splendida forma e perfetto orario all'imbarco del Parigi-Pisa che ci riporta a casa con l'intrattenimento di alcune sfide a biliardo, ma stavolta virtuale. Ho vinto i miei pregiudizi verso gli States, sia quelli positivi che quelli negativi: tutto sommato non è un altro mondo come un po' mi aspettavo, ma è sufficientemente diverso da giustificare il fatto di volerci ritornare prima o poi. La mia passione per Londra orienterebbe ad una visitina a New York, che metto dunque in calendario, ma quella per il blues mi spinge a tornare nel sud, magari in Lousiana, chissà, o nel Missouri a fare ciò che un mio amico fraterno suggerì mentre assistevamo alla prioiezione di Mississippi Adventure:
"Ije, se vaje 'ddà, 'mmu veve 'ddu fiume". The End.
| | Wednesday, April 25th, 2007 | | 9:46 am |
Georgia on my Mind (a.k.a.: I Left my Heart in San Francisco) - Episode 5 Dopo aver illegalmente importato mutande e dispositivi di interazione avanzata negli States, due grafici3D della più bell'acqua mortificano il loro apparato olfattivo in un garrulo hotel dalle mille meraviglie con conferenza incorporata. Subito uno scorno sentimentale da un paio di bionde angolofone e dal sosia di Owen Wilson, i due si autogratificano con una gita di lusso al Pier 39 lasciando impronte indelebili di sè stessi in un famoso museo della scienza. Indi danno riuscita prova delle loro tecnologie, seppur a caro prezzo telefonico ed informatico, prima di stafocarsi a mezzo di un certo numero di ostriche ed una cena italianeggiante con contorno di Nintendi e citazioni di colleghi ricchioni, a seguito della quale danno un pacco a dei compatrioti. Per le strane alchimie del fuso orario ci viene fuori una giornata cortissima. Per un viaggio di 4 ore: partenza a mezzogiorno e arrivo alle 21. Mah... Neanche il tempo di salutare San Francisco e già siamo in Georgia, ad Atlanta. Nel mezzo, un volo Delta nel quale veniamo oltraggiati con il più assurdo pasto mai consumato in volo: riceviamo una specie di busta sorpresa nella quale ci sono delle razioni per astronauti, però sotto forma di junk food: un pacchetto di noccioline assortite delle montagne, un set di tre crackers con formaggio giallo incorporato e una qualche forma di dolce che ancora non ricordo. Se considerate che Air France serve champagne... Dopo il nostro arrivo a casa Coca-Cola, sperimentiamo una strana mistura di mezzi pubblici e taxi che ci conduce ad un dignitosissimo albergo nel quale c'è internet gratis, cosa che risolve almeno in parte i nostri disordini compulsivo-ossessivi nei confronti dell'email. In realtà Ciccio ha una forma di disordine ancor più di basso livello, dato che va in giro come un rabdomante con 3 apparecchiature diverse alla ricerca di una qualsiasi wireless aperta. Una volta trovata, poi, è soddisfatto: non è necessariamente detto che ci si colleghi. Data l'ora tarda, chiediamo alla recepttion se ci consiglia un posticino per mangiare, e il receptionist ci consegna una bella mappa rossa puntinata di nero, nella quale auspicabilmente ad ogni puntino corrisponde un ristorante. Dopo aver provato ad unire i puntini, senza che alcunchè sia apparso, intraprendiamo una caccia al tesoro che termina al Vortex, unico locale ancora aperto alle 22.30 manco fossimo a Grottaminarda, e non ad Atlanta! Entriamo nel Vortex, tipico pub americano con una rilevante quantità di targhe dei vari stati appese ai muri ed una quantità assai più rilevante di bottiglie di alcolici di ogni tipo, faccio per dire: una trentina di rum diversi, ognuno con 4-5 diversi tipi di invecchiamento, e via discorrendo. La lettura del menu è disorientante: si avverte che il locale non è politicamente corretto, che se non vuoi ascoltare musica ad alto volume, o non vuoi che ti si fumi accanto, o non vuoi che una avventrice ti si strusci addosso (non che si sia presentata l'occasione, beninteso) faresti bene a stare a casina tua, che qui il cliente non ha sempre ragione, che la direzione si riserva il diritto di mandarti via a calci se venisse fuori che sei uno stronzo, e soprattutto l'ingiunzione "tip or die". La realtà è poi molto più rassicurante e si compone di persone tranquilli, di una cameriera gentile e di due hamburgherazzi king size che sono leggermente meno junk del McDonald's. Il continuo cambiamento di fuso orario ormai ci consente di addormentarci quasi ad ogni ora del giorno, dunque senza problemi ci corichiamo alla giusta ora e ci risvegliamo ad ora altrettanto giusta. Il tempo di sbrigare una tonnellata di corrispondenza elettronica e si fa mezzogiorno. Ci riserviamo un paio d'ore di turismo, prima di recarci al nostro appuntamento d'affari che ci terrà impegnati in una località limitrofa per tutto il pomeriggio. In queste due ore visitiamo l'Olympic Memorial Park, che celebra manco a dirlo le Olimpiadi qui tenute nel 2006 con una fontana i cui getti di acqua seguono il perimetro dei cinque cerchi olimpici. Per favorire il divertimento dei più piccini, il getto non è continuo ma intermittente e c'è sempre un varco mobile nel quale è possibile penetrare, con il giusto timing, al fine di godersi lo spettacolo acquatico dall'interno di uno dei cerchi. Siccome non ci facciamo mancare niente, sia io che Ciccio affrontiamo la prova con sprezzo del pericolo. Risultato: il mio braccio sinistro e l'intera gamba destra di ciccio si infradiciano. Commentiamo che, fossimo costretti a giocare ad un Prince of Persia dal vivo, la prima ghigliottina dentata ci farebbe secchi in tre secondi. Assistiamo, indi, alla stessa prova svolta da due ragazze che, precedentemente, sghignazzavano osservando la nostra esibizione e ci compiaciamo della zuppa d'acqua che investe una di loro, quindi ci allontaniamo con paterno sguardo di rimprovero. Bordeggiamo nei pressi di un famoso acquario, i cui orari e prezzi mal concordano con la nostra agenda e i nostri portafogli a secco sia di dollari che di euri, e penetriamo nel cuore commerciale della città. A differenza di San Francisco, qui gli isolati sono praticamente monoedificio e, se questo edificio è un centro commerciale, un ufficio o un parcheggio, il paesaggio generale ne risente, così come l'umore dell'incauto turista costretto a camminare per venti minuti costeggiando barriere di cemento e di asfalto. Più tardi scopriremo che anche Atlanta ha delle zone molto carine e neanche troppo periferiche, ma al momento l'impressione non è delle più entusiasmanti, specie se comparata con il recente passato californiano. Trova invece conferma la mia recente teoria di una generale simpatia e positività degli americani, specie nelle piccole forme di cortesia: saluti da sconosciuti, sorrisi etc. Stupisce, infine, la presenza di cartelli bilingue inglese-spagnolo anche in Georgia! Me lo aspettavo in California, da bravo giocatore di Trivial Pursuit, ma non qui. Ah quante cose ci sono da imparare. Pranziamo in un centro commerciale in cui ci sono 6-7 ristorantini che si fanno concorrenza offrendo assaggini delle loro pietanze, tanto che meditiamo di risolvere la pratica pranzo scroccando antipastini. Poi uno scrupolo di coscienza, e il termine degli assaggini, ci fanno optare per del cibo mezzo cajun e mezzo francese. La metà caraibica è una specie di lanciafiamme che viene spento solo irrorandoci della frizzante bevanda locale, alla quale normalmente preferisco il chinotto, ma la regola di prediligere alimenti autoctoni stavolta è più forte di ogni considerazione gastro-globale. Terminato l'incontro di lavoro, ci organizziamo la serata sfruttando ancora una volta l'internèt e i suoi ritrovati. Decidiamo che stasera vogliamo mangiare ad un ristorante indiano non troppo distante dall'albergo e vogliamo ascoltare del blues. Atlanta.citysearch.com ci fornisce i due riferimenti cercati: Desi Spice, prezzi modici, e Northside Tavern per il blues live. Entrambi i suggerimenti sono molto azzeccati. Il ristorante indiano ci fornisce un Tikka Masala e un qualcosaltro in porzioni così abbondanti da costringerci a lasciarne una parte. La mia personale prospettiva, oltretutto, si arricchisce di una spettacolare giocatrice di biliardo che, nella sala attigua al ristorante, dà così splendida prova di sè dal farmi stentare a tenere gli occhi sulla stecca. A panza piena, ci rechiamo pedo pede alla taverna di cui sopra (siamo ormai habituè dei locali di basso livello) con un certo anticipo. Stasera il locale è di jam session ("The famouse Northside Tavern jam-sessions" - eggrazzioucà chi ti smentisce?) il cui inizio è preventivato alle 22.30. Abbiamo mezz'ora più il recupero da impiegare. 5 minuti vengono impiegati per una Beck, il rimanente lasso di tempo per una spettacolosa sfida a pool nella quale, memore delle evoluzioni a cui ho appena assistito, regalo sprazzi di bel gioco e stecche clamorose. Il risultato finale è io 2 Ciccio 1, dopo di che lasciamo il campo all'unico avventore di colore che, sotto il suo cappuccio di felpa verde, comincia un lungo solitario che si protrarrà fino a notte. Alle 23 in punto, in perfetto orario, 3 compari suonatori (i cui nomi d'arte sono Giùann, Franceschiello e Don Pascà) imbracciano basso chitarra e batteria e ci regalano del sano blues georgiano per circa un'oretta e mezza. Oltre ad alcuni standard, i tre propongono loro personalissime versioni di Misirlou, di Sweet Home Chicago e addirittura del tema del buono, brutto & cattivo. Siccome poi la jam è jam, cambia il chitarrista, poi il batterista, poi un altro chitarrista, poi il primo chitarrista si mette alla batteria, poi arriva un sassofonista, insomma la caciara più completa, ma sempre in dodice battute e su scala pentatonica. Aaaaaah che soddisfazione! Una botta di culo ci regala un taxi che droppa una persona, che deve del denaro al tassista, esattamente davanti alla taverna. Questa la ricostruzione dei movimenti: il debitore entra, il tassista attende, noi controlliamo la situazione, il debitore ritarda, il tassista si inquieta, noi controlliamo la situazione ma ad una certa distanza, il debitore sembra dileguato, il tassista entra nel locale, il debitore ne esce distribuendo cash a piene mani, noi approcciamo il tassista, il tassista ci chiede la destinazione, noi la forniamo, il tassista ci porta a destinazione, noi paghiamo, saluti saluti. Ci regaliamo un meritato riposo, perchè l'indomani abbiamo in programma un'interessante visita al laboratorio di computer grafica del Georgia Tech. Prima di addormentarci, sentiamo il notiziario: c'è appena stato un massacro al Virginia Tech.
Chiudiamo gli occhi non senza inquietudine. | | Thursday, April 19th, 2007 | | 9:26 am |
Sulle strade di San Francisco - Episode 4 Due disinformati informatici realizzano un contrabbando di slip e robot in barba a Schengen, introducendo con sagacia tali effetti personali negli USA. Alloggiati in un hotel meglio apprezzabile con gli occhi che con le narici, partecipano con interesse ad un convegno terminato il quale assistono con sportività al concedersi di grazie canadesi ad elementi autoctoni. Per superare la delusione si concedono un giro in limousine che scontano a forza di junk food, prima di perdere la dignità proiettando ombre permeate di una certa rilevanza artistica sulle mura dell'Exploratorium di San Francisco. I due recuperano la dignità facendo un giro downtown e confrontandosi con l'eterogenea popolazione locale. E arriva il giorno della presentazione. La sveglia fa il suo dovere di buon'ora e, ben vestiti, puntuali e belli come il sole, ci dislochiamo in una saletta attigua a quella dove dovremo montare il nostro ambaradàn al file di fare un ultimo test funzionale. Che, naturalmente, fallisce clamorosamente. Contattiamo (A MIE SPESE! Note to self: ricordarsi di non usare MAI PIU' il cellulare negli States) freneticamente la nostra antenna tecnologica italiana, Emacs, che ci fornisce una serie di possibili motivazioni per i problemi tecnici che stiamo sperimentando. Alla fine si scopre che la licenza di un software necessario per la nostra dimostrazione è scaduta ieri !!! A nulla valgono i tentativi di ritornare indietro nel tempo, anche solo di qualche oretta, e sono necessari sapienti ma innominabili interventi per trovare un rimedio momentaneo alla situazione di enorme impasse in cui ci troviamo. Come vuole Dio, alla 9.29 riusciamo a fare andare il tutto. Alle 9.30 è programmata la nostra presentazione.
Il nostro booth è subito affollato da una teoria impressionante di persone che si accalcano prima di tutto per riuscire a capire cos'è il trabiccolo (il cui nome, vi ricordo, è Phantom) che stiamo mostrando, a cosa serve e, in generale, come giustifichiamo la nostra esistenza. Il successo di pubblico è ottimo e prendiamo numerosi contatti tanto interessanti dal punto di vista professionale quanto inservibili dal punto di vista sociale, visto che si tratta quasi esclusivamente di attempate signore o corpulenti signori con diversi livelli di responsabilità in musei e altre strutture pubbliche. Veniamo quasi bellamente ignorati da noialtri giovani, tranne che da un gruppo di simpaticissimi ragazzi di Milano, compresa la milanese di Romania, che però ci danno del lei e frustrano alquanto i nostri patetici tentativi di sembrare ancora ragazzotti di belle speranze. Stiamo completando con grandissimo anticipo la transizione da giovane a giovanile, cosa che comincia a preoccuparci alquanto. Le luci della sala ondeggiano, segnale di imminente smontaggio dell'attrezzatura, emozione che il mio amatissimo notebook non regge: all'atto della sua chiusura, esso reagisce fratturandosi una cerniera ed aprendomi un buco grosso così nel coperchio. In questo momento ha una cerniera penzolante ed un'espressione molto sofferente. Al mio ritorno consulterò uno specialista, ma temo che dovrò essere costretto ad abbatterlo. Nel frattempo mi godo questi giorni in sua compagnia, conscio che potrebbero essere gli ultimi. Tra telefono e pc, cara mi è costata 'sta California...
Al termine della presentazione pubblica, ne teniamo un'altra di cabotaggio ridotto e personalizzata, prima di recarci al nostro secondo appuntamento con Sbrusa e consorte che ci propongono un brunch a base di ostriche in una parte della costa piena di locali mangerecci, salutisti, biologici e macrobiotici. Facciamo fuori con nonchalance una serie limitata di ostriche e alcune insalate miste che ci costano quanto un pasto completo ma riempiono come un antipasto. Però che soddisfazione! Soddisfatto il palato, progettiamo di soddisfare la panza più tardi con qualche porcheria calorica a basso costo, o magari in uno dei buffet gentilmente offerti dalla conferenza.
E infatti, al termine della plenary session nella quale viene anche brevemente citato il nostro lavoro, ci si trasferisce tutti a bordo di bus al Golden Gate Park, più precisamente nel Museo di Arte Contemporanea Uno Dei Tanti, per godere del buffet di chiusura. Finalmente riusciamo a fare comunella con qualcuno, guarda caso il gruppo dei simpatici ragazzi milanesi, venuti qui come volontari per pagarsi il fee (ovvero il fio) della conferenza, che finalmente smettono di darci del lei e passano a un più informale voi. Alla fine della serata arriviamo a darci del tu e promettiamo di contattarli per un'eventuale uscita notturna, per assaporare dall'interno l'intensa night life di San Francisco, visto che il rappresentante maschile del terzetto ha soggiornato qui per tre mesi e promette mirabilie di svariati club che qui, pare, chiudono alle 2 - ora locale - ma poi continuano in qualche modo fuori orario in private parties che ci incuriosiscono alquanto. In realtà non riusciremo a ritrovare il trio perchè, invitati a cena a casa di Sbrusa (una cena fantastica, autoprodotta, in un caldo e confortevole appartamentino su Petrero Hills, all'angolo tra la Diciannovesima e Wisconsin Street - non riusciro più a fornire indirizzi se non in questa maniera! Se volete venire a trovarmi a casa, recatevi a 18 Albert Mary Street, all'angolo con St.Anthony) facciamo un po' tardino per svariati motivi: un inglorioso ritardo in partenza, dovuto alla nostra dipendenza dal bus per abbandonare Golden Gate Park e alla successiva imperizia del tassista che ci porta in Wisconsin Street andando un po' troppo a casaccio, ed il relax dell'atmosfera casalinga, unito ad un'ottima cena (grazie ancora Sbrusa!) e a copiose sudate dovute a svariate partite con il Nintendo WII, nelle quali ho perso Wimbledon ma ho vinto il titolo mondiale WBC.
Sbrusa ci provoca un po' di invidia quando dice che fa colazione in ufficio perchè, generalmente, un suo collega gay le porta quotidianamente dei biscotti che lui stesso fa in casa, facendomi domandare perchè io non ho colleghi gay così gentili ma solo colleghi ricchioni che non mi portano mai niente...
Torniamo a casa all'ora più piccola che esista e rinunciamo a contattare il gruppo dei giovani viveur, concedendoci una passeggiata notturna nei pressi dell'hotel, con una costante sensazione di insicurezza che ci costringe a camminare guardandoci alle spalle e avanzando spesso in formazione da guerriglia. Rifiutiamo più volte l'obolo a poco aggressivi homeless, anche perchè tirare fuori il portafogli non ci sembra una mossa azzeccata, assistiamo agli ultimi spiccioli di vita notturna di people in tiro (per le donne questo generalmente vuol dire abito da sera e tacchi, per gli uomini non necessariamente, specie i tacchi, mentre i più giovani sfoggiano canotte tamarrissime, seppur di Dolce e Gabbana) e, un po' in tono minore, chiudiamo la nostra esperienza californiana.
Tiriamo le somme? Molto meglio di quanto mi aspettassi, molto meno di quanto mi aspettassi, e credo che le due cose siano correlate. A suo modo qualcosa di esagerato San Francisco ce l'ha, ed è legata all'incredibile territorio pieno di colline più di Monica Bellucci, con un susseguirsi pazzesco di ripide salite e vorticose discese da spingere a chiedersi come fa questa città a stare in equilibrio e, soprattutto, come hanno fatto a costruire una metropoli in un territorio così accidentato. Lo so, lo so, c'è la baia e tutto, ma insomma.
Frammenti in ordine sparso: - un'inaspettata concentrazione di psychics, ovvero fattucchiere, cartomanti e quant'altro, ognuna con il suo "negozietto" e le sue brave tariffe per leggere presente, passato e futuro - l'accesso di risa di una specie di body guard di colore, davanti alla porta dell'albergo, al vedere un gruppo di 5 imbiancate signore americane dare 25 cents di mancia al portiere. Una delle risate più genuine e coinvolgenti che abbia mai sentito! Ad una nostra richiesta di informazioni, questa specie di Forrest Whittaker non riesce a parlare perchè interrotto dalle sue stesse risate nel vedere l'espressione attonita del portiere con in mano la sua monetina, e continando a ripetere "A quarter? They gave you a quarter? Buoh-oh-oh!!!" - alcune icone ricorrenti, tipo il tizio-statua davanti al nostro albergo (orario di servizio: 8 AM - 2 AM), la frequentissima sirena del Fire Department (é arrivato Kojak...), la bruttissima bandiera della California, che sembra disegnata da un bimbo con evidenti problemi di relazione con il mondo esterno - l'accuratissimo controllo di sicurezza al momento di lasciare l'aeroporto di S.Francisco, nel quale ci hanno: perquisito, controllato le scarpe, rimosso ogni oggetto metallico, controllato il notebook, il cellulare, naturalmente il phantom, aperto le valigie, frugato alla ricerca di uova di pidocchi, esplorato rettalmente per escludere la presenza di ovoli di cocaina, mestato nel torbido ed espiantato un rene ed un polmone per fini non commerciali. Finisce così: questa favola bella se ne va. Ma aspettate, e un'altra ne avrete! Termina la saga di Sulle Strade di San Francisco ma inizia, quasi allo stesso orario e rigorosamente sullo stesso canale, un nuovo miniserial: Georgia on My Mind, con me e Ciccio per le strade di Atlanta. Che forza questi sagaci individui! | | Tuesday, April 17th, 2007 | | 1:08 am |
Sulle strade di San Francisco - Episode 3 Una coppia di ricercatori virtuali con problemi reali si reca a San Francisco superando le barriere doganali a suon di mutande e interfacce. Dopo essersi sistemati in un albergo dalle vigorose caratteristiche olfattive ed essersi cibati di prelibati manicaretti marocchini, accedono ad una composita conferenza scientifica che funge da preparazione per la seconda notte californiana, la quale si compone di un moderato tasso alcolico e di un terzetto di sestetti musicale di vario genere che fa da colonna sonora ad un imprevisto incontro con due sorelle canadesi che, sebbene attratte dal fascino mediterraneo, si concedono l'una ad un santone indianeggiante e l'altra al cantante del gruppo di apertura.
La giornata inizia con una colazione di lavoro, ad una tavola rotonda (di nome e di fatto) sul tema "3D and the web". Il discorso è annaffiato da tazze di un ignobile caffè (qui dicono: we proudly brew Starbucks Coffee, ma devo ancora capire di cosa esattamente sono orgogliosi) e da un'abbondante mandata di bagels con formaggio spalmabile. Ben presto il discorso scivola sul tema degli ambienti virtuali e in particolare di Second Life che, a quanto pare, sta diventando sempre più diffuso e conosciuto anche ai non addetti ai lavori: a Second life, e in particolare al suo utilizzo in ambito museale, è stata dedicata una presentazione, una dimostrazione e una colazione. La presenza femminile aumenta quotidianamente, in quantità e qualità, sebbene debba ammettere che le più corteggiate di tutte sono un gruppo di italiane (Milano e dintorni) che inducono all'orgoglio patriottico. In effetti, con colpevole ritardo, si scopre che la milanese più interessante di tutte è in realtà rumena, ma ormai l'orgoglio patriottico era partito e non c'è stato verso di fermarlo. Gli effetti del jet-lag intanto colpiscono indiscriminatamente: per non sbagliare mi viene sonno circa ogni quattro ore, devo solo beccare lo slot giusto per addormentarmi.
Ad ora di pranzo decidiamo di fare un'escursione al Pier 39, un molo famoso per la colonia di leoni marini che spontaneamente si sono zatterate su alcune chiatte quivi ormeggiate. Per raggiungere il Pier 39 da Union Square possiamo prendere la Cable Car, ovvero un tram "storico", ma con raccapriccio ci accorgiamo che ci sono una trentina di persone in fila e che ogni cable car che arriva alla fermata ha si e no un paio di posti liberi, percui rischiamo di passare il pomeriggio alla fermata del tram. Mentre meditiamo sull'opportunità di fare una scarpinata sisifica, si ferma davanti a noi una limousine nera con i vetri oscurati il cui autista ci invita a salire a bordo per portarci fino al Pier 39 alla modica cifra di 5 bucks each (esattamente il costo del tram). Ci sono 5 posti liberi, nei quali ci fiondiamo io, ciccio e altri 3 turisti del Connecticut. A bordo ci sono già altre 6 persone, per un totale di 11. Ciccio si siede a fianco di due simil-Michael Moore, uno dei quali attacca subito bottone con lui mentre l'autista ripetutamente chiede silenzio per incominciare il suo discorsetto. All'ennesimo Shut-Up Michael Moore si ribella dicendo che sta parlando al suo avvocato (ovvero Ciccio), ma l'autista non raccoglie ed inizia il suo show: tanto per cominciare ci mette a nostro agio dicendo "vi ho raccolti perchè mi facevate pena, sembravate degli homeless ma ora sulla limo siete dei gran signori" e per dimostrarcelo inizia a spadroneggiare sulle strade perchè "sulla limo comandiamo noi". Ammetto che l'interno della limo sia leggermente deludente: troneggiano 3 bottiglie sul lato, una di whisky, una di brandy e una di nonsocosa, enTREmbe rigorosamente vuote, e una serie di sedili di pelle nera leggermente sdrucita. In compenso l'autista è uno showman, continua a fare battute mentre ci offre un minitour della città, da Chinatown al quartiere italiano, fino ad arrivare a questo Pier 39. Lo showman incassa i 5 bucks più uno di tip on top (che non è un passo di charleston ma, più prosaicamente, la mancia), ringrazia con arguzia e se ne va.
Il molo ha il tipico look di tutti i moli, tipo Brighton per capirsi, e il Pier 39 in particolare offre una vasta gamma di negozi e ristoranti per turisti che, per colore e disposizione, mi ricordano vagamente l'atmosfera di Camden Town. Solo che a Camden Town si mangia meglio, per dare un'idea. Al fine di risparmiare preziosi dollàri, ci oltraggiamo con un "chili dog" che altri non è che un hot-dog condito con del chili, e per sovrannumero, siccome non ci sembra di esserci ancora puniti abbastanza, incassiamo anche un pretzel with cheese. Confidiamo nella qualità del buffet serale che dovrebbe riconciliarci con il mondo e la gastronomia, e nel frattempo continuiamo il nostro giretto esploratorio, fra negozi di articoli magici, Chocolate Heaven e altre amenità del genere. Al termine del giro arriviamo al capolinea della Cable Car che dovrebbe ricondurci in centro, a patto di fare circa 45 minuti di fila. Un po' per il fascino di questo tram, un po' per risparmiare i soldi di un taxi, ci accolliamo questi tre quarti d'ora di fila e viviamo questa meravigliosa esperienza di risalire le onde stradali di San Francisco a bordo di questo simpatico trabiccolo e circondato da gente di ogni genere e peso, anzi vi dirò che tra tutti io spicco per magrezza ed aspetto patito. Che meravigliosa sensazione di legeressa!
Al termine della conferenza, un bus ci porta decisamente fuori centro all'Exploratorium, una specie di Museo della Scienza con installazioni interattive, sede del buffet serale. Io e Ciccio riveliamo subito la nostra appartenenza alla sottospecie umana degli ingegneri, dal momento che proviamo metodicamente quasi tutte le installazioni che illustrano i vari misteri e curiosità della fisica. Ciò ci fa perdere l'inizio del buffet al quale arriviamo in leggero ritardo e a tavoli quasi tutti pieni. Non che ci sia persi granchè, beninteso: basti sapere che, fra tutto, la cosa che ritengo più decente sono dei tacos faidatè, assaggiati i quali Ciccio proclama il suo giudizio: pessimi. La varietà però compensa il gusto e alla fine sfanghiamo pure questa cena. In tutto questo si sono formati ormai dei gruppi abbastanza chiusi nei quali fatichiamo ad inserirci, dato che dobbiamo ancora fare la nostra presentazione, che si terrà l'indomani, e dunque al momento risultiamo due semplici uditori scardaccioni. Una delle attrazioni più interessanti è una stanza in cui viene sparato un flash su pareti fatte di un materiale particolare, in grado di rendere permanenti le ombre proiettate. Ciò mi consente di avere la conferma che l'icona dell'utente "generico" di Skype, ovvero una sagoma nera su campo bianco, è stata ricavata senza dubbio alcuno dal profilo di Ciccio. Approfittando di una generale latitanza di estranei, i vostri eroi si abbandonano ad indecorose espressioni in grado di lasciare ombre poco edificanti, di alcune delle quali esiste testimonianza fotografica in grado di distruggere le rispettive reputazioni. Da bravi scolaretti indisciplinati siamo tra gli ultimi a lasciare questa specie di parco giochi dal retrogusto culturale, tanto che il capo della conferenza in persona deve venire ad invitarci a lasciare il palazzo.
Il bus ci riporta in centro e, prima di scivolare nelle braccia di Morfeo, ci concediamo una passeggiatina nel circondario notando l'imbarazzante convivenza delle due diverse anime dell'America: file di persone, fighetti e strafighe in tiro, in attesa di entrare nei club più esclusivi di San Francisco downtown ed, ad un tempo, stormi di indigenti di vario tipo (ma, ahimè, tutti dello stesso colore) alla ricerca di spiccioli per sbarcare il lunario.
Domani ci aspetta la presentazione, un brunch autoctono e la febbre del Sabato sera: stiamo a vedere che succede... | | Monday, April 16th, 2007 | | 5:36 am |
Sulle strade di San Francisco - Episode 2 Due informatici in assetto da trasferta vengono paracadutati loro malgrado nella lontana California, dopo alcuni disguidi aeroportuali di carattere robotico, in patria, ed intimo, oltralpe. Dopo un lungo viaggio nel quale tentano invano di fare fortuna, accedono al rutilante albergo centrale nel quale vengono accolti da odorosi souvenir, dietro pagamento di modica tariffa. I due passano la prima serata californiana nel tepore di un ristorante magrebino sito tra uno dei tanti incroci a sella dell'ondeggiante città di San Francisco, prima di crollare vittime del jet-lag. Il secondo giorno ci vede impegnati quasi full-time nella conferenza, che alterna momenti molto interessanti a momenti decisamente mosci. L'attenzione è però tenuta viva dalla presenza di una consistente rappresentanza femminile di alta qualità, inconsueta per i convegni da "geek" che solitamente frequentiamo. Infatti questo non è convegno da geek, ma media i mondi della tecnologia e dei beni culturali, mondo quest'ultimo dal quale proviene la giacenza tòpica di cui sopra. Tra una sessione e l'altra, e un pranzo chinese take-away consumato in Union Square con la colonna sonora di una banda di tamburini di colore ed il contorno di una corpulenta drag-queen, troviamo il tempo di organizzarci la serata. Grazie al mai troppo lodato internèt andiamo a caccia di eventi musicali live, tra i quali scartiamo senz'altro un tizio che si chiama Lurid Bliss, mentre ci incuriosisce un concerto tenuto da tali Dying Californians (porelli) in un club a 8 isolati dall'hotel. Al termine delle sessioni, dunque, ci rechiamo alla Hemlock Tavern in Post Street (eh, ma quanto mi piace darmi questo tono: che ci posso fare?), non prima di aver consumato un trancio di pizza ustionante come parca cena, visto che investiremo un certo quantitativo di valsente nell'ingresso al club. Arriviamo in linea sufficientemente retta alla Tavern e ci piazziamo in posizione strategica nella saletta adibita a concert hall, delle dimensioni di non più di 20 metri quadri. L'acustica sarà ottima. Alla guida di un boccale di birra, io, e di un Gin Tonic, Ciccio - la richiesta di un Negroni è affogata nell'incomprensione del bar tender - ci mettiamo in attesa per l'ascolto del gruppo che ci allieterà la serata. Con qualche quarto d'ora di ritardo arrivano in ordine sparso sei persone dal look molto new-romantic che prendono posizione, rispettivamente, a bordo di una batteria, di un'accoppiata di tastiere Korg-Casio, di una chitarra acustica, di un basso Fendere e, sorprendentemente, di tromba e trombone. I sei ci danno dentro che è un piacere, con un genere di musica che è stata definita come "Memphis soul in an indie bender", qualsiasi cosa voglia dire. Il vocalist-factotum, tale Paul Larson, assomiglia esageratamente ad Owen Wilson, ma canta meglio. In generale il concerto è ottimo e si lascia ascoltare con passione e senza risentimento. La presenza di una sezione di fiati e una sezione ritmica con dei controtempi non banali conferisce una certa personalità a delle armonie meno scontate di quanto possa sembrare al primo ascolto. Paul invita l'audience, per la verità ancora scarsina in consistenza, all'acquisto dei cd "because we need money" e ne suggerisce all'ascolto a quanti interessati, "the two of you", dice, ironizzando sull'eseguità del pubblico, in realtà destinato ad aumentare. A circa metà concerto fa irruzione nella sala una coppia molto ben assortita di bionde che potrei definire, come dire... due stratopazze, se mi passate il concetto spaziale. Le due guardano nella sala, osservano attentamente il pubblico, scrutano gli astanti, e alla fine fanno la loro scelta e vengono clamorosamente a sedersi al nostro fianco. I motivi possono essere tanti: il fascino latino che dice sempre la sua, un certo qual magnetismo che emana dai nostri occhi, o la presenza degli unici due posti liberi a sedere. Fatto sta che le due - che chiamerò per comodità Jennifer e Katherine, dato che nella bolgia l'inevitabile chiacchierata procede a sprazzi nei quali non è dato sapere i nomi delle straf...delle top...delle tipe, insomma - turbano la nostra atmosfera rock-ascetica appena creata e introducono una violenta perturbazione a carattere temporalesco. Negli scarsi e assordati brandelli di conversazione con Jennifer, dato che dopo 2 minuti di orologio Katherine viene abbordata da un sedicente santone inturbantato che la monopolizza per il resto della serata, si viene a sapere che le top..aridagli, le tipe sono canadesi, di Niagara Falls, che Jen è insegnante per disabili (che suppongo riabilitati all'istante dall'esperienza) e che, pur se già da qualche giorno a San Francisco per vacanza, questa è la prima sera che passano fuori. Due brave ragazze d'altri tempi, insomma. Faccio notare che il mio status di marito e padre innamorato consente un interesse puramente accademico per tali situazioni. A conferma di questo citerò il fatto che l'unico frammento di conversazione ininterrotta, tenuto in una pausa del concerto, riguarda la situazione socio economica del Canada ed in particolare le istanze separatiste del Quebec. E giuro, giuro, che non sto scherzando. Fra l'altro Jennifer stenta a nasconcdere un astio mica ridotto per i francofoni che ritiene i migliori amici dell'uomo, e mentre dice questo la maestrina si scola il terzo Margarita di fila. Butta male, temo che fra un po' sarò costretto a rifiutare le sue avances, che ritengo imminenti, motivandole con superiori motivi morali, sperando che la poverina non ne rimanga troppo delusa. A questo punto si viene a sapere che i sei che stiamo applaudendo non sono affatto i Dying Californians, checchè, ma un gruppo di supporto, tali The Minor Canon, che però hanno riscosso il mio gradimento al punto da indurmi all'acquisto del loro cd, "No good deed goes unpunished" che ascolto con piacere mentre scrivo. Ai The Minor Canon succede un altro gruppo di supporto, nomato El Capitano, quartetto grunge di belle speranze, e infine il pezzo forte della serata, questi californiani morenti che hanno un sound a metà tra Simon & Garfunkel e i Beach Boys. Comunque bravi pure loro. Nel frattempo le gemelle Kessler sono diventate latitanti: l'una, la Katherine, sempre appresso al santone, l'altra assente da un bel po' senza motivi apparenti. Meno male, penso, così non sarò costretto a spezzarle il cuore. Uscendo dal locale ci imbattiamo, guarda caso, in Jennifer che, per cortesia, pensiamo di salutare con entusiasmo ed affabilità, ma ci rendiamo conto che un gesto del genere sarebbe inopportuno, dal momento che la vediamo impegnata in un tete a tete, tutta presa ad accarezzare i capelli...del cantante dei Minor Canon, ingiustificatamente ancora presente nel locale, con atteggiamento sufficientemente languido da ritenere prossimo un loro accoppiamento. Eeeh, è l'America, qua funziona così. Tutto e subito, anche prima, possibilmente. Mi rimane incomprensibile come la tipa abbia preferito alla nostra la compagnia di un bell'artista dalla voce suadente, giovane e biondo , ma deve essere una questione geopolitica. Mi scopro ad ammettere che Paul Larson, in procinto di diventare il mio nuovo idolo musicale, stranamente ora mi sta un po' sul culo, ma suppongo sia dovuto ad alcune tonalità della sua voce che, evidentemente, non mi sono congeniali. Lasciamo i due ai prodromi del loro futuro amplesso e ci rechiamo a casetta, percorrendo una traettoria inopinatamente a spirale (ma non eravamo arrivati in linea retta?) e facendo lo slalom fra prostitutazze in alta uniforme ad ogni angolo di ogni strada (e stiamo parlando del down downtown, insomma del centro storico, se l'America avesse una storia), spacciatori e/o fatti di crack e una lunga teoria di homeless addormentati negli androni. Le due facce dell'America, come ogni buon manuale del luogo comune insegna. | | Sunday, April 15th, 2007 | | 12:35 am |
Sulle strade di San Francisco - Episode 1 Se non sbaglio (o se non mi confondo con "Sulle strade della California" che credo fosse altra cosa) la sigla di apertura faceva: Za-zaza-zaaan tarara tarataratara za-zazazà zzà zzààn... ah, quanti ricordi... Cosa ci faccia io, ora, sulle strade di S.Francisco di preciso non lo so neanch'io, fatto sta che mi trovo qui a ripercorrere le orme di ... coso... quello....diobòno, ci sarà stato qualcuno che abbia percorso un po' di orme qui a S.Francisco, sì ch'io possa ripercorrerle, no? Boh, insomma se vi viene in mente, io sto ripercorrendo quelle orme. Se ci torno, vorrà dire che ripercorrerò quelle che attualmente sto lasciando, in modo da andare sul sicuro. Il viaggio comincia con una sveglia agghiacciante alle 4 del mattino, nell'attesa di un buontempone che, alla guida del suo taxi - e non per merito della sua sveglia che, ahinoi, dimentica del suo dovere sonnecchia anch'essa e non zuòna - ci porta a Firenze Peretola, che dal nome suggerisce un aeroporto scorreggina (come in effetti è, alla prova dei fatti). La formazione da viaggio schiera la collaudata coppia me-Ciccio, già protagonista di altre trasferte, con il fine di mostrare al mondo intiero le meraviglie dei musei virtuali che anche gli scettici potranno toccare con mano. E non è modo di dire, nè battuta: novelli santommasi, grazie ad un uso sapiente e sagace delle nostre tecnologie, possiamo farvi toccare le statue che prima potevate solo vedere. Nell'occasione, per dare dimostrazione di tale possibilità, dobbiamo portarci dietro un dispositivo robotico il cui nome è Phantom. Ora, questo Phantom è una specie di pallozza di plastica dalla quale emerge una sorta di tentacolo rigido spezzato in 2-3 parti. Diciamoci la verità: non la cosa più rassicurante da vedere in un bagaglio a mano nel dispositivo a raggi X. Come previsto, dunque, un'amabile poliziotta mi fa: è suo questo borsone? e al mio cenno di assenso mi dice: mi segua di là. Ossignùr ci siamo... La poliziotta mi chiede: ma di preciso, cosa c'è qui dentro? Naturalmente la domanda non mi coglie impreparato: qualsiasi definizione tecnica o comunque autorevole rischia di essere controproducente ("dispositivo robotico", "interfaccia aptica", "device di interazione", tutte cose che ti fanno ritirare il passaporto) così arrischio un: è una specie di mouse, un po' particolare. La poliziotta, che assomiglia moltissimo a quella carina delle iene, mi guarda affatto convinta e passa una striscia che, suppongo, riveli la presenza di esplosivi sopra al mio gingillo (nessun secondo senso, parlo del sunnominato phantom) e, rassicuratasi sull'innocuità dell'apparecchio, mi lascia passare. In tutto questo, Ciccio è già di là del bancone che mi aspetta con fare fraterno. Il volo prevede uno scalo a Parigi, nel quale si ripete l'ambaradàn. Ma i francesi sono tecnici. Il mio bagaglio passa nello scanner fra l'indifferenza generale (mi immagino il pensiero della poliziotta d'oltralpe, all'apparire dell'inconsueta sagoma sul suo monitor "Ah, oui, le phantòm, mais bien sure, a-pfff") mentre, per par condicio, Ciccio viene fermato da una tutoressa dell'ordine che gli intima di svuotare tutto il suo parco mutande a fini ispettori. Ogni paese ha le sue tradizioni. Tirerò veloce sulle 14 ore di volo, passate tra libri, cibo airfrancese, alcuni episodi dei simpsons e una lunga partita a "Chi vuol essere milionario" che nella versione francese risulta essere "Chi vuole vincere un milione" con la collaborazione di un indiano di india che regolarmente ci forniva le risposte sbagliate. In due ore di gioco non siamo cazzi di diventare milionari nemmeno per finta. Eccheccòsa. All'arrivo in California rimaniamo sorpresi dalla chiassosa assenza di taxi che, dopo una mezzora di attesa, si palesano tutti insieme in dodici causando tafferugli tra la folla in attesa. Con grande nonchalance ne occupiamo uno e ci facciamo scorrazzare al nostro hotel sito nel centro del centro di San Francisco (down downtown), in Union Square. Quivi i receptionist ci accolgono come fratelli e ci propongono due stanze comunicanti (il mio receptionist mi fa: se hai paura, chiudi la porta - non sapevo ancora che San Francisco è la capitale gay del mondo) delle quali ci impadroniamo con scioltezza. Dopo una breve presa di conoscenza, andiamo ad iscriverci alla conferenza ricevendo un moderato ammontare di documentazione e qualche gadget, dopo di che torniamo nelle camere per fare un riposino, visto che sostanzialmente non dormiamo da troppo tempo. Al ritorno in camera vengo colpito da uno strano odore, esperienza che si ripete anche nei giorni successivi. Decido che qui l'usanza è che, a metà pomeriggio, invece di lasciarti il cioccolatino sul letto, ti cagano nella stanza, a mò di grazioso omaggio. In realtà non c'è traccia di manufatti, dunque l'ipotesi più probabile è che ci sia una deiezione centralizzata il cui aroma viene diffuso nelle stanze tramite l'impianto di aerazione. Al di là di questo piccolo particolare, la stanza è munita di ogni confort ma tutto rigorosamente a pagamento. Nell'armadio vi è anche un ferro da stiro, ma sospetto che abbisogni di monetine per funzionare, dunque evito ogni esperimento del tipo. Ci facciamo forza per vincere il sonno al fine di recuperare un po' di jet-lag e resistiamo stoicamente fino al momento della cena, nella quale risalutiamo con piacere Sbrusa, una nostra vecchia conoscenza, la quale da un po' lavora e si è sposata da queste parti. Sbrusa e marito ci ospitano a cena in un graziosissimo ristorante marocchino in Connecticut Street (beh si, lo ammetto, è molto figo sciorinare indirizzi di questo tipo, pur essendo tendenzialmente un americoscettico: anni e anni di film e telefilm lasciano il segno e dire ad un tassista: "seventinain fift eveniù" è tutt'altra cosa che "Via Alberto Mario"). Faccio la conoscenza con la topologia di San Francisco, tutta saliscendi così esagerati da farmi pensare che siano voluti ed artificiali), e devo ammettere che da lontano la skyline al tramonto fa il suo porco effetto. In realtà mi aspettavo qualcosa di molto più "americano", più eccessivo, mentre invece si tratta di una garbata grande città non troppo diversa da Londra, per dire. Soddisfatti, e della cena, e della compagnia, e della città, ci trasciniamo al nostro lettuccio king-size per goderci le prime ore di sonno da tre giorni a questa parte.
Il resto è ronfo. | | Thursday, April 5th, 2007 | | 6:54 pm |
Sempre caro mi fu quell'ermo log... (terzero)
Nuova infornata di vecchi log, che però risultano comunque nuovi per chiunque non sia io, hrundibahkshi, o il malcapitato di turno. [ ancora una volta, per chi si fosse messo in ascolto solo in questo momento, questa pagina contiene una breve introduzione all'antefatto della premessa del proemio riguardante il preambolo del prologo di perchè 'sto fatto qua. ] Questa volta ci scrive un certo Saidww, dal nome mezzo arabeggiante e mezzo no. I nostri, in questa occasione, mostrano una certa albagia che manifestano con un un'eccessiva attenzione all'altrui sintassi: SAIDWW *** Log file opened: 13/10/00 0.04.31 [00:04] <saidww> ciao [00:05] <E_Bow> ciao! [00:05] <saidww> coe va [00:06] <E_Bow> senza la emme. La stessa non sei più. Classe seconda B. [00:07] <saidww> come ti chiami? [00:07] <E_Bow> Rabbitz Per i non iniziati, ai quali questo nome dovesse risultare oscuro, suggerisco la lettura di questo trattatello. Male non dovrebbe fare. [00:08] <saidww> da dove sei? [00:08] <E_Bow> Rabat Ah, quanto ci piacciono le alliterazioni... [00:09] <saidww> come ti chiami [00:11] <E_Bow> Te l'ho già detto, Rabbitz, della quarta corsa dei cavalli di Forthworth [00:12] <saidww> sei uomo o donna Niente da fare, nelle chat si va a finire sempre così. Eppure il vero chatter è asessuato o, come direbbero i filosofi citati nel trattatello di cui sopra, nonàsesso. E invece raramente si scappa dalla fatidica domanda "m o f?" nelle prime dieci righe, quasi a voler evitare perdite di tempo. Noi, dunque, prendiamo tempo. [00:13] <E_Bow> Uomo. Fino a oggi. O donna. [00:15] <saidww> non capito [00:16] <E_Bow> Nemmeno io. [00:17] *** Closed *** *** Log file closed: 13/10/00 0.17.04 Evidentemente l'indecisione non paga. E dire che il botta e risposta "Non capito" "Nemmeno io" è citazione colta e raffinata, estratta para para dal dialogo tra l'ambasciatore del Ghana e la coppia Totò/Nino Taranto della quale, nell'occasione, ci sentivamo umili emuli. Mai buttare perle ai porci. ------------------------------------ A proposito di versi e poesia, la stessa sera del contatto con la tizia della gilda alla ricerca di briganti, uno di questi si appalesa per coinvolgerci nell'evento che, apparentemente, questa sera coinvolge tutto il canale tranne gli ignari vostri. Non sapendo se essere sconcertati o affascinati dall'intraprendenza di questo focozzone, decidiamo di tenergli spago: BRIGANTE *** Log file opened: 12/10/00 23.46.39 [23:47] <Brigante> Sei dei nostri? [23:47] <E_Bow> Chi ti canosce? [23:47] <Brigante> beato chi mi conosce! [23:48] <E_Bow> sei un brigante! Però... [23:48] <Brigante> appunto...mi tengo nascosto [23:49] <E_Bow> sei un pazzo! [23:49] <E_Bow> Un pazzo criminale! Curiosamente dare del pazzo a una persona che si crede originale viene visto come un complimento, fateci caso. Avviene talvolta anche nei primi momenti di un rapporto di coppia: lei dice a lui: "Sei tutto matto!" e lui se ne compiace. Dopo alcuni anni lei dice a lui: "Tu sei pazzo!" e lui se ne compiace meno, specie se la frase è accompagnata dal volo radente di piatti di ceramica (la porcellana in questi casi si tiene da conto). [23:50] <Brigante> si! perchè? [23:51] <E_Bow> Senti se sei un pazzo criminale e ti tieni nascosto: perchè ti sei fatto vedere subito? [23:53] <Brigante> perchè non è più tempo di aspettare [23:53] <E_Bow> Bravo! Usciamo allo scoperto. Tu ch'ai rubato? [23:55] <Brigante> per ora una stella [23:56] <E_Bow> Sei poetico, un romantico, anafestico: per niente mariuolo. ( si continua l'allisciamento per vedere questo dove vuole arrivare) [23:57] <Brigante> il mariuolo è quello che fotte in generale [23:57] <Brigante> può anche essere poetico [23:58] <E_Bow> E allora facci un dittico è il momento di affondare il coltello: qui si parrà la sua nobilitade [23:58] <Brigante> l'importante è fottere [23:58] <E_Bow> un tristico [23:58] <E_Bow> questo è un unico [23:58] <E_Bow> facci un triplico il primo esito è deludente, ma decidiamo di dargli un'altra possibilità [23:59] <Brigante> ok [23:59] <Brigante> elaboro [23:59] <E_Bow> vai [23:59] <E_Bow> ma non stare fermo sugli zoccoli [00:00] <Brigante> il bigante osserva la stella del Meridione [00:00] <Brigante> e per salvarla aspetta l'occasione [00:00] <E_Bow> Il bigante è un fungo della famiglia dei procionidi, e si riconosce dalla rubizza cappella ammantata di vellutino e un'anticchia di fenoglio [00:01] <Brigante> non è solo c'è gente intono a lui [00:01] <Brigante> ma ognuno si fa li cazzi sui! [00:01] <E_Bow> Questo è un quadrico [00:01] <E_Bow> Ricomincia daccapo [00:01] <E_Bow> E conta bene a questo punto siamo già abbastanza sicuri che il sedicente poeta non sarà cazzo di formulare un verso che sia uno, ma ormai l'ora è quella che è e puntiamo a concludere la schermaglia in punta di spada, visto che il fioretto è ormai inutile [00:02] <Brigante> mi è uscita da 4 [00:02] <Brigante> non sono mica un kuke box [00:03] <Brigante> juke box [00:03] <E_Bow> Ruba per noi un kuke box e qui parte la stupidera vera e propria: come si può, partendo da un refuso, dare la stura ad una ignobile sequela di minchiate? Basta avere la capa frecata e un tot di secondi a disposizione: [00:03] <E_Bow> li vendono all'angolo di forcella street...sono scatole per biscotti [00:03] <E_Bow> metti la cento lire [00:03] <E_Bow> scegli il biscotto [00:04] <E_Bow> F24: error in file system [00:04] <E_Bow> Rimetti cento lire [00:04] <E_Bow> Premi [00:04] <E_Bow> PREMIIII [00:04] <E_Bow> si sente Toto Cutugno [00:04] <E_Bow> gastemi [00:04] <E_Bow> Non hai più cento lire [00:04] <E_Bow> esce un pavesino del '25 [00:04] <E_Bow> Mo ti facciamo un tristico: [00:08] <Brigante> hai finito le cento lire? [00:09] <E_Bow> ciò solo una cinquecento [00:17] *** Disconnected *** *** Log file closed: 13/10/00 0.17.06 A noi la conclusione sembrò entusiasmante e, a distanza di anni, chiamatemi fesso ma la penso ancora così. Ah, come ci si acconenta di poco tantevoooolte.... | | Tuesday, April 3rd, 2007 | | 4:30 pm |
Sempre caro mi fu quell'ermo log...(reprise)
Si continua a parlare di vecchi log. Chi si fosse perso la prima puntata, può recarsi qui e capire di che si tratta. Oggi presentiamo il log di una conversazione brevissima tenuta con tal Antattoo. Ovviamente un nick del genere non poteva non appassionarci, tanto che l'abbiamo contattattoo e questi sono i risultattiii: ANTATTOO *** Log file opened: 12/10/00 23.46.14 [23:46] <E_Bow> Sei tornattooo? [23:46] <ANTATTOO> chi sei? [23:46] <E_Bow> Sono Laoocoonte, e mo zo v'nut (1) [23:48] <ANTATTOO> cosaaaaa [23:48] <E_Bow> Sò tornatttooo [23:57] <E_Bow> Uagliòòòòò? [00:02] <E_Bow> Ti si cacattoo il caz? *** Log file closed: 13/10/00 0.14.37 (1) "Zo v'nut", tipica locuzione della zona del sanseverese, equivale a "sono venuto". Es. "Uè frà, zì sciùt?" "None, mò zò v'nut" E' poi la volta di un certo Asper il quale ci contatta a bruciapelo e cerca di coinvolgerci in una qualche iniziativa che suppone essere molto nota e della quale, ovviamente,siamo del tutto all'oscuro. Notate però la giovalità con cui i due, io e Hrundi, rispondono all'ameno individuo che poi, ad un'attenta disamina dei contenuti testuali, si rivela essere una probabile amena individua. ASPER *** Log file opened: 12/10/00 23.55.29 [23:55] <asper> ciao [23:55] <E_Bow> Uè ! [23:56] <asper> ciao sono un fratello brigante e tu sei dei nostri? [23:56] <E_Bow> Siete una gilda? [23:58] <asper> non so cosa tu intenda.... [23:58] <asper> comunque siamo una serena [23:59] <E_Bow> Allora tin-u-cian Si impone una pausa: "tin-u-cian", sebbene ingannevolmente possa far venire in mente una piazza cantonese o un prodotto tipico della Manciuria, è in realtà foggiano di Foggia. Per altri usi tipici di questo lemma, googlate pure su "U ciann è bbell" et similia. [00:00] <asper> certo... [00:01] <E_Bow> AH! Allora lo ammetti! (dito puntato) [00:01] <asper> tutto quello che vuoi tu [00:02] <E_Bow> Dove eri la sera del 25 Febbraio? [00:02] <E_Bow> Bigante [00:02] <asper> ciuccio si scrive bribante [00:03] <E_Bow> Era un tabocchetto. [00:03] <E_Bow> Ma non ci sei castata [00:04] <asper> allora sono in gamba [00:05] <E_Bow> No! Perchè si dice tRabocheto [00:05] <asper> e anche cascata [00:07] <E_Bow> Brava. [00:07] <E_Bow> Bravo. [00:07] <E_Bow> Sei serena anche se sei cascata? [00:07] <asper> tu sei gay? Al solito, quando si è in difficoltà si tirano fuori i soliti pregiudizi. In realtà nè io ne Hrundi siamo gay, ma visto che costituiamo, nell'occasione (in realtà anche in molte altre occasioni), una coppia di fatto, ci siamo incuriositi a fronte di questa emiperspicacia: [00:12] <E_Bow> Come hai potuto accorgertene? [00:12] <E_Bow> Dai baffi forse? [00:12] <E_Bow> Dai dischi dei Village Pipol? [00:12] <asper> da tante cose [00:12] *** Disconnected *** *** Log file closed: 13/10/00 0.17.06 E questa subitanea chiosa svela una probabile omofobia, peraltro ingiustificata: è notorio che i dischi dei Village Pipòl non sono più associabili alla cultura gay che oggi predilige altre icone (un elenco delle quali potete trovare qui). | | Wednesday, March 28th, 2007 | | 6:42 pm |
Sempre caro mi fu quell'ermo log...
Spinto dall'omino vintage hrundibahkshi, ho deciso di ricominciare la riproposizione di alcuni vecchi log di chat (io salvo sempre tutto, non si sa mai che torni utile... e tenete presente che di Corone e More e Sircane all'epoca ancora non si parlava), contenenti alcune sorprendenti intuizioni, a volte solitarie, a volte di coppia (sempre l'omino vintage). Ma così sorprendenti che io e l'omino a volte ci sorprendiamo a chiederci: ma come ci è venuto? E ne ridiamo a garganella, anche a distanza di anni, un po' perchè la cosa in sè può effettivamente essere spassosa (il che, a terzi, spesso potrà non apparire), un po' perchè ci ricordiamo l'atmosfera di creatività intellettuale dalla quale scaturivano queste perle di saggezza, queste argute facezie o, più precisamente, queste immani cazzate. Atmosfera che, all'estraneo spettatore, poteva sembrare quasi etilica e a volte lo era realmente, ma non così spesso come potrebbe sembrare chè, non faccio per dire, a volte io e l'omino ci inebriamo vicendevolmente senza bisogno di alterazioni alcoliche. Anzi, lo Dico. Avviso che molti passaggi di questi log sembreranno incomprensibili, stupidi e poco spassosi. In questo caso siete voi che avete dei problemi, non certo noi che ne ridiamo sguaiatamente anche al solo ricordo. L'aggancio al malcapitato/a di turno avveniva quasi sempre a causa del suo nick. Le conversazioni partivano così, di scatto, e spesso altrettanto di scatto terminavano, con quel "log closed" che tanto correttamente restituisce la sensazione di un telefono sbattuto in faccia (e dei due fessi che, dopo, ridacchiano a telefono chiuso). FRIK *** Log file opened: 19/01/98 23.19.01 <E-bow> Ma tu Frik? <Frik> io frik <E-bow> No, skusa, si dice: Io frek <E-bow> eh.. <E-bow> Tu frik <E-bow> io frek <E-bow> è questione di coniugazione <E-bow> iss frek <E-bow> Nuje frkam <E-bow> Vuje frkat <E-bow> Quill frekn <Frik> ma che stai a di!!!!! <E-bow> Ggesù ggesù, i verbi.... <Frik> vabbè *** Log file closed: 19/01/98 23.39.11 ROSAMARI *** Log file opened: 12/10/00 23.35.43 [23:36] <E_Bow> Oh rosamarì. Tra tanti nomi scegliemmo te, che ci sembri aromatica e aulente [23:37] <ROSAMARIA> .9 [23:37] <ROSAMARIA> :) [23:38] <E_Bow> 7 a te! Dammi il 5 [23:45] <ROSAMARIA> ? [23:46] <E_Bow> Le lettere, le lettere: cellai sulla tastiera? Sono quelle in mezzo [00:17] *** Closed *** *** Log file closed: 13/10/00 0.17.06 Avete riso? Io si. Lui pure. | | Tuesday, March 27th, 2007 | | 6:32 pm |
Il paese basso
Mensa, interno giorno. Io - Hai scelto poi dove fare il tuo periodo all'estero? Laura - Bah, sto valutando tra due ipotesi: Belgio o Grecia...ma in realtà ho già scelto.
Io - Grecia, ovviamente.
Laura - Già.
Io - Beh, è naturale: tutti avrebbero scelto la Grecia. Il Belgio, non so, mi ha sempre dato l'impressione di essere... una specie di Olanda, ma più triste.
Tizio sconosciuto seduto di fronte a me - Non direi, sai? Io sono belga, e non la vedo così.
Considerato che si parla di una qualsiasi mattinata di tiepido inverno, che siamo in una mensa universitaria di Lucca e che in tutta la sala sono presenti 9 persone, quante probabilità avevo di imbattermi in un belga seduto proprio di fronte a me? Avessi avuto la Cuore d'Oro sarei arrivato istantaneamente su Alpha Centauri (questa è difficile, chi becca questa citazione ha il mio plauso imperituro). | | Wednesday, January 31st, 2007 | | 4:17 pm |
In tre...no!
Non fraintendetemi: io adoro viaggiare in treno. E dunque giunga il mio plauso alla strada ferrata e ai suoi valorosi lavoratori, ai quali auguro diuturnamente ogni bene e tanta felicità. Ciò non toglie che, di tanto in tanto, possa capitarmi di augurare a qualcuno di loro (non generalizzo mai) alcuni piccoli, trascurabili fastidi tanto per ricambiare quelli che a volte capitano a me, chessò: un po' di forfora, i pidocchi, un leggero mal di denti. Talune volte, non lo nego, in corrispondenza di una serie di eventi particolarmente sfortunati mi spingo ad augurare (ma sempre ai pochi direttamente responsabili delle mie piccole sventure quotidiane) qualcosa di più serio e duraturo, fate conto: ragadi, emorroidi e per qualcuno particolarmente stronzo non mi periterei di dolermi se gli comparissero funghi dappertutto e (cito Paolo Rossi) un carciofo nel culo. Tengo a precisare che stamane la particolare sequenza di eventi che mi ha così gagliardamente stizzito è cominciata con un mio errore e dunque sarò il primo a trangugiare il cynar dal buco sbagliato, come suggerivo dianzi, ma state un po' a sentire. Mi sveglio nella mia bella casetta di Grosseto, nella quale ho fatto un'improvvisata ier sera per passare un'anticonvenzionale serata del martedì (abitualmente dedicata a impegni di lavoro) con la mia famigliola nel calore del focolare domestico. Non vi descriverò le peripezie che, da buon Fidippide dell'orario ferroviario, mi hanno condotto a prendere clamorosamente in tempo il convoglio che ieri mi ha portato a casa, vi basteranno quelle dell'oggi. Mi sveglio, dicevo, a Grosseto alle 6.00 AM, in lieve anticipo rispetto alla sveglia grazie alle doti canore del mio bambino che ci tiene a svincolarci dalla dipendenza di tutti questi oggetti estranei, elettrici e innaturali. Preparo per tempo tutte le mie cose che, oggi, consistono eccezionalmente nel solo zaino (da 10 KG) contenente il mio portatile. Fate attenzione perchè si avvicina il momento del mio errore fatale. Prendo il cellulare e lo pongo sul tavolo. Prendo le chiavi. Attenzione perchè ci siamo quasi. Mi lavo, prendo un caffè e mi vesto (eccolo eccolo). Prendo i vestiti e ..ZZZAC (UNRECOVERABLE ERROR: YOUR APPLICATION WILL BE TERMINATED) indosso un paio di pantaloni che non è quello che avevo ieri. Saluto la famiglia, esco di casa in largo anticipo e con lo stesso anticipo arrivo in stazione, mi auto-palpo il sedere (abitudine che posseggo invero da tempo, ma non per i motivi a cui state pensando) e realizzo che il mio portafogli (contenente soldi, carte, biglietto etc.) è rimasto nell'altro paio di calzoni. Grazie ad un aiuto automobilistico e ad un sagace uso del piede riesco nel tempo record di 8 minuti a tornare a casa, prendere il mio portafogli e tornare in stazione in tempo per arrivare sul binario e vedere il treno partirmi in faccia (Dio, quante volte mi è successo...) alle 7.55, puntuale come quel famoso treno per Yuma. Non nascondo le mie colpe, faccio solo gentilmente notare che in dieci anni di viaggio su questo tragitto ho sperimentato una media di 5 minuti di ritardo in partenza e, non più tardi di Lunedì scorso, lo stesso treno è partito con 45 minuti di ritardo. L'affare a questo punto si complica: il prossimo treno per Pisa parte alle 8.28 e arriva alle 10.15. L'ultimo treno da Pisa per Lucca (città nella quale ho un appuntamento alle 12) parte alle 10.20, dopodichè non se ne parla fino alle 12.20. E' dura ma posso ancora farcela. Senonchè, il tempo di terminare questo pensiero, l'inumano altoparlante annuncia che il treno delle 8.28 partirà con un ritardo di 15 minuti. E a questo punto è finita davvero. Cerco di rintracciare in tutti i modi la persona con cui ho appuntamento per avvisarla che arriverò in ritardo di una buona oretta, ma non ce la faccio. Il tragitto Grosseto-Lucca è di 175 Km, considerato che sono partito di casa alle 7.00 circa e arriverò a destinazione probabilmente intorno alle 13.00, coprirò la distanza alle media di 29,16 Km/h circa. Facendolo in bici probabilmente sarei arrivato prima. Ma l'arrivo di un controllore risveglia in me la speranza: è convinto che il treno recupererà quasi tutto il ritardo e che, comunque, sarà possibile far aspettare il treno per Lucca qualche minuto per realizzare la coincidenza. Ah, faccio presente anche che ogni giorno prendo un treno da Pisa per Lucca e che, quella volta su due che non viene soppresso del tutto, in generale esso parte con una media di circa 10 minuti di ritardo. Ma oggi ho beccato una sfortunatissima giornata di eccellenza delle ferrovie: il controllore mi assicura della possibilità di recupero e coincidenza e, alle 10.00 circa, il capotreno contatta effettivamente il macchinistra del treno per Lucca per avvisarlo dell'arrivo in lievissimo ritardo del mio treno e della opportunità di ritardare la partenza di 4-5 minuti (dunque abbondantemente sotto la media del ritardo in partenza che comunemente sperimento). Il treno arriva a Pisa alle 10.21, con soli 6 minuti di ritardo, e sul binario 12 (la stazione di Pisa da almeno vent'anni ha 9 binari, ma da 10 giorni hanno genialmente pensato di inaugurare un binario nuovo sul quale fare transitare i treni da e per Grosseto, così per semplificarmi la vita, visto che i treni per Lucca partono dal binario 1 o addirittura dal binario 1 Tronco Ovest, che a un dipresso è a metà strada tra Pisa e Lucca). Nonostante la mia attuale scarsa forma fisica, mi lancio in una corsa nel sottopassaggio che mi porta alle 10.23 a calpestare il sacro suolo del binario 1. Sul quale non c'è alcun treno ad attendermi, visto che è partito in splendido isolamento (sono quasi sempre uno dei tre soli passeggeri di quel convoglio) e in perfetto orario. Che nessuno pensi che voglia criticare le ferrovie per questa meravigliosa prova di efficienza, ma nessuno mi biasimerà se la mia mente culla il dolce desiderio che, anche solo en passant, nell'orifizio buio di qualcuno dei protagonisti di questa prova, spunti non già il carciofo di cui sopra, ma addirittura Ernesto Calindri in persona. Alla fine riesco a trovare un bus, sul quale sto scrivendo questo diario di viaggio, che, tutto sommato, forse mi farà arrivare a destinazione quasi in orario. Non pensate a male, io adoro viaggiare in treno e amo le ferrovie e il loro personale. Ma mi permetto di dar loro un consiglio utile per il loro quieto vivere e per un corretto adempimento del proprio dovere lavorativo: se occasionalmente vi capitasse di vedere una personcina dall'aspetto truce, esacerbato, che profferisce contumelie in un dialetto meridionale non facilmente identificabile e con una cassetta di carciofi al collo: statene alla larga. Current Mood: Esacerbato |
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